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19S

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Assistiamo, in questo momento storico, al trapasso di un mondo: il capitalismo, soffocato dalle proprie insolubili contraddizioni, risponde oggi al collasso delle tronfie certezze con cui per decenni ha nutrito il senso comune del popolo italiano e di tutti i popoli della terra moltiplicando la fame, la miseria materiale e morale, la violenza, la guerra.

Le sue istituzioni internazionali – NATO e UE innanzitutto – mostrano il proprio carattere predatorio e omicida con tale chiarezza da rendere impossibile non distinguerne i tratti e non denunciarne l’irriformabilità. Farla finita con questi atroci apparati di violenza spetta alle classi lavoratrici, paese per paese, territorio per territorio. Qualunque posizione intermedia, qualunque mancanza di chiarezza in proposito si qualifica ora più che mai per quello che è: complicità con l’ordine sociale esistente e ostacolo al suo superamento.

Le classi lavoratrici italiane hanno, al pari e al fianco di quelle di ogni parte del mondo, la responsabilità storica di elevare le proprie rivendicazioni dal piano economico a quello politico e di guidare l’intera società nazionale sulla via del riscatto e della liberazione, come contributo italiano al progresso umano possibile e necessario, per salvare noi stessi e conquistare una società nuova. Esse sono però reduci, contrariamente a quanto avviene in altri paesi, dall’esaurimento ormai irreversibile del ciclo politico apertosi con la fondazione del Partito Comunista d’Italia nel 1921.

Se tutte le condizioni oggettive sono oggi radunate per rendere esplicita la necessità della rivoluzione sociale, la fase ci consegna tuttavia un quadro di assoluta disarticolazione organizzativa e di affievolimento della coscienza di classe a livelli mai riscontrati prima. Non esistono oggi le condizioni per l’immediata ricostruzione del partito di classe, ma questo non significa che si debba rinunciare alla lotta. Le nostre responsabilità sono anzi accresciute dalla situazione in cui versiamo e nessuno ha il diritto di fare un passo indietro, di ripiegare le bandiere e rintanarsi a casa ad attendere gli eventi. È tempo che i rivoluzionari italiani facciano capire, come parecchie volte hanno saputo fare nella storia e nello spirito della parte migliore del Risorgimento e della Resistenza antifascista, che non intendono arrendersi davanti alle difficoltà e venir meno alla loro missione trasformatrice dell’esistente.

Le condizioni per la ricostruzione del nostro Partito possono essere ricreate dal coraggio, dall’abnegazione e dal lavoro instancabile di tutti e di ciascuno, al di fuori delle forme partitiche oggi esistenti e determinate da gruppi dirigenti incapaci d’interpretare la realtà quando non complici della sua conservazione, ma nella salda prospettiva dell’unità nella lotta con tutti coloro che, dentro e fuori di esse, vorranno organizzarsi per elevare la lotta economica per la difesa degli interessi della classi lavoratrici che dilaga in tutto il paese, seppure parcellizzata, a lotta politica per contendere il potere ai gruppi dominanti della società.

Lotta per il potere significa oggi difendere le relazioni sociali elementari dalla loro smaterializzazione, pianificata scientificamente attraverso l’ingannevole egualitarismo dei social network, organizzare a partire dalla dimensione minuta del condominio o del luogo di lavoro forme, momenti, strutture embrionali di potere popolare. Significa far maturare in quei luoghi la consapevolezza della necessità del partito rivoluzionario attraverso il lavoro paziente e quotidiano di quadri coscienti, disciplinati, formati, che sappiano interpretare e restituire il suo significato pratico al concetto di avanguardia.

Significa riaffermare il significato profondo dell’antifascismo e della Resistenza come emersione del protagonismo operaio nella vita nazionale e come ripensamento e rifondazione dell’Italia, nel quadro determinato dalla Rivoluzione d’Ottobre, la cui spinta propulsiva non si è mai esaurita.

Significa, anche, restituire il suo contenuto anticapitalista alla lotta contro il patriarcato, il maschilismo, il sessismo, la discriminazione di genere, correttamente inquadrando il loro contenuto all’interno dei rapporti sociali capitalistici e la necessità di abbandonare la via della “trasgressione” liberal-libertaria, funzionale al mercato, per riprendere quella della costruzione di una nuova morale che accompagni il processo di liberazione umana.

Il nostro metodo è quello del conflitto, non a caso garantito dalla Costituzione italiana rispetto alla “pace sociale”: il conflitto è lo strumento per la trasformazione della società.

Tale impostazione è stata tradita dalla cosiddetta “concertazione” avvallata dai tre sindacati confederali storici a partire dal 1993, che ha ridotto il potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori ed eroso diritti e salari. L’abrogazione dell’articolo 18, il rifiuto del patronato di riconoscere il ruolo del sindacato, e il recente Accordo sulla rappresentanza costituiscono gli ultimi atti di questo ciclo, attraverso il superamento di fatto dei principi costituzionali e dello Statuto lavoratori.

Per tutte queste ragioni abbiamo il dovere di passare al vaglio della critica l’intero “processo di apprendimento” del movimento operaio storico italiano , del PCI e dei partiti che gli sono succeduti, senza nessun intento liquidatorio, ma con il fine di progredire teoricamente per fondare su basi solide il lavoro di ricostruzione cui ci accingiamo.

Fronte Popolare nasce senza nessuna illusione di autosufficienza: la nostra organizzazione militante intende offrire il proprio contributo al più ampio processo aggregativo di forze che agiscano sulla base dell’inscindibile relazione tra teoria e prassi e in aperta opposizione a ogni scorciatoia o cedimento opportunistici.

Su queste basi ci accingiamo al lavoro e alla lotta e chiediamo a tutte le compagne e i compagni consapevoli del momento di unirsi a noi per contribuire a restituire forma al movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

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