
Riceviamo e volentieri pubblichiamo in italiano un contributo dell’Unione dei Ciprioti, organizzazione patriottica e socialista che opera per la liberazione e l’unità di Cipro.
La comprensione di quanto avviene nel Mediterraneo e la costruzione di spazi e momenti coordinati di analisi e di lotta rappresentano, a nostro avviso, elementi irrinunciabili per dare corpo a un movimento antimperialista e socialista nella nostra regione. La lotta contro le aggressioni imperialiste, per la pace e la liberazione di tutti i popoli, sono la base essenziale per ricostruire, anche in Italia, le condizioni di una resistenza organizzata e con prospettiva strategica contro la catastrofe verso la quale i gruppi dominanti statunitensi ed europei ci stanno trascinando.
Alle compagne e ai compagni dell’Unione dei Ciprioti esprimiamo i ringraziamenti per il contributo e rinnoviamo il nostro sostegno nella difficile battaglia per aprire alla loro isola un futuro libero da colonizzazione, basi imperialiste e segregazione etnica, la cui tragicità è stata da ultimo resa evidente dal pericolo incombente di un coinvolgimento diretto nella guerra di aggressione scatenata da USA e Israele contro l’Iran.
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10.01.2026 – Ogni volta che il potere imperiale si dichiara “ordine”, i giovani sono i primi a rifiutarlo. Quando il dissenso viene criminalizzato, il futuro viene rubato e l’obbedienza imposta come stabilità, la neutralità si trasforma in una menzogna. I giovani si confrontano con l’impero faccia a faccia attraverso la repressione, la sorveglianza, le strade militarizzate e l’esclusione economica. Per questo, nel corso della storia, i giovani sono stati costretti a stare in prima linea nella resistenza, non per scelta ma come condizione imposta dall’impero, dove la resistenza diventa l’unico modo per esistere con dignità.
Il Mediterraneo, all’incrocio tra l’Asia occidentale e il Nord Africa, è stato uno dei teatri centrali dello scontro imperiale. A causa della sua posizione strategica, è stato trasformato in un corridoio militarizzato di basi straniere, guerre per procura e intervento permanente. Le strutture della NATO, le reti stay‑behind e la presenza costante della VI Flotta statunitense hanno operato direttamente contro la sovranità popolare, imponendo il controllo imperiale attraverso il dominio militare, la coercizione e l’intimidazione politica.
I popoli dell’Asia occidentale, del Nord Africa e dell’intero bacino del Mediterraneo hanno vissuto esperienze sorprendentemente simili non per caso, ma perché la stessa macchina di dominazione è stata applicata ovunque. In questo panorama, i giovani sono stati i primi obiettivi: sorvegliati, incarcerati, reclutati o eliminati, perché possedevano la capacità di rifiutare la disciplina e di perturbare l’ordine imposto.
Dall’Algeria alla Palestina, dalla Grecia all’Egitto, i giovani sono diventati la spina dorsale della resistenza quando tutte le altre forme di azione politica erano precluse. In Algeria, studenti e giovani lavoratori sono diventati centrali nel Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), dopo che le richieste di riforma furono schiacciate dalla repressione e dai massacri, spingendoli alla lotta armata contro il dominio coloniale francese. In Palestina, i giovani hanno trasformato strade e quartieri in spazi di lotta quando la sovranità è stata negata.
In Grecia, la gioventù organizzò una resistenza di massa attraverso l’Organizzazione Panellenica della Gioventù Unita (EPON) contro l’occupazione nazista e successivamente affrontò l’autoritarismo sostenuto dall’estero. I movimenti giovanili e studenteschi sono stati centrali nell’organizzazione antimperialista e nella protesta contro il dominio britannico molto prima delle rivolte successive.
Cipro non fece eccezione a questo schema, anzi ne fu una delle espressioni più chiare. Negli anni ’50, l’isola era governata attraverso leggi di emergenza, censura, punizioni collettive e corti marziali. Il dominio coloniale britannico aveva cancellato qualsiasi possibilità di autodeterminazione o vita politica. In queste condizioni, la lotta di liberazione armata del 1955‑1959 non nacque da un’illusione o da un’escalation, ma da una necessità storica.
