Alessio Arena al Congresso internazionale “Marx em Maio” (con video) – Lisbona, 8-10 maggio 2014

Nella mattinata di sabato 10 maggio, il nostro redattore Alessio Arena ha preso la parola nel corso del dibattito su “Movimenti sociali e lotta politica” del Congresso Internazionale Marx en Maio, tenutosi presso i locali della Facoltà di Lettere dell’Università di Lisbona nei giorni 8, 9, 10 maggio. Riportiamo il testo e il video (in francese) dell’intervento, vertente intorno alla presentazione del contenuto del suo libro “Dove vanno gli italiani?“.

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La fase internazionale, dal golpe fascista in Ucraina all’avanzata organizzativa ed elettorale dei partiti d’estrema destra in molti paesi d’Europa, evidenzia l’attualità di una questione centrale per la comprensione di quanto avviene oggi nel mio paese: quella dell’attualità dell’antifascismo. Le radici profonde della presente situazione affondano in dinamiche non contenibili nei confini nazionali italiani e investono il complesso del mondo capitalista che attraversa una crisi di sistema di inedita profondità e dagli sbocchi imprevedibili: a fronte del riaffacciarsi sulla scena europea della violenza fascista come risposta al crescere delle tensioni sociali, l’antifascismo s’impone come questione connessa intimamente con quella della trasformazione in senso socialista della società. Esiste un nesso indissolubile che lega i processi d’involuzione reazionaria in atto, in forme diversificate, in tutto il Vecchio Continente con la complicità della Trojka alla natura profonda del capitalismo giunto nella sua fase imperialista.

L’antifascismo non è dunque soltanto negazione o contrapposizione con le forze organizzate dell’estrema destra: esso definisce, se conseguente, i confini di un fronte politico e sociale autenticamente democratico ed è dunque questione centrale della lotta di classe nel nostro tempo, se si considera come solo pochi mesi fa, e precisamente la scorsa estate, la banca d’affari americana JP Morgan abbia pubblicato un documento di sedici pagine in cui s’indicava come obiettivo prioritario per l’Europa continentale la rottura con la sua eredità e le costituzioni da esso nate. Ne sapete qualcosa voi, qui in Portogallo, considerando la lunga battaglia, quest’anno giunta al suo quarantennale, dei lavoratori e delle forze democratiche portoghesi per difendere e far vivere i valori della Rivoluzione d’Aprile tradita per riportare il vostro Paese nella sfera d’influenza statunitense e imprigionarlo dentro le dinamiche della Guerra Fredda e della fedeltà all’Alleanza Atlantica e alla dogmatica liberista.

Ho ritenuto necessaria questa premessa per dare la giusta prospettiva storica e concettuale alla mia trattazione circa la fase attuale che attraversa l’Italia. Collocare nel flusso della Storia del mondo e nazionale quanto va delineandosi oggi nel mio paese servirà a tracciare la linea di demarcazione tra gli elementi prettamente italiani e quelli generalizzabili, a restituire al complesso degli eventi la sua processualità e a inserirli in un quadro più ampio, in cui ciascun elemento possa essere analizzato nella luce corretta.

L’antifascismo come fronte teorico e campo politico di una lotta generale per la democratizzazione dei rapporti sociali, dunque. I passaggi etimologici dell’Italia contemporanea acquisiscono così il loro senso, fornito dalla lotta dei gruppi dominanti della società contro l’eguaglianza sostanziale tra gli esseri umani portata tra i fatti concreti del mondo dalla vittoria della Rivoluzione socialista d’Ottobre e la sua esplosione a livello planetario con la disfatta del nazismo e del fascismo nel 1945. Una questione generale coniugatasi nel nostro Paese con l’emersione delle contraddizioni profonde del processo di unificazione nazionale compiutosi nel 1861: un vero e proprio processo di colonizzazione del Sud da parte del Nord e il momento dell’emersione del blocco storico tuttora dominante nella vita nazionale, forgiato sotto i buoni uffici della classe dirigente piemontese espressione della borghesia liberale e monarchica vittoriosa nello scontro con quella democratica e repubblicana di Garibaldi, Pisacane, Cattaneo e della nostra grande cultura ottocentesca, tramite l’alleanza dell’alta borghesia industriale con i ceti burocratici e parassitari e con la malavita. Fu questo stesso blocco storico a produrre la vergognosa stagione delle guerre coloniali italiane – macabramente richiamata dalla partecipazione italiana ai bombardamenti contro la Libia nel 2011 – e, come frutto più compiuto, il fascismo.

