François Hollande: cento giorni nella vita di un notabile

di Aymeric Monville

(Su Gramsci Oggi, settembre 2012 – http://www.gramscioggi.org)

La presidenza di François Hollande ha appena superato il traguardo simbolico dei cento giorni. Più in Francia che altrove, la cifra ha acquisito un significato quasi mistico fin dall’epoca napoleonica. In effetti, in cento giorni l’Imperatore sbarcò dall’isola d’Elba, luogo del suo primo esilio, risalì tutta la Francia, dal sud fino a Parigi con pochi seguaci, cacciò i Borboni e combatté la sua ultima battaglia contro l’Europa intera a Waterloo, per poi abdicare. I cento giorni successivi alle elezioni per i francesi rappresentano tradizionalmente un tempo sospeso, uno “stato di grazia” durante il quale tutto può cambiare. Tanto più che la sinistra è stata in definitiva assai poco al potere, in Francia: 1924, 1932, 1936, un po’ durante la IV Repubblica, 1981, 1997. Il minimo che si possa dire è che a tre mesi dall’elezione di Hollande non si è visto nulla di epico o eroico.

Effettivamente Hollande ha definito se stesso per difetto, come catalizzatore del malcontento conto Sarkozy. E per meglio incarnare l’anti-sarkozysmo, di destra come di sinistra, ha smussato qualsiasi asperità. Il fatto è che se l’uomo Sarkozy accendeva passioni troppo  contrastanti per durare indefinitamente, ha comunque lasciato col tempo il suo segno particolare, quello di una destra “decomplessata”, su tutta la politica francese. Si assiste così a un paradosso: il Partito Socialista è arrivato al potere in Francia in un contesto sempre più inclinante a destra, in cui la destra corteggia l’estrema destra, il centro corteggia la destra, il PCF corteggia il PS e così via. Con le stesse caratteristiche generali che si possono osservare in Italia: delegittimazione delle istituzioni repubblicane e dei servizi pubblici, disintegrazione dello spirito civico, individualismo trionfante, anticomunismo grezzo, stigmatizzazione degli immigrati, ritorno in auge delle varie forme d’irrazionalismo.

Il PS deve la sua vittoria anche all’introduzione, per la prima volta nel paese, di un sistema di elezioni primarie all’americana. In un sistema elettorale già molto presidenzialista, in cui si elegge prima di tutto un uomo e non un partito, ciò non poteva che portargli un beneficio mediatico, anche se questo tipo di vittoria è sempre una sconfitta per la democrazia autentica. In realtà, questo sistema ha fatto in fretta a distruggere i residui di militanza ereditati dalla vecchia SFIO (il nome storico del Partito socialista), per ancorare in modo permanente il partito a un circolo chiuso di notabili (il PS controlla il gioco a livello regionale da diversi anni). Con l’inversione del calendario elettorale fatta approvare da Lionel Jospin nel 2000 (le elezioni parlamentari dopo le presidenziali, sistema che offre maggiori garanzie a un presidente neo-eletto di avere il Parlamento dalla sua), il PS ha così contribuito a rafforzare le istituzioni della V Repubblica, pur già fortemente caratterizzata in senso gollista e cesarista (articolo 16 della Costituzione: pieni poteri al Capo dello Stato in tempo di crisi; articolo 49.3: possibilità per il governo di varare leggi senza l’approvazione del Parlamento, con l’unica possibilità per l’opposizione di presentare una mozione di censura che ha poche possibilità di passare). Il PS è così diventato compiacentemente l’equivalente del Partito Democratico negli Stati Uniti: l’altra faccia di uno stesso sistema in cui si ha il diritto di scegliere tra una pepsi di sinistra e una coca cola di destra.

In questo contesto, in cui il gioco dell’alternanza gli ha assicurato la vittoria semplicemente in virtù dell’usura dell’avversario, l’obiettivo di Hollande era di non promettere nulla per non spaventare nessuno. Confrontato con Dominique Strauss-Kahn, che avrebbe dovuto candidarsi ma ne è stato impedito dagli scandali noti a tutti, e con Sarkozy, il presidente “amico dei ricchi”, il cortigiano dei potenti, a Hollande è bastato utilizzare come slogan il suo essere un “uomo normale”. Si è qui in presenza dell’altro paradosso di queste elezioni: in piena crisi, mentre la Francia vive un declino innegabile e sperimenta una vera e propria stagnazione industriale, il candidato non ha preso praticamente nessun impegno!

Nel 2002, Lionel Jospin aveva senza dubbio perso le elezioni presidenziali dopo aver detto “il mio programma non è socialista”. Nel 2012, Hollande non ha fatto questo errore ed è stato eletto. Ma è un segreto di pulcinella. La parola “socialista” è un retaggio ingombrante della storia del partito, che sussiste in un paese segnato dai conflitti sociali e perché per lungo tempo è stato necessario competere con i comunisti. La denominazione più consona per il Partito Socialista francese sarebbe “partito socialdemocratico”, come per tutti i suoi “partiti fratelli” della II Internazionale. Si capirebbe infine che il cosiddetto “Partito socialista” non deve “fare la sua Bad Godesberg”, per usare una espressione tipica della stampa di destra, usata per lamentare il fatto che il PS non abbia formalmente abiurato il marxismo come il suo partito fratello oltre il Reno, la SPD. E in effetti è stato proprio nel 1959 nel corso del celebre Congresso di Bad Godesberg, che la SPD rinnegò ufficialmente il marxismo. Qualcuno potrebbe pensare che gli eredi dei carnefici di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht non avessero nulla da dimostrare, ma è andata così. Per quanto riguarda il PS francese, a lungo atlantista e pro-imperialista (fu un socialista, Guy Mollet, a lanciare la spedizione di Suez nel 1956 e un socialista, François Mitterrand, a introdurre la tortura in Algeria), esso ha da tempo dato prova di sottomissione al grande capitale, ma lo si sospetta ancora di marxismo!

