«Riprendiamoci la sovranità, ma non per darla alla Banca di Spagna!»

Intervista a José Luis Centella, segretario del Pce e portavoce del gruppo parlamentare di Izquierda Plural

a cura di Alessio Arena

su Liberazione – Giornale comunista, lunedì 8 luglio 2013

IMG_0598Quanti hanno formato – o trasformato – il proprio immaginario politico nel corso degli anni Novanta, nella belle époque del capitalismo occidentale che si adoperava per rieducare le masse all’ideologia della «fine della Storia», sono stati abituati a pensare alla Spagna come a un paradigma di modernità. Provata da una lunga dittatura e piagata conseguentemente dal sottosviluppo, plasmata poi dal lungo periodo del monopolio socialista del potere sotto Felipe Gonzales, la nazione iberica è parsa per un breve, fugace momento fiorire in una molteplicità di possibilità, convertendosi nel paese dei balocchi di una speculazione finanziaria che si pretendeva fosse in grado di distribuire i propri benefici alla popolazione in modo uniforme e senza soluzione di continuità. Il monito leninista circa la tendenza della metropoli capitalista a privarsi della struttura produttiva e a sviluppare un sistema di relazioni economiche parassitarie, così ben sistematizzato ne «L’imperialismo», è rimasto per lungo tempo inascoltato. Lo si presentava come l’eco di un trapassato remoto da dimenticare e di cui la prima, apparentemente folgorante legislatura del governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, vittorioso nelle elezioni del 2004 e subito celebrato come faro della nuova sinistra, parve ad alcuni la pietra tombale. Le conquiste nel campo dei diritti civili, celebrate come una svolta epocale dall’infinito potenziale di liberazione sociale, sono state capaci di far dimenticare con sconcertante facilità a una parte significativa della sinistra europea (e italiana) la centralità ineludibile del conflitto di classe.
Un’illusione passeggera. Il 2009, anno dell’affacciarsi della crisi strutturale del capitalismo nelle società europee, ha fatto rapidamente giustizia del «modello spagnolo». O del «non-modello», come lo chiama José Luis Centella, eletto segretario generale del Partito comunista di Spagna proprio in quell’anno cruciale e oggi anche portavoce del gruppo parlamentare della sinistra unita al Congresso dei Deputati di Madrid, dopo il successo elettorale del novembre 2011.
Proprio nella sede del Parlamento spagnolo incontriamo Centella. È un tardo pomeriggio d’inizio luglio e i deputati sono in seduta. Malgrado la rarefatta atmosfera estiva, l’edificio è animato: si voterà a breve il tetto di spesa per gli enti locali.

La Spagna ha costituito per lungo tempo un modello per i sostenitori della deindustrializzazione e della cosiddetta «terziarizzazione» delle economie europee. Come si presenta oggi il suo tessuto economico?
Lo schema degli anni Novanta e Duemila, che ha radici nella Transizione che nel ’77 ha posto fine al fascismo, ha rappresentato una grande truffa. L’entrata nell’Unione Europea ha comportato una riconversione industriale e farla finita con il poco tessuto produttivo che c’era in Spagna, sottomettere l’agricoltura alla politica agricola comune e praticamente smantellare il settore della pesca. Il tutto per diventare un paese vincolato alla speculazione immobiliare e bancaria, senza una qualsivoglia base di economia produttiva. Ovviamente il boom dell’edilizia non poteva essere infinito e il settore bancario, molto legato alla costruzione e all’economia speculativa, è crollato a sua volta. Tutto ciò ha portato a un’economia profondamente debole, in particolare riguardo all’occupazione. I dati della disoccupazione in Spagna sono tremendi, anche peggiori di quelli di paesi che conoscono una crisi più profonda della nostra, perché da noi l’occupazione non era sostenuta da un’economia produttiva, ma da un settore edilizio scollegato dalle necessità del paese e votato a quelle della speculazione, legato anche a un’apertura con scarsi controlli all’importazione di capitali che ha permesso l’insediarsi in Spagna di determinate mafie, soprattutto nel litorale. Sulle prime si è effettivamente registrata una crescita economica, ma priva di qualunque base. Si sono generati posti di lavoro, ma tanto precari da essere spazzati via alla prima apparizione della crisi. Dunque non possiamo costituire in nessun modo un modello, ma al contrario un non-modello. Quello che è successo in Spagna, con una economia uscita da una dittatura, caratterizzata da una certa autarchia, è che invece di dar vita a un processo di socializzazione del tessuto produttivo in quel momento esistente, si è voluto distruggerlo e aprire la porta alla speculazione più brutale. Certo il settore turistico funziona ancora, ma evidentemente esso non permette di risollevare l’economia. Per tirare le somme, ci ritroviamo con sei milioni di disoccupati, senza disporre di alcun modello economico perché non c’è industria, l’agricoltura è subordinata agli interessi europei e la pesca, che avrebbe delle potenzialità, sopravvive in forma residuale.