La lotta antifascista culminata con la Resistenza – emblematicamente iniziata con lo sciopero generale del marzo 1943 che per giorni paralizzò la produzione bellica fascista, esprimendo il nuovo protagonismo della classe operaia italiana come nuova classe nazionale, patriottica perché opposta alla borghesia imperialista antinazionale che aveva sostenuto Mussolini e condotto insieme a lui il Paese alla guerra e alla rovina – ha rappresentato esattamente questo: la preparazione delle condizioni politiche per ingenerare una rottura nella Storia nazionale, far emergere un blocco di forze sociali antagoniste e ricollocare l’Italia nel solco della nuova Storia della trasformazione sociale iniziata nel mondo nell’ottobre 1917. In altre parole, l’antifascismo come espressione apicale della lotta delle classi lavoratici e delle loro organizzazioni per l’egemonia intesa in senso gramsciano. Proprio questa rottura, negata nei fatti per quattro decenni dal regime centrista imposto all’Italia nel 1947 dalla Guerra Fredda con la conseguenza della disapplicazione sistematica della Costituzione repubblicana del 1948 e della lunga lotta dei comunisti e dei democratici italiani per affermarne e farne applicare il contenuto, è l’oggetto oggi di una vasta campagna di negazione sviluppata dai vertici dello Stato e intesa ad affermare che essa non vi sarebbe mai stata, che mai sia esistita altra Italia che quella fondata dalle forze reazionarie nel 1861. Un risultato ideologico d’incalcolabile portata, conseguito grazie a quello che Gramsci avrebbe chiamato il “trasformismo” della sinistra post-comunista italiana dopo il 1991, uno dei passaggi cruciali del quale è stato la parificazione, solennemente affermata dall’ex dirigente del PCI Luciano Violante in occasione del suo insediamento alla Presidenza della Camera dei Deputati nel 1996, tra combattenti fascisti e antifascisti in nome della “riconciliazione nazionale”, e pochi giorni fa, il 29 aprile, riaffermata altrettanto solennemente da un altro esponente di primo piano del centrosinistra, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che sempre in nome della “riconciliazione” ha partecipato alla commemorazione della morte del giovane squadrista fascista Sergio Ramelli, ucciso da un commando di militanti dell’estrema sinistra nel 1975, da anni diventata il pretesto per l’organizzazione di una parata nazista proprio nel cuore della città simbolo della Resistenza e della Liberazione. Gli “opposti estremismi” vengono insomma riconciliati e superati, nel quadro della “democrazia” borghese, in nome della “ricomposizione” della comunità nazionale nel solco di una Storia senza rotture né alterazioni: quella scritta dalle classi dominanti.

La prospettiva entro cui attuare questa ricomposizione è, naturalmente, quella dell’integrazione europea. Un intenso lavorio propagandistico, favorito anche dalla subalternità ideologica con cui il movimento comunista italiano è andato conformandosi alle compatibilità europee a partire dagli anni infausti dell’Eurocomunismo, viene dispiegato per indicare agli italiani l’Unione Europea come il luogo del superamento delle contraddizioni interne in favore di un futuro di pace e di prosperità. Nel 1975, per mezzo di un’interpretazione capziosa e falsata del dettato costituzionale, è stato affermato il principio dell’automatica incostituzionalità delle norme di diritto interno non conformi ai trattati europei, facendo fare così all’Italia un passo in avanti decisivo non solo verso lo spossessamento della sovranità nazionale, ma anche verso il totale svuotamento e il superamento nei fatti della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista e in particolare dei suoi principi fondamentali, antitetici rispetto alla dogmatica liberista difesa da Bruxelles. Insomma: la falsa unità nazionale classista e antidemocratica del 1861 viene messa al servizio del più vasto progetto reazionario europeo delineato in sede atlantica che, concepito come strumento di guerra contro il campo socialista, con la sua fine è divenuto il luogo privilegiato dell’affermazione delle politiche neoliberiste e dell’ideologia della “fine della Storia” elevata a perno del consenso europeista e del nuovo senso comune dominante. Un’imponente operazione egemonica che non a caso ha in Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica, protagonista della trasformazione del PCI in senso liberaldemocratico fino all’attuale Partito Democratico e definito a suo tempo da Henry Kissinger “il mio comunista preferito”, il protagonista assoluto.