In realtà non si tratta più neppure di un “partito socialdemocratico” keynesiano, poiché non si vede profilarsi all’orizzonte nemmeno l’ombra di un piano di rilancio. Con l’obiettivo dichiarato di ridurre il deficit sotto il 3%, tutto ciò che il PS propone è di essere un partito che si concentra esclusivamente sullo sviluppo della società civile nell’organizzazione dei suoi costumi. L’abolizione della pena di morte con François Mitterrand, il matrimonio gay e la possibilità per questi ultimi di adottare bambini con François Hollande. François Mitterrand aveva trovato il trucco: da un lato permettere all’estrema destra di entrare in Parlamento con l’introduzione di una quota proporzionale nella legge elettorale, dall’altro creare da parte dell’Eliseo l’associazione ” SOS razzismo” in risposta al rafforzamento dell’estrema destra da lui stesso permesso! Risultato immediato: da quel momento è stato sufficiente non essere razzista per dirsi di sinistra, a dispetto del programma economico di riferimento.

E’ comprensibile, in questo contesto, perché la prossima sessione parlamentare abbia pochissimi testi all’ordine del giorno, ad eccezione di uno contro le molestie sessuali (stessa strategia descritta sopra). Nulla contro le banche, nulla contro i licenziamenti speculativi. E nel frattempo, Hollande non ha modificato se non simbolicamente la riforma delle pensioni voluta da Nicolas Sarkozy e ha concesso un aumento del salario minimo garantito di 6 € al mese! Certo ha aumentato le tasse per i più ricchi, ma senza controllo sui flussi finanziari e i paradisi fiscali, questo non fa che rafforzare l’evasione fiscale.

In queste condizioni, i “piani sociali” si moltiplicano, e i padroni, consapevoli che la legge non è retroattiva, fanno i loro giochi sporchi prima che il governo di Jean-Marc Ayrault legiferi… sempre che ne abbia intenzione. Il caso più emblematico è quello di PSA (che raggruppa Peugeot e Citroën) che, con la chiusura di Aulnay  rappresenta una delle dismissioni più emblematiche dopo quella di Billancourt, luogo simbolo della resistenza operaia alla Renault.

Questi segnali evidenti di passività del governo si erano già riscontrati da tempo a livello europeo, con la prevista introduzione di una sorta di “regola d’oro” del pareggio di bilancio mediante l’adozione di un trattato europeo che condannerebbe la Francia a un’austerità senza fine. Secondo un sondaggio CSA per l’Humanité, quasi i tre quarti dei francesi (72%) si pronuncerebbero in favore dell’organizzazione di un referendum sul trattato europeo che stabilisce la “regola d’oro”. E’ dunque probabilmente sulla questione dell’euro e dell’Europa che si strutturerà l’opposizione.

Verte su questo l’attacco portato dall’oppositore più credibile di Hollande, Jean-Luc Mélenchon, presidente del piccolo e recente Parti de Gauche, ma con l’handicap di un passato pesante da portare: ex trotzkista, ex mitterrandiano e soprattutto ex sostenitore del trattato di Maastricht. Questi può contare su una alleanza temporanea con il PCF, che resta un grande partito di massa, ma la cui direzione ha un programma debole e impegni con l’ambiguo Partito della Sinistra Europea. A differenza della base, che non ne può più dei compromessi che hanno indebolito il partito, la direzione sembra preda di un vero e proprio “sindacato degli eletti” che persegue la stessa strategia elettorale dei notabili del PS. Hollande lo ha capito e persegue una strategia di corruzione degli ex dirigenti del PC (tra cui Robert Hue, l’ex segretario generale, che ha lasciato il PC per unirsi a lui). Hollande non vuole essere l’unico responsabile davanti ai francesi tra due anni, alle prossime elezioni.

Quanto all’opposizione di sinistra all’interno del PS, essa è rappresentata principalmente dalla eurofilissima Martine Aubry. Rappresentante dei “cattolici di sinistra”, la Aubry è certamente il sindaco di Lille (bastione operaio) e “Miss 35 ore”, ma allo stesso tempo la degna figlia di suo padre, Jacques Delors, che oltre ad essere il padre di sua figlia è anche indicato come un padre dell’Europa. Segno inconfondibile, Aubry approva il recente trattato fiscale europeo e si adopera per mettere a tacere ogni opposizione su questo tema cruciale all’interno del partito.

Per concludere, la strategia è la stessa a livello europeo. Da Monti a Berlusconi, da Sarkozy a Hollande, dal “bling bling” (espressione coniata per descrivere l’epoca dell’ostentazione di sé dei nuovi ricchi sotto Sarkozy), al “normale” caro a Hollande, assistiamo solo a un cambio di casting. Con questo nuovo episodio, siamo passati solo dalla destra alla sinistra … del capitale.

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