In quali condizioni materiali di vita si trova la popolazione?
Assistiamo a una forte stratificazione. Chi dispone di un lavoro non soffre la crisi. Poi c’è un’ampia fascia di lavoratori precari, le cui condizioni di lavoro si deteriorano rapidamente, ed è in questo secondo settore che s’incontrano fasce colpite dalla povertà. E poi c’è una enorme massa di disoccupati sempre meno protetta. Con tutta la disoccupazione che si è generata, ben al di là di quanto non ammetta il governo, i dati dicono che sta aumentando il numero di persone, già più di un milione e mezzo, che non beneficiano di nessun tipo di aiuto. Circa un milione di famiglie ha tutti i componenti disoccupati. Un tale livello di difficoltà in tempo di pace non si vedeva in Spagna da anni remoti del secolo scorso. Se si eccettuano le catastrofi causate dalla guerra civile, non si era mai assistito a un degrado di questa entità. Nella regione da cui vengo io, l’Andalusia, in questo momento vengono distribuiti ogni giorno diecimila pasti di emergenza per bambini che non hanno accesso a un adeguato livello di alimentazione, e comunque in questo modo si copre appena la metà della richiesta. Tutto questo porta con sé, come conseguenza, un senso di degradazione sociale, perché interessa gente che appena due anni fa svolgeva mansioni lavorative anche di alto livello, con un salario di tremila o quattromila euro e che ora non ha più nulla, perché nel cortocircuito assai serrato tra guadagno e consumo non c’era spazio per il risparmio: tutto quel che si guadagnava si spendeva, e ci si indebitava. Con il sopraggiungere del crack, molti si sono trovati completamente indifesi. La degradazione sociale porta solo in parte a una presa di coscienza, perché parallelamente cresce anche un senso di disaffezione per tutto: alcuni reagiscono, altri aspettano semplicemente che tutto vada a rotoli.

In che modo il governo del Partito popolare (PP) porta avanti le politiche dettate dalla trojka UE-BCE-FMI? Con quale livello di complicità con il Partito socialista (PSOE)?
Innanzitutto bisogna segnalare che il primo a dare corso alle politiche della trojka è stato il governo del Partito socialista. Nel maggio del 2010 Zapatero sale alla tribuna e dice: «Signori, bisogna assumere il mandato della trojka e dare inizio a una politica di austerità». E così comincia a tagliare i salari e la spesa pubblica. Sempre il PSOE ha dato impulso alla revisione dell’articolo 135 della Costituzione, con cui si dà assoluta priorità al pagamento dei debiti con le banche. Dunque a far propria l’agenda della trojka sono stati prima di tutto i socialisti. Quando il Partito popolare vince le elezioni, dà un ulteriore giro di vite. Il PP sta approfittando della pressione esercitata dalla crisi come pretesto per portare avanti, sotto mandato della trojka, riforme altrimenti impossibili. Hanno distrutto la contrattazione collettiva e diritti sociali consolidati da tempo, fino ad esempio a tentare di abolire i permessi per i decessi in famiglia. Si cominciano a privatizzare i servizi pubblici, ed è in questo settore che l’offensiva è più violenta, perché il capitale speculativo non ha nessuno sbocco di reinvestimento, se non la gestione dei fondi pensionistici e della sanità. Dunque si privatizza, e chi sta comprando gli ospedali sono fondamentalmente compagnie private controllate dalle banche, impossibilitate a lucrare ulteriormente sulla costruzione di abitazioni. Dunque viene esercitata una forte pressione perché tutti abbiano un fondo pensione privato, e nel senso comune viene imposta l’idea che con la pensione pubblica non sia possibile affrontare la vecchiaia. Il tentativo di fondo non ha nulla a che vedere con la risposta alla crisi: il Partito popolare sta lavorando perché i cambiamenti fin qui apportati si consolidino, dando luogo a un cambio di modello sociale, economico e lavorativo. Stanno lavorando per rendere molto difficile tornare indietro, casomai venissero un domani sconfitti alle elezioni. Noi chiamiamo tutto questo «processo decostituente»: si dà luogo a cambiamenti in senso involutivo per fare in modo che scompaiano le conquiste realizzate durante la Transizione. E non solo nell’istruzione, nel diritto alla casa, nella sanità, ma in tutti i settori.

