Il gusto dell’assoluto

Pubblichiamo a seguire uno scritto di Louis Aragon, poeta e militante comunista francese (1897-1982). Ci pare un buon modo per far prendere le mosse alle pagine culturali del nostro sito, ma anche per riassumere ed esprimere i caratteri di quell’inquietudine, di quella ricerca che sono alla base anche del nostro impegno politico. N.d.R.

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Esiste una passione tanto divorante che è impossibile da descrivere. Essa annienta chi la contempla. Chi ne è preso ne è preso per sempre. Non si può provarla e poi liberarsene. Si trema a nominarla: il gusto dell’assoluto. Si dirà che è una passione rara, e gli amanti appassionati della grandezza aggiungeranno: disgraziatamente. Ci si deve ricredere. Essa è più diffusa del raffreddore, e se la si riconosce meglio quando si appropria di cuori elevati, ha tuttavia delle forme sordide che scatenano le sue furie nelle persone ordinarie, negli spiriti aridi, nei temperamenti poveri. Aprite la porta, essa entra e s’insedia. Poco le importa del posto dove si trova, della sua semplicità. Essa è assenza di rassegnazione. Se si vuole, ci si rallegri pure di quello che ha saputo far fare agli uomini, di quello che questa scontentezza ha saputo generare di sublime. Ma è vedere soltanto l’eccezione, il fiore mostruoso; e tuttavia guardate al fondo di quelli che essa eleva all’altezza del genio, vi troverete il marchio intimo, le stimmate della devastazione, che sono tutto quel che resta del suo passaggio sugli individui meno favoriti dal cielo.

Chi possiede il gusto dell’assoluto rinuncia automaticamente ad ogni felicità. Quale felicità potrebbe resistere a questa vertigine, a questa esigenza sempre rinnovata? Questa macina critica dei sentimenti, questa vite a tergo del dubbio, attacca tutto quello che rende l’esistenza tollerabile, tutto quello che può scaldare il cuore. Bisognerebbe fare degli esempi per essere capiti, e sceglierli proprio tra le forme basse, volgari di questa passione, in modo che per analogia ci si possa elevare alla conoscenza delle infelicità eroiche che essa produce.

È noto che la consunzione degli esseri intelligenti progredisce con rapidità verso i centri nervosi superiori, mentre nei bruti e negli esseri vegetativi si sviluppa più lentamente e attacca soprattutto i centri motori. Anche questo tipo di consunzione morale di cui parlo procede in modo diverso a seconda dei soggetti che aggredisce: colpisce l’abilità, la mania l’orgoglio dello sventurato contro cui si accanisce. Toglierà la voce al cantante, manderà all’ospedale il fantino per troppa magrezza, brucerà i polmoni al podista o gli schianterà il cuore. Porterà per una via strana la massaia al manicomio, a forza di pulizia, per l’ostinazione di lustrare, di pulire che essa impiegherà su una mattonella della sua cucina, mai perfetta, mentre il latte trabocca, la casa brucia, i suoi figli annegano. Sarà anche, senza che nessuno la riconosca, la malattia di quelli che non amano niente, che a ogni bellezza, a ogni gioia oppongono il no disumano, prodotto esso stesso del gusto dell’assoluto. Tutto dipende da dove si applica questo assoluto. Si applichi all’amore, ai costumi o al potere, e si avranno Don Giovanni, Byron, Napoleone. Ma anche l’uomo dagli occhi chiusi che incontrate nella strada e che non parla a nessuno. Ma anche la strana barbona che si vede la sera sulle panchine vicino all’Osservatorio, intenta a rimuginare tra stracci incredibili. Ma anche il semplice settario, che si avvelena la vita di aridità. Quello che muore di delicatezza e quello che si rende impossibile per la sua volgarità. Sono quelli per i quali niente è mai abbastanza qualche cosa

Il gusto dell’assoluto… Le forme cliniche di questo male sono innumerevoli, o troppo numerose perché ci si metta a contarle. Ci si può attenere alla descrizione di un caso. Ma senza perdere di vista la sua parentela con mille altri, con mali tanto diversi che si direbbero senza alcun legame con quello considerato, perché non esiste microscopio in grado di esaminarne il microbo, e noi non sappiamo isolare questo virus che, in mancanza di meglio, chiamiamo gusto dell’assoluto…

Tuttavia, per quanto diversi siano i travestimenti del male, esso si può individuare da un sintomo comune a tutte le forme, anche alle più discontinue. Questo sintomo è un’incapacità totale del soggetto di essere felice.Chi ha il gusto dell’assoluto può saperlo o ignorarlo, esserne elevato alla guida di popoli, alla testa di eserciti, o esserne paralizzato nella vita più banale, ridotto ad un negativismo di bassa lega; chi ha il gusto dell’assoluto può essere un semplice, un folle, un ambizioso o un pedante, ma non può essere felice. Da quello che potrebbe farlo felice egli esige sempre di più. Egli distrugge con una rabbia rivolta contro se stesso quello che potrebbe soddisfarlo. È sprovvisto di qualsiasi attitudine alla felicità. Di più, si può dire che si compiace di ciò che lo consuma. Egli confonde la sua disgrazia con una vaga idea di dignità, di grandezza, di morale, a seconda dell’inclinazione del suo spirito, della sua educazione, delle caratteristiche del suo ambiente. In una parola, il gusto dell’assoluto non è mai disgiunto dalla vertigine dell’assoluto. Egli è in preda a una forma di esaltazione, che lo fa immediatamente riconoscere, e che manifestandosi nel cuore, al centro della distruzione, rischia di far confondere, a occhi profani, il gusto dell’assoluto per il gusto dell’infelicità.

I due vengono a coincidere, ma il gusto dell’infelicità e solo una conseguenza. È soltanto il gusto di una certa infelicità. Mentre l’assoluto, anche nelle piccole cose, conserva il suo carattere di assoluto… Sono stato profondamente frainteso se si deduce da quel che ho detto del gusto dell’assoluto che esso coincide con lo scetticismo. A volte assume il linguaggio dello scetticismo come della disperazione, ma perché presuppone al contrario una fede profonda, totale, nella bellezza, la bontà, il genio. È necessario un grande scetticismo per essere soddisfatto di quel che esiste. Gli amanti dell’assoluto rifiutano quello che esiste proprio per una fede incontenibile in quello che forse non esiste.

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