Crisi, macelleria sociale e «Ideologia Europea»

9782930402512FSCon il No Monti Day, la contestazione di massa alle politiche di austerità imposte dalla troika UE-FMI come risposta alla crisi economica sembra finalmente essere arrivata anche in Italia. Certo, molto ancora c’è da costruire e molte esitazioni, reticenze e opportunismi devono essere spazzati via perché un movimento all’altezza della situazione faccia la sua definitiva apparizione sulla scena nazionale, ma ci pare di poter dire che il primo, decisivo passo nella giusta direzione sia stato compiuto.

La lotta contro il regime tecnocratico di Monti e le forze sovrastrutturali (a cominciare dai partiti che lo sostengono) e strutturali (i grandi potentati economici e finanziari che nell’esecutivo sono rappresentati) su cui esso si fonda, richiede però anche un’opera profonda di depurazione delle nostre coscienze dai condizionamenti ideologici subiti negli ultimi trent’anni di strapotere egemonico della borghesia.

Basta con l’economismo borghese, dunque, e basta con il keynesismo, sepolto dalla Storia insieme al compromesso socialdemocratico, come ratificato dall’inserimento, votato anche dalla socialdemocrazia europea in tutti i paesi dell’UE, della «regola d’oro» del pareggio di bilancio nelle carte costituzionali nazionali.

E basta anche, e forse soprattutto, con la sudditanza all’angusto e reazionario disegno d’integrazione europea, pensato su misura per le classi dominanti del capitalismo imperialista. Basta con l’illusione di poter contrapporre all’Unione Europea del Capitale una chimerica «Europa dei popoli». È venuto il tempo di riconoscere i poli della contesa per come essi si presentano, e quindi d’identificare l’europeismo come un avversario irriducibile dell’internazionalismo e combatterlo teoricamente in modo efficace.

Proponiamo per questo un primo stralcio, da noi tradotto, de «L’Idéologie Européenne»[1], testo pubblicato in Francia e Belgio nel 2008, scritto da tre autori militanti del Partito Comunista Francese: Aymeric Monville, collaboratore del nostro sito, Benjamin Landais e Pierre Yaghlekdjian.

Nel prossimo futuro ci ripromettiamo di fornire ai nostri lettori la traduzione di ulteriori stralci di questo libro prezioso, di cui proponiamo a seguire parte dell’introduzione, con l’auspicio che essa possa contribuire ad alimentare un dibattito pubblico fino ad ora non abbastanza sviluppato, nell’Italia dell’apparente unanimismo europeista. [N.d.R.]

***

Perché parliamo di «Ideologia Europea»? Perché le giustificazioni del discorso pro-europeo, malgrado la diversità delle sue colorazioni politiche, si fondano tutte sulla stessa fonte e servono tutte a un medesimo fine: lo sviluppo senza ostacoli del capitalismo globalizzato nei paesi del continente.

La «Ideologia Europea» ha un’apparenza: la convinzione che il quadro politico europeo (quello dell’UE attuale o da costruire) celi virtù straordinarie e possibilità infinite. A questo livello, essa prende il volto neutro dell’ineluttabilità di un cambiamento di scala della pratica politica. Così si sente dire in ogni occasione, su questo o quel tema – immigrazione, ecologia, disoccupazione, politica estera – che «la soluzione non potrà che essere europea», prima di precisare quale essa debba essere. Così ci hanno dato a intendere che ben inteso, «ci vuole una Costituzione per l’Europa», senza che dobbiamo sentirci obbligati a far troppo caso al suo contenuto. Così i liberisti non si peritano di difendere la pianificazione di Bruxelles, quando questa sopprime posti di lavoro (nell’agricoltura o nella pesca, ad esempio). Così i socialisti non temono di rivendicare che a livello europeo si vieti di sviluppare quelle politiche che essi stessi proponevano non molto tempo fa a livello nazionale. Questa apparenza è la chiave del suo successo, ma anche un potente fattore d’illusione.