Con quali forme si organizza la resistenza popolare? E in particolare, quale esito politico ha avuto la stagione del movimento del 15 Marzo, degli «indignados»?
Il movimento degli indignati sorge prima dell’arrivo al potere del Partito popolare, sotto il governo socialista, come reazione a quello che la popolazione e la gioventù in particolare percepisce come una grande truffa: l’aver sviluppato la falsa percezione della crescita economica per poi dir loro che si troveranno a vivere peggio dei loro genitori. La colpa è attribuita alle istituzioni e dunque si scende in piazza per protestare, manifestare la propria indignazione. Questa è una forma di lotta, ma incontra il suo limite nella misura in cui non si ottengono risultati concreti. E in mancanza di questo elemento qualunque movimento di lotta entra in sofferenza. Il movimento 15-M è stato un primo passaggio, che poi si è ramificato in movimenti successivi più concreti. È stato così che ha fatto la sua apparizione la lotta più importante dell’anno passato: quella contro gli sfratti, portata avanti da coloro che vengono colpiti dall’impossibilità di pagare il mutuo e perdono la casa. Un fenomeno molto esteso, perché la bolla speculativa immobiliare si alimentava appunto grazie all’erogazione dei mutui. Sono state raccolte un milione e mezzo di firme per presentare una legge d’iniziativa popolare, c’è stata una forte pressione, ma il Partito popolare, nonostante noi fossimo riusciti a ottenere che la proposta venisse dibattuta in parlamento, l’ha bloccata. Di qui sono poi nate ulteriori espressioni settoriali di lotta nella sanità, nell’istruzione, nella giustizia che hanno avuto uno sviluppo significativo.

Nel corso degli anni Duemila Izquierda Unida (IU), il movimento politico e sociale della sinistra unitaria cui il PCE partecipa, ha conosciuto un momento di crisi verticale di consenso, che oggi sembra essersi rovesciato improvvisamente in una rapida ascesa. Come è potuto succedere? Quale è stato il contributo dei comunisti in tal senso?
La IX assemblea di Izquierda Unida ha sviluppato un’autocritica rispetto agli anni Duemila, centrata sulla nostra incapacità, in quella fase, di darci un profilo autonomo. Si è attuata una politica condizionata da quella del PSOE, in una situazione in cui non stavamo né al governo né all’opposizione, con la conseguenza dell’indebolimento del nostro profilo e della crescita conseguente del voto utile al PSOE a discapito di IU. Ciò ci ha portato a una situazione molto precaria. Nelle elezioni del 2008 siamo arrivati a ottenere solo due deputati, uno di IU e uno di Iniciativa per Catalunya. Il Partito comunista, insieme ad altri settori di IU, è stato il promotore di questa autocritica e della ricomposizione del profilo di IU. Nell’assemblea generale del 2008, le posizioni sostenute dal PCE hanno ottenuto la maggioranza relativa e ciò ha dato il via a un cambio di strategia. La prima mossa nella nuova direzione è stata proporre uno sciopero generale contro il PSOE già nel 2009, concludendo in completa solitudine – nemmeno i sindacati proponevano allora lo sciopero generale – la fase della collaborazione con i socialisti. Da lì comincia una campagna di opposizione chiara e senza ambiguità nei confronti del Partito socialista e delle misure economiche antisociali del governo Zapatero.

Eppure, in particolare con la sua politica in materia di diritti civili, il governo Zapatero aveva suscitato grandi speranze…
Certo, sul piano dei diritti civili si sono fatti passi in avanti positivi, ma con la IX assemblea noi abbiamo stabilito una priorità fondamentale, riaffermando la centralità della contraddizione capitale-lavoro. È chiaro che se nella contraddizione fondamentale il PSOE si schiera contro i lavoratori, noi non possiamo collaborare con quel partito, anche se si possono realizzare convergenze in tema di divorzio, matrimoni gay e in generale sui diritti civili: l’essenziale sono le posizioni in materia economica. Su questo si è costruita la svolta praticata da IU nel 2009, condotta da un gruppo dirigente di cui il Partito comunista fa parte. Con Cayo Lara come coordinatore federale abbiamo lanciato una campagna di alleanze sociali e politiche di cui il nostro gruppo parlamentare, Izquierda Plural, è espressione: di undici deputati IU ne esprime otto, risultando dunque l’elemento egemonico, cui si aggiungono due deputati di Iniciativa per Catalunya. Il PCE esprime a sua volta un’egemonia non matematica, ma politica: lo stesso Cayo Lara proviene dalle file del Partito comunista. Il PCE si sente profondamente coinvolto in questo processo politico e ha condotto una battaglia che ha contribuito in modo decisivo a sviluppare nel paese un’alternativa anticapitalista alla crisi.