Proprio Giorgio Napolitano, abusando delle sue funzioni, è stato l’artefice del passaggio reazionario decisivo rappresentato dalla deposizione, nel novembre 2011, di un Berlusconi ormai inservibile per le classi dominanti e dall’avvento del governo tecnocratico guidato dall’ex commissario europeo e uomo della banca d’affari Goldman Sachs, Mario Monti. Un colpo di mano antidemocratico che ha chiuso la lunga transizione politica iniziata negli anni Novanta con la liquidazione del PCI ad opera di Achille Occhetto da un lato e con il crollo dei partiti che avevano retto il governo del paese durante la Guerra Fredda – Democrazia Cristiana e Partito Socialista – dall’altro: esso ha superato la fittizia dicotomia berlusconismo – antiberlusconismo e riaggregato al centro le forze politiche fiduciarie del capitale monopolistico e della Trojka in un blocco di potere che, dopo le elezioni parlamentari del febbraio 2013, si è riprodotto in piena continuità con il governo Monti, sostenendo gli esecutivi guidati da Enrico Letta e Matteo Renzi. Uomini, questi ultimi due, entrambi significativamente provenienti dall’area politica della vecchia Democrazia Cristiana oggi egemone in un Partito Democratico ai vertici del quale gli eredi del PCI, protagonisti della stagione del trasformismo che ne ha fatto i più leali difensori degli interessi delle classi dominanti, sono stati marginalizzati e ridotti all’impotenza. Il Partito Democratico ha dunque compiuto la propria trasformazione, ridefinendo lo scenario politico italiano in funzione degli interessi del capitale monopolistico e del blocco imperialista atlantico e riuscendo a provocare una scissione non soltanto nel partito di Berlusconi, ma soprattutto nel blocco sociale che lo aveva sostenuto per un ventennio. Ad oggi, il tentativo di ripristinare una situazione di alternanza bipolare di tipo europeo per stabilizzare la presa egemonica sulla società sembra lontano dal compimento e l’esito politico del protrarsi di questa legislatura fondata sulla convergenza al centro nel nome delle politiche imposte dalla Trojka appare difficile da prevedere.

Tra le principali conseguenze del compiersi della transizione interna del PD vi è sicuramente la definitiva riduzione all’obbedienza del principale sindacato italiano, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), un tempo egemonizzata dal PCI, strumento negli anni Ottanta dell’assalto della destra interna al partito contro Enrico Berlinguer e la sua politica della “alternativa democratica” e motore negli anni Novanta dell’involuzione in senso concertativo del sindacalismo conflittuale italiano. La CGIL, completamente controllata e asservita alle scelte del PD, coinvolta nell’involuzione in senso corporativo del sindacalismo confederale e attiva sostenitrice della Confederazione Europea dei Sindacati (CES), ha ormai stabilmente assunto una funzione di prevenzione del conflitto sociale, impedendo attivamente la mobilitazione dei lavoratori contro le misure di macelleria sociale assunte dai governi Monti, Letta e Renzi e riducendo all’obbedienza la moderatissima opposizione interna rappresentata dal sindacato di categoria dei metalmeccanici, la FIOM, che resta tuttavia la più forte e radicata organizzazione della classe operaia e l’assalto contro la quale da parte della dirigenza FIAT di Sergio Marchionne aveva emblematicamente aperto, nel 2010, la fase d’involuzione reazionaria attualmente in corso. Ancora una volta: colpire ed emarginare le organizzazioni operaie, anche se moderate, per disarmare del tutto la classe rivoluzionaria per eccellenza e impedirle così di adempiere alla sua funzione di guida della nazione nella lotta per la democrazia.

L’adesione della FIOM al modello concertativo, gli ostacoli posti alla sua azione da una CGIL ormai pienamente definibile come un sindacato giallo e fortemente burocratizzato e soprattutto – ci torneremo – l’assenza di un credibile referente politico per le lotte sociali ha finito per determinare l’emarginazione del gruppo dirigente del sindacato dei metalmeccanici e il suo fattuale rientro nei ranghi, in un paese in cui gli scenari di conflitto sociale si moltiplicano e la deindustrializzazione assottiglia di anno in anno il tessuto produttivo, desertificando economicamente intere province e determinando l’aumento vertiginoso di nuove diseguaglianze come l’approfondimento delle vecchie. Unica alternativa alla CGIL nella lotta per la ricostruzione di un movimento sindacale conflittuale è oggi il sindacalismo di base, che non riesce però per suo conto a trovare un principio unificatore e resta dunque disgregato e penalizzato da un insediamento territorialmente e socialmente non uniforme, malgrado l’interessante e positivo percorso di aggregazione che ha portato alla fusione di diverse organizzazioni nell’Unione Sindacale di Base (USB) oggi soggetto principale del sindacalismo conflittuale e che ha fatto la fondamentale scelta di campo di aderire alla Federazione Sindacale Mondiale.