Al di là della prima apparenza, la «Ideologia Europea» resta strettamente legata alla realtà della «costruzione» europea e alle sue premesse nel XX secolo. La sua origine e la sua coerenza sono da ricercarsi in quelle dell’integrazione europea stessa. Si tratta di una forma particolarmente ben elaborata del discorso e della coscienza di coloro che hanno costruito l’Europa, un gruppo – o un’élite – che resta assai ristretto, quale che sia il periodo preso in esame. La professione di fede tecnocratica (ogni problema politico ha una soluzione tecnica), la base liberista (la concorrenza generalizzata è il principio regolatore fondamentale di ogni società), le affermazioni aristocratiche (l’azione del numero più ampio non deve interferire nel governo dei «migliori») e le prese di posizione imperialiste o colonialiste (l’Europa – con il resto dell’Occidente – ha la responsabilità di dirigere il resto del mondo) non sono degli incidenti sul percorso della «costruzione» europea, ma le espressioni più o meno sofisticate e giustificatrici delle linee di condotta adottate nel corso degli anni. Esse beneficiano del vantaggio dato dalla loro antichità, che ne fa dei luoghi comuni accettati ben al di là delle classi sociali che costituiscono la «aristocrazia» europea, giustificandone il potere politico ed economico con il suo spirito d’impresa e di apertura, le sue competenze e i suoi capitali.

L’Ideologia Europea non è che una delle forme assunte dall’ideologia dominante, quella presa da tale ideologia nel momento in cui il centro propulsivo a livello politico non è più lo Stato-nazione, ma un’entità sovranazionale. In effetti, passare dal quadro nazionale a quello europeo non è né naturale, né innocente, né indifferente. Questo atto non è separabile da un’accettazione dei limiti imposti dalla «Ideologia Europea» alla riflessione e alla pratica politiche. Nessun dubbio che i rappresentanti dei grandi gruppi industriali e finanziari traggano profitto nel quadro politico europeo attuale e che si approprino logicamente di questa ideologia che consolida il loro dominio. Con un certo numero di tecnocrati ausiliari, sono essi che fondano e controllano le istituzioni europee e che più sono a loro agio nella perpetuazione di un mito così seducente. In posizione egemonica, quest’ideologia gioca quindi un ruolo di primo piano nelle battaglie sociali, quando certi avversari dichiarati della «Europa capitalista e liberista» s’inseriscono, in buona fede, nello stesso quadro ideologico.

In effetti, domandiamoci se il modo migliore di difendere l’esistenza dei servizi pubblici in Francia sia invocare lo sviluppo di «servizi pubblici europei» – per esempio in nome di una pretesa presa d’atto dell’internazionalizzazione crescente della produzione. Ciò significa dichiarare, di colpo, che la mobilitazione sociale che può avere luogo nel nostro paese su tale obiettivo preciso non può che avere una legittimità ridotta, dipendente dalla posizione della Francia nell’UE e nell’attesa di una ripresa contingente di questa lotta in un altro paese membro. Significa, inoltre, rimettersi ai meccanismi di decisione (reali e non soltanto istituzionali) europei, che sono il risultato di rapporti di forza favorevoli in modo schiacciante alle forze capitaliste. Vuol dire, nello stesso tempo, conferire una legittimità accresciuta a un’Unione Europea che resta uno dei ferri di lancia delle politiche antisociali a tutti i livelli. E significa, per finire, ridurre la nozione di «servizio pubblico» a quella di una «eccezione francese», subito interpretata come anomalia, rendita pericolosa, dagli apostoli mediatici del liberismo. Significa dunque aumentare le proprie possibilità di sconfitta, utilizzando armi ideologiche del tutto controproducenti.

La lotta contro l’Ideologia Europea implica il suo integrale rifiuto. Non dobbiamo assolutamente difendere una «altra Europa», né la «vera Europa», poiché ciò equivarrebbe a dar prova di cecità riguardo la natura reale – e non onirica – dell’Ue e, soprattutto, contribuire a sviluppare dei diversivi sul fronte delle lotte sociali. Noi non crediamo che la liquidazione della democrazia sia un errore emendabile della «costruzione» europea; noi sosteniamo che essa sia il fondamento e la finalità stessa del suo progetto.

