Noi, il nostro Thomas Sankara, le nostre lotte

di Alessio Arena
Un quarto di secolo ci separa dal giorno in cui Thomas Sankara, uno dei dirigenti più significativi dell’Africa rivoluzionaria in lotta per l’emancipazione dal dominio neocoloniale europeo e americano, veniva assassinato dal suo più fidato collaboratore, da allora fino ad oggi presidente di un Burkina Faso ricondotto dalla controrivoluzione alla prostrazione precedente all’avvento del governo rivoluzionario. Un assassino, Blaise Compaoré, che agì su mandato della Francia di Mitterrand e degli Stati Uniti, accolto in Italia come ospite di riguardo appena pochi giorni fa da Mario Monti in persona. Come a dire: il padrone che batte amichevolmente la mano sulla spalla del lacchè.

E’ semplice reperire in rete informazioni su quella rivoluzione africana, fiorita negli anni ’80 ma pienamente inserita nel solco tracciato da tanti esperimenti, purtroppo tutti ridimensionati o naufragati, di socialismo africano, dal Ghana di Kwame Nkrumah alla Tanzania di Julius Nyerere, passando per Angola, Mozambico, Repubblica Popolare del Congo, Guinea…

Non è dunque nostro intento offrire al lettore un testo che racconti quella breve, significativa primavera bukinabé che portò una nazione intera fuori dall’anonimato cui il colonialismo l’aveva costretta. Anonimato, oblio funzionali al brutale sfruttamento con cui l’Alto Volta (così i padroni francesi avevano battezzato quel territorio, spossessandolo di ogni identità umana, culturale, politica, per farne un mero luogo geografico dominato) era stato ridotto, serbatoio di schiavi, a riserva di manodopera a basso costo con cui alimentare l’economia della vicina Costa d’Avorio, produttivamente più interessante per le priorità del cosiddetto “mondo libero”.

Quello che ci proponiamo è invece di sviluppare una breve riflessione riguardo il senso politico che assume per noi italiani, europei, occidentali rivoluzionari l’eredità del sankarismo. Ci pare il modo più vero, più profondo di onorare in Sankara non soltanto l’uomo straordinario, il liberatore del suo popolo, ma l’intero processo collettivo della rivoluzione africana, non solo burkinabé, di cui la grandezza di Sankara è uno dei risultati più lampanti.

Occidentali, europei, italiani rivoluzionari, dicevamo. Dunque dentro la società dello sfruttamento elevato alla sua massima efficienza, dentro il benessere che è il prodotto del trionfo (momentaneo) degli interessi delle nostre classi dominanti nella competizione imperialistica mondiale, ma con la coscienza critica necessaria per sentirne il peso come problema individuale e collettivo, come spinta alla trasformazione sociale. Come assunzione, infine, di una responsabilità diretta nel determinare il corso delle cose del mondo che ci porta a vivere l’ambizione di elevarci, attraverso l’analisi e la lotta, a forza dirigente della storia, a non farci dominare dal presente immutabile già scritto di qui all’infinito nel progetto dei padroni nostri e del mondo intero. Schiavi rimpinzati con le briciole del banchetto delle risorse mondiali cui le nostre istituzioni finanziarie, le nostre industrie, i nostri speculatori partecipano con il sostegno attivo, funzionale, delle istituzioni e degli apparati di violenza del nostro come di altri paesi del “primo mondo”, dispiegati a garantire con la forza che le cose non cambino, sotto la copertura ideologica del “dirittumanismo” ipocrita che si traduce in “missioni umanitarie”.

Schiavi la cui porzione degli avanzi del banchetto va riducendosi. Perché al fondo della crisi vi è indiscutibilmente l’avanzare delle nuove potenze sulla scena mondiale, dalla Cina alla Russia, dall’India al Brasile. E queste potenze intervengono in Africa in maniera crescente, offrono a popolazioni soggiogate da secoli patti migliori per lo sfruttamento delle immense risorse naturali, le strappano all’egemonia fino a ieri indiscutibile dell’Occidente. E le espongono a ritorsioni spaventose.

Nel corso del biennio 2011-2012 abbiamo assistito nella vergogna di un’inerzia complice alla distruzione della Libia, ma anche alla ricolonizzazione per mano francese della Costa d’Avorio, attuata tramite la deposizione manu militari del presidente Laurent Gbagbo e l’imposizione di un fantoccio del colonialismo e dell’FMI, Alassane Ouattara. Abbiamo visto la secessione del Sud Sudan, la catastrofe umanitaria in Somalia (le cui servili istituzioni oggi richiamano sul territorio nazionale quei “consulenti” italiani destinati a riproporre, nel più classico canovaccio fascistoide, il nostro ruolo nel Corno d’Africa). E abbiamo visto l’incendio fatto divampare in Siria per aprire la strada all’aggressione israeliana all’Iran.

Tutto questo non è per noi una novità: quando il capitalismo entra in crisi, la sua reazione fa scorrere oceani di sangue. La guerra distrugge rendendo possibile ricostruire, ridefinisce equilibri, ridimensiona i concorrenti. Fidel Castro avverte da tempo circa i pericoli che corre la pace mondiale e la possibilità che il deflagrare dei conflitti latenti nel mondo d’oggi porti all’olocausto nucleare. Ma non è tutto lì il problema: una guerra mondiale è già in atto, dichiarata ovunque dal vecchio mondo contro il nuovo. E tornano in mente le parole di Maximilien Robespierre: “Chi opprime una sola nazione, si dichiara nemico di tutte”. La verità di quest’affermazione la sperimentiamo sulla nostra pelle: le stesse forze che portano la violenza e la distruzione in Africa e altrove, quei potentati che dominano la società italiana e non solo, dichiarano al contempo guerra alle classi subalterne dei loro paesi d’origine, dilaniano le nostre società, vi diffondono la fame, la disperazione, l’alienazione. Uccidono per debiti qui e per fame lì. Si dichiarano nostri nemici nel momento stesso in cui lo sono per i popoli oppressi dal giogo neocoloniale.

Di qui il valore, anche per noi presente, cosa nostra in tutto e per tutto, del pensiero e dell’esempio di Sankara. Di qui la forza della sua esortazione a decolonizzare la nostra mentalità, a concepire la fratellanza umana come indirizzata a condurre e vincere una guerra comune contro i nostri sfruttatori, i nostri padroni, i nostri carnefici.

Thomas Sankara, il suo Burkina Faso libero e capace di lottare efficacemente contro l’analfabetismo, la malattia e la fame, per la vita e la felicità di tutti, vivono dunque in noi, nelle nostre lotte quanto in quelle del suo popolo e degli altri popoli d’Africa. La sua voce tranquilla, il suo sguardo limpido c’invitano a non restare chiusi in casa ad aspettare che il nemico di classe ci metta in ginocchio, ma a uscire a lottare, a vivere.

Thomas Sankara c’invita a fare anche dell’Italia il luogo che lui stesso intendeva costruire nella sua terra, cancellando la denominazione coloniale per introdurne una di carattere programmatico, evocativa di un’Utopia che si fa fatto concreto: “terra degli uomini retti”.

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