I giovani ne divennero la forza trainante, non attraverso la partecipazione in una sfera politica che non esisteva, ma affrontando direttamente il potere coloniale attraverso la resistenza organizzata e la lotta armata. Come in molti altri luoghi, il sacrificio dei giovani segnò il momento in cui la resistenza si cristallizzò.
Il 10 maggio 1956, Michalis Karaolis, di soli 23 anni, divenne il primo rivoluzionario dell’Organizzazione Nazionale dei Combattenti Ciprioti (EOKA) ad essere impiccato dalle autorità britanniche nella prigione centrale di Nicosia. L’esecuzione era destinata a terrorizzare la popolazione e a scoraggiare la partecipazione giovanile. Invece, rivelò la realtà del “diritto e ordine” coloniale e politicizzò un’intera generazione.
Scrivendo contro l’esecuzione, lo scrittore francese Albert Camus denunciò la logica dietro la forca, descrivendo Cipro come una portaerei avanzata del potere britannico e occidentale.
Ma le forche non erano l’unico linguaggio del potere coloniale. Accanto a esse operava una macchina calcolata di frammentazione. La Turkish Resistance Organization (TMT), un’organizzazione terroristica funzionante come apparato di controinsurrezione modellato dalla logica britannica del divide et impera e sostenuta dal patrocinio dello Stato turco, fu creata per schiacciare i movimenti giovanili e dei lavoratori turco‑ciprioti.
Fazıl Önder, fondatore del giornale İnkılâpçı (“Rivoluzionario”), che aveva dato voce a lavoratori, socialisti e antimperialisti, fu individuato per essere eliminato. Il 24 maggio 1958, a soli 32 anni, fu ferito, inseguito dai suoi aggressori e accoltellato. Il suo corpo fu poi lasciato morire dissanguato mentre veniva trascinato per le strade di Nicosia. Anche nella morte, Önder si rifiutò di tacere.
Il sacrificio di Karaolis, Önder e di innumerevoli altri ciprioti trovò articolazione politica nelle parole di Kyriakos Matsis, un altro giovane combattente della EOKA, noto per aver detto che “questa terra appartiene a chi la lavora, sia esso greco‑cipriota o turco‑cipriota”. Il 19 novembre 1958, all’età di 32 anni, fu ucciso dalle forze britanniche dopo essersi rifiutato di arrendersi.
Egli non fu solo un militante, ma un pensatore politico la cui visione di liberazione rifiutava l’appropriazione coloniale e le pretese etniche, fondando la lotta sulla responsabilità patriottica e sul sacrificio.
Poche settimane prima, il 22 ottobre 1958, Panayiotis Toumazos, appena 19 anni, fu ucciso dalle forze britanniche. Prima di cadere in un’imboscata, aveva messo un ramoscello d’ulivo in tasca, dicendo: “Se cado, lascia che i britannici lo trovino e imparino che stiamo lottando per una pace giusta”.
La sua morte rivelò la contraddizione che l’impero imponeva ai giovani: non combattere per la guerra, ma rendere possibile una pace giusta.
L’indipendenza nel 1960 non pose fine alla lotta antimperialista. Anche se Cipro aderì al Movimento dei Paesi Non Allineati e il suo primo presidente, Makarios, emerse come figura internazionale antimperialista, la sovranità arrivò fondamentalmente limitata. Fin dalla sua nascita, il nuovo Stato fu segnato da elementi imposti dall’esterno: una costituzione bicomunale di tipo segregazionista, il diritto riconosciuto a potenze straniere d’intervenire nei suoi affari interni e la presenza permanente di basi militari straniere e di operazioni segrete.
Il potere imperiale non si ritirò, ma si riorganizzò — strutturandosi attraverso meccanismi stay‑behind progettati per preservare il controllo politico e neutralizzare la sovranità popolare.
Ayhan Hikmet delineò una delle visioni più chiare di cittadinanza costituzionale oltre l’etnicismo. Insieme ad Ahmet Muzaffer Gürkan, fondò Cumhuriyet il giorno stesso in cui la Repubblica fu proclamata, promuovendo l’intransigente slogan “Cipro appartiene ai ciprioti”.