«Allora cosa proponete?» dirà già chi crede di trovarsi al supermercato della Storia, intento a scegliere davanti a quale merce politica vorrà inginocchiarsi.

L’europeista, sia egli intellettuale mediatico, politico dell’alternanza od opinionista sulla stampa, ci presenta la sua visione del mondo attraverso l’oblò della televisione: cittadino di un’Atlantide prospera in un oceano di violenza, si è naturalmente convertito all’Europa, unica utopia rispettabile. Né più né meno come, quando un giornalista di France Inter fa un reportage sul potere d’acquisto, entra nel primo negozio che trova nella via in cui abita (un cioccolataio della rue d’Auteuil[2]). Per l’europeista, l’Europa è un mondo che si divide in tre categorie sociali: il pubblicitario, il piccolo imprenditore e il tecnocrate illuminato e benevolo. È, insomma, l’universo intorno al quale egli gravita, quello dei quartieri alti delle capitali europee e dei lettori del Financial Times. Egli è contro la guerra in Iraq a causa del rischio di attentati in Francia. Il Commissario Barroso lo rassicura, Jacques Delors gli s’impone, gli scioperi lo spaventano.

L’europeista dunque ci domanda: «cosa proponete?» Noi non proponiamo niente a lui in particolare, perché ci è indifferente. Per i lavoratori esiste altro: la realtà! A quelli che lottano da tempo non abbiamo nessuna pretesa d’insegnare cosa devono fare. Il nostro testo sarà, speriamo, un appoggio supplementare per organizzare la lotta.

La redazione collettiva di questo libro è stata guidata da quattro idee fondamentali:

– Identificare le conseguenze reali della «costruzione europea». Di qui trasparirà come invece di una «costruzione» si tratti essenzialmente di uno smantellamento della capacità di resistenza dei popoli alla dominazione del capitalismo globalizzato.

– Tracciare la genealogia dell’Europa come mito politico e culturale. Tramite ciò si potrà constatare il parallelismo tra le sconfitte del movimento operaio e l’egemonia crescente dell’Ideologia Europea come scappatoia comoda in ogni discorso sul progresso sociale.

– In risposta alle lacune teoriche dell’altermondialismo, tentare di comprendere in quale logica imperialista l’Europa s’inscriva.

– Fare una critica complessiva dell’Ideologia Europea. Attraverso questo passaggio si chiarirà la posta in gioco di classe che si nasconde dietro il sogno europeo. La decostruzione degli Stati corrisponde alla strategia del Capitale del dopoguerra. Il suo riscontro filosofico consiste nella «distruzione della ragione» e della nozione di progresso. L’Ideologia Europea, compresa la sua componente pseudo-umanista, compie questo processo e si presenta come utopia realizzata di una fine trionfale della Storia. L’homo eupeanus è lo happy dog di Fukuyama[3], ultima parola della civiltà liberista.

Se lo scenario ci pare scritto e la fine ineluttabile, senza dubbio è perché abbiamo ancora troppo rispetto per lo sceneggiatore. Se l’Ideologia Europea ha regnato in modo così totale e profondo, è perché abbiamo avuto troppo riguardo per questa vecchia chimera, l’Europa, la pretesa civiltà europea. Se i popoli hanno potuto adattarsi a tanto regresso economico, culturale, politico in nome dell’Europa, allora la loro possibilità, in nome della ragione come in nome della sopravvivenza, è scacciare il mito europeo dalla loro testa – ciò che non accadrà senza lottare.


[1] AA.VV., L’Idéologie Européenne, Editions Aden, Bruxelles 2008

[2] Via chic di Parigi, situata nel 16° arrondissement della capitale francese.

[3] Francis Fukuyama, collaboratore del governo USA e teorico della “fine della storia”, ovvero dell’identificazione del capitalismo come ultimo stadio dello sviluppo sociale umano, in un saggio dal titolo The End of History and the last man, pubblicato all’indomani della fine del blocco socialista, nel 1992.

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