Pubblichiamo un testo di Vladimir Pinheiro Safatle, uscito su Folha de São Paulo il 23 novembre 2023. Vladimir Pinheiro Safatle (Santiago del Cile, 3 giugno 1973) è un filosofo, scrittore e musicista brasiliano di origine cilena. È professore ordinario all’Università di San Paolo e editorialista del quotidiano Folha de S. Paulo. Tra le sue numerose opere, “Il circuito degli affetti: Corpi politici, abbandono e fine dell’individuo” (Aracne, 2021). L’editoriale è una critica tagliente e accurata ad una dichiarazione firmata, tra gli altri, dal noto studioso Jürgen Habermas, dove si sostiene il diritto alla difesa di Israele. Il testo di Vladimir Pinheiro Safatle ci sembra un utile strumento per una critica a certe posizioni fortemente ambigue e nella sostanza complici del massacro sionista, ma che ancora trovano ampia legittimazione nel dibattito pubblico e che sono portate avanti da noti esponenti della ‘sinistra’. Mentre la censura a reti unificate imperversa nel nostro paese, questo editoriale è anche una importante testimonianza che il movimento internazionale che chiede giustizia per il popolo palestinese riesce a ritagliarsi spazi centrali nel dibattito pubblico di molti altri paesi. Voci di condanna e dissenso hanno conquistato l’attenzione pubblica anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Spagna, supportate da grandi movimento di massa. Nel frattempo, in Italia, le manifestazioni di dissenso vengono represse nelle piazze e censurate sui teleschermi. Ma noi sappiamo che sono i popoli a scrivere la storia, nelle forme e nelle modalità che gli sono disponibili a seconda delle condizioni materiali e politiche del momento. Per questo, mentre prende l’ennesimo “castigo collettivo” sionista contro Gaza si sta manifestando in tutta la sua violenza, sentiamo il dovere di schierarci ancora una volta, senza equivoci, a difesa della vita, della libertà e della dignità del popolo palestinese.
Traduzione a cura di Edoardo Acotto.

Il 13 novembre 2023, Jürgen Habermas, Rainer Forst, Nicole Deitelhof e Klaus Günther, figure chiave della teoria critica contemporanea, hanno deciso di pubblicare un testo sul conflitto palestinese e le sue conseguenze, intitolato “Principi di solidarietà. Una dichiarazione”.
Il testo inizia con l’attribuire tutta la responsabilità della situazione attuale agli attacchi di Hamas, difendendo poi il “diritto di rappresaglia” del governo israeliano e facendo osservazioni formali sulla natura controversa e polemica della “proporzionalità” della sua azione militare; il testo termina affermando l’assurdità di presupporre “intenzioni genocide” da parte del governo di estrema destra israeliano, invitando tutti a prestare la massima attenzione ai “sentimenti e alle convinzioni antisemite che si celano dietro ogni forma di pretesto”.
Ciò che colpisce inizialmente di un testo scritto da una persona legata alla forza critica della Scuola di Francoforte e al suo impegno antiautoritario è ciò che non ha il diritto di apparire quando certi europei chiedono a gran voce “principi di solidarietà”. Va ricordato che quando è stato pubblicato il testo di Jürgen Habermas e soci, il mondo contava già più di 10.000 palestinesi massacrati e il governo israeliano continuava a dire che non avrebbe permesso nemmeno un cessate il fuoco per aprire corridoi umanitari.
Ci saremmo aspettati che tutto ciò avesse la capacità di indignarci, che un testo sulla solidarietà in questo momento iniziasse dicendo che mettere una popolazione di 2,5 milioni di persone in uno stato di terrore quotidiano all’interno di una logica inaccettabile di punizione collettiva non è un modo per combattere Hamas, ma piuttosto per rafforzarlo.
Tuttavia, è sorprendente come i sostenitori dei principi universalistici di giustizia sembrino in realtà pronti a usarli strategicamente quando si tratta di espiare i propri fantasmi personali di responsabilità per le catastrofi del passato. A meno che la razionalità comunicativa, dopo tutto, non abbia confini geografici di cui si sono dimenticati di avvertirci. Ma una teoria che non ha mai considerato le strutture coloniali e le loro modalità di permanenza e dispiegamento non è preparata per le sfide del presente.
Perché gli attivisti per i diritti umani, i funzionari delle Nazioni Unite, i diplomatici dei Paesi più diversi, che insistono sulle intenzioni genocide del governo israeliano, hanno tutto il diritto di essere ascoltati e presi sul serio. Essi sostengono che il “genocidio” si verifica ogni volta che viene negato il legame organico delle popolazioni con il “genos”, con ciò che ci accomuna.
Quando il comandante delle forze armate israeliane dice che dall’altra parte ci sono “animali umani”, esprime pedagogicamente intenzioni genocide. Quando i ministri del governo israeliano affermano che l’uso di bombe nucleari contro Gaza è plausibile e non subiscono altra punizione che la semplice rimozione dalle future riunioni ministeriali, quando scopriamo i piani per il trasferimento di massa dei palestinesi in Egitto, queste sono espressioni di intenzioni genocide. Queste intenzioni devono essere nominate.
Il genocidio non è legato a un numero assoluto di morti, ma piuttosto a una forma specifica di politica di cancellazione dei corpi, di disumanizzazione del dolore delle popolazioni, di messa a tacere del lutto pubblico, che spoglia le popolazioni della loro umanità ed esprime processi di assoggettamento storicamente reiterati. Quando parliamo dei palestinesi, parliamo di un popolo senza Stato, senza terra – e quindi, come ha giustamente sottolineato Itamar Vieira Júnior nella Folha de S. Paulo, senza libertà.
Un popolo che non può contare sulla solidarietà internazionale perché aspetta da 50 anni che venga rispettato il diritto internazionale che definisce la proprietà del proprio territorio e che, quando si ritrova vittima di punizioni collettive in pieno XXI secolo, vede apparire dei testi che non hanno nemmeno la capacità di ricordare che tutto questo non è iniziato con gli attacchi di Hamas.
Hamas è il terribile effetto di una causa che merita di essere considerata nel suo giusto contesto storico. Prendere l’effetto per la causa è il modo migliore per non risolvere alcun problema. Qualcuno dovrebbe ricordare ai firmatari del testo in questione che la teoria critica richiede di ascoltare la storia dei diseredati e dei vinti.
Trova qui la tessera che abbiamo dedicato quest’anno alla lotta del popolo palestinese.