Nella tua lettera ai militanti dello scorso 7 giugno hai chiamato al lavoro per rafforzare l’organizzazione del Partito e farne il centro per la riaggregazione dei comunisti in tutto lo Stato. Quali sono le prospettive di lavoro in questo senso?
Il mio appello scaturisce da un’analisi rispetto alla quale si possono trovare parallelismi con altri paesi d’Europa. Il punto è che la nostra influenza sociale, politica e anche elettorale è molto maggiore che la nostra struttura militante. Se non ci dimostriamo capaci di tradurre questa crescita d’influenza in un rafforzamento della militanza, l’ascesa elettorale potrebbe finire per esaurirsi. Dunque questo è il momento di concretizzare le nostre conquiste sul terreno dell’offensiva ideologica, dotandoci di strumenti. Di qui l’obiettivo di rafforzare il Partito, nella misura in cui esso risulta indispensabile come supporto a IU e alla nostra politica di alleanze. Ed è chiaro che non esiste rafforzamento possibile senza l’unità dei comunisti. Nel nostro paese il movimento comunista è molto frammentato, con elementi che si presentano a due livelli. Uno è esemplificato dalla crisi di IU prodottasi nelle Asturie e in Estremadura nella fase passata e che ancora non si è risolta. Nelle Asturie, ad esempio, molti sono i comunisti fuori dal Partito e fuori da IU e l’unificazione dei comunisti sarebbe un fatto importante in questa fase. Dall’altra parte c’è l’appello, che da parte nostra viene da lontano, al Partito dei Comunisti di Catalogna, il partito fratello che insieme a noi costruisce IU nella regione, ma che ancora non si è unificato con il partito federato con il PCE, il Partito Socialista Unificato di Catalogna (PSUC), e a tutti i vari gruppi comunisti nati dall’abbandono del Partito da parte di nuclei militanti nel corso delle varie crisi che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Senza un Partito forte, la base elettorale può disgregarsi in poco tempo.

La Spagna è uno Stato plurinazionale attraversato da tensioni indipendentiste. Quali sono le cause della situazione?
Lo Stato spagnolo è molto antico, ma non ha conosciuto una rivoluzione borghese. In tutta Europa è stata la borghesia a fondare e unificare le comunità nazionali nel XIX secolo. In Spagna questo non è avvenuto: lo Stato era dominato dall’oligarchia latifondista andalusa e dalla burocrazia madrilena. Conseguentemente non si è avuto il consolidamento di una coscienza nazionale. Di qui la fragilità cui fai riferimento. L’esistenza di comunità linguistiche differenti rende ancor più precaria l’unità di quello che paradossalmente è uno degli Stati più antichi d’Europa. La destra, in tutto questo, ha utilizzato storicamente il nazionalismo centralizzatore come elemento di lotta contro i nazionalismi comunitari, e dunque la borghesia di ciascuna delle comunità non si è mai sentita parte di un progetto di Stato. Ciò significa che in questo momento si è generata una situazione nella quale, in molti casi, la pulsione identitaria non è connessa con la realtà e sortisce l’effetto negativo di dividere la classe operaia. Oggi la lotta fondamentale è quella contro la crisi, ma ci sono realtà come quella catalana in cui si vuole assegnare una priorità al discorso nazionalista.

E i comunisti che posizione esprimono in proposito?
Per noi la linea di demarcazione che stabilisce l’ancoraggio della salvaguardia dell’identità alla realtà è nel rapporto con la crisi: oggi è a questo elemento, che definisce la realtà in cui vivono tutti gli spagnoli, che bisogna dare priorità. Noi risolviamo il problema proponendo uno Stato federale che attribuisca alle differenti nazionalità il diritto di decidere. Non è facile, ma dividerci non fa altro che rendere più precarie le nostre condizioni. La Spagna non è uno Stato nazionale uniforme, e non solo perché esistono tre comunità linguistiche molto consolidate come la galiziana, la basca e la catalana, ma soprattutto perché esistono realtà molto differenti e con strutture economiche molto differenti. Si tratta di dare forma all’unità nel rispetto dell’identità di tutti.