Il loro impegno si allineava a una corrente repubblicana più ampia, antimperialista e democratica, che poneva la sovranità popolare e l’unità democratica al di sopra della frammentazione imposta.
Il 23 aprile 1962, quando Hikmet e Gürkan furono assassinati da TMT a soli 33 anni, fu confermato che l’ordine post‑coloniale non avrebbe tollerato i giovani che sfidavano l’etnicismo e il controllo straniero.
Durante gli anni ’60 e i primi anni ’70, i giovani ciprioti continuarono a resistere ai residui imperialisti e alla reazione interna. I Red Berets (Kokkinoskoufides), una formazione militante socialista, si opposero alle forze imperialiste e terroristiche sotto il patrocinio britannico e turco.
Doros Elia, ex combattente EOKA, emerse come figura centrale in questo periodo. A soli 27 anni guidò la resistenza armata contro TMT nelle montagne di Pentadaktylos. La sua traiettoria rivelò la continuità della lotta: i giovani che avevano combattuto il dominio coloniale furono costretti ad affrontarne le forme riorganizzate, ora operanti attraverso violenza proxy e repressione interna.
Questo ciclo culminò nel 1974, ma fu preparato anni prima. Nel 1971, alla riunione ministeriale della NATO a Lisbona, furono poste le basi per l’occupazione di Cipro. Grecia, Turchia e le potenze occidentali giocarono un ruolo decisivo, e la violenza continuò a plasmare il destino dell’isola.
Il 20 agosto 1974, Doros Loizou, 30 anni, fu assassinato da membri di EOKA B mentre guidava l’auto di Vassos Lyssarides, leader del partito socialista EDEK. Poeta e organizzatore giovanile, Loizou diede voce a una generazione che vedeva nell’antimperialismo una forma di resistenza al fascismo, all’occupazione e alla segregazione imposta.
Nel suo poema To Tragoudi tou Lefterou (“La canzone dell’uomo libero”), scrisse di prendere le strade e le piazze con fucili, grida e slogan che chiedevano “pane e libertà”, richieste che continuano a risuonare nel Mediterraneo.
I giovani che portarono il suo nome in seguito si schierarono in solidarietà con le lotte di liberazione, dalla Palestina al Kurdistan. L’esperienza cipriota conferma una verità più ampia: i giovani non sono solo il futuro della lotta antimperialista, ma la sua espressione più esposta nel presente.
Dalle forche coloniali agli assassinii perpetrati da organizzazioni proxy sotto patrocinio imperiale, i giovani sono stati i primi a confrontarsi con l’impero e i primi a pagarne il prezzo. Questa non è una condizione unica a Cipro: è un modello ricorrente ovunque il potere imperiale governi attraverso coercizione, frammentazione e forza.
Oggi, l’Unione dei Ciprioti onora i giovani rivoluzionari che dedicarono le loro vite alla lotta e continua a difendere i valori da loro forgiati: resistenza all’occupazione, alla colonizzazione, ai sistemi di apartheid imposti, e lotta per una Cipro unita, libera dalla presenza militare e politica straniera, fondata sull’unità democratica e di classe del popolo cipriota.
Ricordare Karaolis, Önder, Matsis, Toumazos, Hikmet, Elia e Loizou, e innumerevoli altri, non significa rimpiangere il passato. Significa riconoscere una condizione continua di lotta. Questa lotta non è confinata a Cipro: dall’Asia occidentale e dal Nord Africa all’Africa, all’America Latina e all’Asia, i giovani continuano a confrontarsi con occupazioni, autoritarismi, violenze per procura e la criminalizzazione della resistenza.
Le forme della dominazione cambiano da regione a regione, ma la logica che le sostiene resta la stessa. La lotta, quindi, rimane incompiuta: non perché la resistenza abbia fallito, ma perché l’impero sopravvive adattandosi. Resta invece costante il compito che ci attende: spezzare la segregazione imposta, rafforzare l’interconnessione tra le lotte dei popoli oltre i confini geografici e agire in solidarietà contro il medesimo sistema di dominazione. Dal Mediterraneo al resto del mondo, la direzione è chiara: unità contro la frammentazione, sovranità contro l’ingerenza, liberazione contro la colonizzazione.