In questo quadro d’inedita alterazione dei rapporti di forza in favore delle classi dominanti, la crescente arroganza del Capitale finanziario e la sua irrefrenabile influenza sulle istituzioni dello Stato determinano, tra le molte conseguenze, una dissennata corsa alla distruzione del territorio, al suo sfruttamento intensivo e alla sua cementificazione come mezzo per la valorizzazione del capitale, praticata tramite la man bassa sui fondi pubblici in perfetto accordo di complementarietà tra grande capitalismo, istituzioni europee e nazionali, malavita organizzata e mondo economico legato alla politica, con particolare riferimento alle ex cooperative “rosse” controllate dal PCI e oggi legate al PD e a quelle associate alla Compagnia delle Opere, espressione economica dell’organizzazione integralista religiosa Comunione e Liberazione. È ad esempio questo il caso della costruzione della rete ferroviaria ad alta velocità, che ha trovato in Val Susa, nei pressi di Torino, l’accesa resistenza di un vasto movimento di lotta dai connotati politici avanzati che gli hanno consentito di assumere una rilevanza nazionale. Solo un esempio, quello della Val Susa, di una fitta rete di movimenti contro la devastazione del territorio che, da nord a sud, mobilitano masse di popolo anche rilevanti, senza però trovare alcuno sbocco per via dell’assenza di un principio unificatore.

Non di rado, in virtù dello status di nazione di fatto occupata militarmente di cui l’Italia soffre dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (il nostro paese ospita 113 basi e installazioni militari straniere, USA e NATO), la lotta contro la devastazione del territorio si lega organicamente con forme di resistenza all’imperialismo e al militarismo: è il caso di due rilevanti movimenti dalla piattaforma avanzata registratisi negli ultimi anni quali quello contro l’ampliamento della base di guerra statunitense Dal Molin, in Veneto (movimento conclusosi con una disfatta) e quello, tuttora in corso, contro l’istallazione del sistema satellitare militare MUOS in Sicilia. Movimenti, questi che uniscono la difesa della salute umana e del territorio e la lotta contro il malaffare con la contestazione radicale alle logiche di guerra dell’Alleanza Atlantica. Questi movimenti in particolare faticano però a incidere in modo decisivo sull’opinione pubblica per via dell’affievolirsi della coscienza antimperialista provocato dall’acquiescenza della sinistra italiana alle avventure militari occidentali degli ultimi due decenni.