Nel discorso politico di IU e del PCE la lotta per una Terza Repubblica assume una rilevanza particolare. Puoi spiegarci in che modo?
La Spagna ha vissuto una cruenta guerra civile, quarant’anni durissimi di dittatura e un’uscita dalla dittatura in cui le forze della sinistra o in generale progressiste non hanno ottenuto la maggioranza. Si è trattato di un’uscita pattata. In conseguenza non c’è stato, com’è avvenuto in Italia, un referendum istituzionale. Qui si è sottoposta a referendum la Costituzione, ma non si è mai messa in discussione la forma monarchica dello Stato: con la vittoria del “si” avremmo ottenuto una monarchia costituzionale, con quella del “no” una monarchia fondata su principi dittatoriali. Dunque è una menzogna affermare che la monarchia si sia consolidata con la Costituzione: nel ’78 in Spagna si è votato se avere o meno la democrazia, non la monarchia. All’epoca il Partito comunista ritenne che la lotta fondamentale fosse quella per la democrazia e non diede battaglia per la repubblica. Il tempo è passato e oggi ci pare logico che il popolo possa infine scegliere tra monarchia e repubblica. Il popolo non è mai stato monarchico. Quel che è successo è che si è costruita un’immagine di Juan Carlos come salvatore della democrazia, che però ultimamente si sta sgretolando: la casa reale non rappresenta un modello di etica, né di buona condotta. La base di consenso della monarchia si fa sempre più precaria. Solo pochi anni fa la gente nelle strade si spaventava a sentir parlare di repubblica, mentre oggi il dibattito è entrato nella quotidianità e viene percepito come normale. Molte personalità della cultura e dello spettacolo si dichiarano ormai repubblicane, e con loro una quantità crescente di gente normale, non attiva politicamente. Ma soprattutto sta crescendo un sentimento sempre più avverso alla casa reale, alimentato dagli scandali che l’hanno investita negli ultimi tempi.

Quali caratteri presenta il progetto repubblicano che proponete?
Noi siamo e sempre siamo stati un partito repubblicano. Riteniamo che la repubblica sia la forma naturale di governo, contrariamente alla monarchia in cui a comandare è la genetica: è assurdo che io possa eleggere il mio amministratore di condominio e non il capo dello Stato! Ma noi proponiamo una repubblica che non sia neutra: siamo d’accordo sulla repubblica, ma questo non è che metà del cammino. E d’altra parte nella nostra esperienza storica il concetto di repubblica non è mai stato neutrale ed è sempre stato avversato dalle oligarchie. Ciò perché la repubblica apre la porta a che la gente si senta padrona del proprio destino. In questo modo la causa repubblicana acquisisce una connotazione sociale, e noi siamo per una repubblica dal carattere sociale, che superi quella del ’31 pur essendone erede, perché la Storia intanto è andata avanti.

Come si pone, secondo il PCE, la questione della sovranità nazionale nel quadro della crisi e in relazione a istituzioni sovranazionali come la Nato e l’UE?
In un primo momento l’Europa in Spagna è stata vissuta come un mito: al paragone con il franchismo l’Europa democratica era vista come qualcosa di positivo, cosicché il sentimento europeista ha avuto uno spazio importante. Mentre la Nato non è mai stata percepita come un elemento positivo, perché le potenze occidentali non hanno avuto il ruolo nella fine del fascismo che pure hanno giocato da voi, l’Unione Europea è invece stata vissuta come un fattore di democratizzazione. La spinta a incorporarsi nel processo di costruzione europea in Spagna è stata fortissima ma poi, invece di passare dalle sovranità nazionali a una grande sovranità europea, ci si è trovati di fronte a una dittatura, a una perdita di controllo: stiamo cedendo la nostra sovranità a una Banca Centrale Europea sottratta a qualunque controllo democratico. Si è in effetti trattato di una trappola e nessuno vuole che la sovranità delle nazioni scompaia per lasciare il posto a una dittatura europea! Noi non siamo anti-europeisti, ma in questo momento siamo contrari all’Unione Europea concretamente esistente: un’UE con un enorme deficit democratico, tremendamente estranea a ogni logica sociale. Noi proponiamo la rifondazione dell’Europa, non dell’Unione Europea e in questo senso affermiamo che occorre recuperare la sovranità. Se la sovranità debba esercitarsi all’interno dello Stato nazionale o in una federazione europea è tema di un dibattito ancora irrisolto: certo che vogliamo recuperare la sovranità, ma non per consegnarla alla Banca di Spagna! Noi vogliamo che la sovranità sia recuperata dal popolo tramite la costruzione di una democrazia partecipativa e per questo lottiamo.

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