Se il malcontento operaio si esprime oggi soprattutto nell’astensionismo elettorale e in lotte spesso disarticolate o velleitarie, i ceti medi danno vita a reazioni più composite. È noto come, in passato, siano stati questi settori sociali a fornire la base al fascismo nascente. Essi coniugano una forma mentis individualista con forme di particolarismo sociale o territoriale esasperate, fomentate ad arte come mezzo per attrarli nella sfera egemonica delle classi dominanti. La ridefinizione dell’immaginario attraverso la rivoluzione passiva operata sul piano della morale e delle relazioni sociali transitata attraverso i passaggi nodali del Piano Marshall, del ’68 borghese e dell’ideologia social-libertaria degli anni Ottanta della proiezione egemonica del Partito Socialista di Bettino Craxi, ha avuto come risultato di dare in pasto i ceti medi alla macchina di propaganda ideologica dell’alta borghesia e d’inculcare loro un sentimento individualista che è andato sostituendosi al vecchio spirito comunitario della società tradizionale, esponendoli ai rigori della crisi economica come individui soli e incapaci d’interpretare le dinamiche sociali. Degni figli dell’istruzione modificata in funzione della “creazione di menti d’opera emancipate dal sapere critico” (questo auspicava il documento conclusivo di un convegno del 1995 dell’associazione degli industriali italiani), provvisti dunque di una preparazione tecnica incapace di fornire loro gli strumenti per un vaglio critico del senso comune, essi sono stati dapprima attratti dalle sirene della Lega Nord e del berlusconismo, mentre oggi si ricollocano al seguito del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Proprio il Movimento 5 Stelle rappresenta un elemento di novità che merita un particolare approfondimento, al di là delle prospettive di successo elettorale che esso possa avere a lungo termine. Il M5S è un fenomeno organicamente legato ai gruppi dominanti della società: tra i suoi fondatori e sovvenzionatori si trovano soggetti riconducibili all’Aspen Society e alla Trilaterale e, se è vero che all’indomani del successo elettorale del movimento grillino del febbraio 2013 la banca d’Affari Goldman Sachs ha salutato il M5S come il vero fattore positivo di novità della politica italiana, ciò ha assunto particolare evidenza con la visita resa dallo stesso Grillo all’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Il vero elemento di novità di questo movimento risiede nella proposizione sistematica della cosiddetta “e-democracy” come ideologia ispiratrice. Viene cioè accreditata l’idea che l’uso delle nuove tecnologie possa dar luogo a forme orizzontali ed egualitarie di partecipazione democratica “dal basso”, e viene negato, vilipeso e combattuto tanto il ruolo dei partiti politici come organizzatori della partecipazione democratica quanto quello dei sindacati dei lavoratori. Il tratto di maggiore novità reazionaria del M5S risiede appunto in questo: utilizzare le nuove tecnologie – gestite grazie a un ingente impiego di risorse economiche – come elemento per destrutturare alla base la socialità umana, promuovere la falsa coscienza di un illusorio egualitarismo virtuale e conseguentemente imbrigliare masse di ceto medio distogliendole dal malcontento sociale. Un passo in avanti fondamentale rispetto alle forme tradizionali di reazione, che sempre hanno dovuto fare i conti con i limiti posti dall’affermarsi del protagonismo delle masse organizzate nella vita sociale come tratto saliente della politica moderna.

A cosa tutto ciò possa preludere lo si è potuto osservare a due riprese, nell’autunno del 2011 e del 2013, con il movimento di forconi. Questo movimento che promuove istanze classiche del ceto medio soprattutto rurale e che alcuni mesi fa ha potuto paralizzare per alcune settimane la città di Torino, in pari tempo manifestandosi in tutto il paese, null’altro è stato se non una prima proiezione organizzata e coordinata dell’estrema destra su scala nazionale. Come sempre nascosto dietro parole d’ordine qualunquiste, il fascismo italiano tenta di riprodurre il processo di affermazione di fenomeni come Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria e il Fronte Nazionale in Francia. Organizzazioni neonaziste quali Lealtà e Azione e Forza Nuova, legate alla criminalità e protette da partiti parlamentari dal malcelato carattere fascista quali Fratelli d’Italia, si preparano in questo modo a raccogliere il lascito reazionario del grillismo e farne la base di un’ascesa possibile, favorita dal silenzio di un Partito Democratico significativamente quest’anno quasi del tutto assente alle celebrazioni del 25 Aprile.

Per far fronte alla situazione, per difendere i diritti sociali e le libertà democratiche contro gli attacchi della Trojka, della destra economica e di quella politica, l’Italia ha bisogno più che mai dell’emersione di un forte e consapevole soggetto polittico organizzatore dell’antagonismo sociale. Condizione necessaria a questo fine è che si compia il processo di “rifondazione comunista” necessario per trarre i dovuti insegnamenti da quello che Domenico Losurdo chiama il “processo di apprendimento” del comunismo novecentesco e formulare una nuova identità teorica e pratica per i comunisti italiani, capace di fare i conti con il processo degenerativo che ha portato allo scioglimento del PCI e sbarrare la strada all’involuzione reazionaria fin qui descritta. Un soggetto coerentemente marxista e leninista, lucido interprete per questo del presente e capace d’indicare la via del progresso sociale a tutto il paese, riorganizzando le classi lavoratrici sul terreno politico e dando un contributo decisivo alla rinascita del sindacalismo conflittuale. Proprio l’incapacità di assolvere a questa funzione dei partiti comunisti attivi in Italia oggi, e in particolare di un PRC preda del revisionismo ideologico e di pulsioni liquidatorie, compromette gravemente la nostra capacità di lotta e accelera il precipitare degli eventi. Tocca a noi, militanti comunisti italiani, il compito di restituire alle classi lavoratrici la loro organizzazione, farla grande e vittoriosa!

 

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