Charlie Hebdo tra imperialismo e islamismo: intervista al saggista francese Aymeric Monville

a cura di Alessio Arena

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Il cruento attentato islamista contro la redazione del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo e i successivi fatti di sangue accaduti in Francia nei primi giorni del 2015 hanno riportato prepotentemente nel dibattito corrente il tema del cosiddetto «scontro di civiltà». Pare insomma rafforzarsi nell’opinione pubblica un clima generale di consenso alla violenza imperialista, giustificato dalla difesa del nostro «modo di vivere» contro una minaccia integralista le cui profonde connessioni con la politica occidentale e i potentati atlantici sfuggono all’uomo della strada. Reso nevrotico sino al parossismo dalla penuria dovuta alla crisi economica e spaventato dalle crescenti difficoltà di sopravvivenza, l’uomo della strada sviluppa oggi una frustrazione, una collera che può conoscere solo due esiti: l’assunzione di coscienza politica e la lotta per la trasformazione della società oltre i rapporti di produzione capitalisti oppure, come avviene in misura crescente nelle società europee, la predisposizione a farsi indicare dalle classi dominanti un nemico da abbattere e in nome della lotta contro il quale acconsentire a un’involuzione autoritaria nelle relazioni politiche e sociali. Precisamente a questa seconda opzione corrisponde l’argomento ideologico del cosiddetto «scontro di civiltà». L’unico antidoto contro questo pericolo, che ha nel successo del neofascismo incarnato da figure quali Marine Le Pen o Matteo Salvini la sua manifestazione evidente, è sviluppare una comprensione puntuale dei fenomeni in atto e tradurre tale comprensione in azione politica coerente e rivoluzionaria.

A questo scopo, per contribuire a collocare correttamente nel loro contesto i fatti di Parigi e dare loro un’interpretazione che li iscriva nel quadro attuale della lotta di classe e dell’imperialismo, abbiamo interpellato per una breve intervista Aymeric Monville, intellettuale marxista francese con all’attivo varie pubblicazioni di argomento filosofico e politico e collaboratore della prestigiosa rivista di ricerca teorica La Pensée.

Si può dire che la larga opinione pubblica italiana abbia saputo dell’esistenza di Charlie Hebdo il giorno stesso dell’attentato islamista. Che cosa è Charlie Hebdo e cosa rappresenta nel panorama politico e culturale francese?

È il giornale satirico francese per eccellenza, che annoverava i migliori disegnatori per la stampa ma che, per definizione, scade nella caricatura. La loro linea di estrema sinistra, anarcoide, piuttosto sfumata, ha consentito per assenza di serietà certe derive, in particolare sotto la direzione precedente all’attuale la quale, col pretesto della lotta contro il «totalitarismo», ha sostenuto ad esempio i bombardamenti della NATO in Jugoslavia, e conferito un certo tono di difesa dei «valori occidentali» che perdura fino ad oggi. Parlare, come hanno fatto loro, di una questione delicata come l’Islam astraendola dalla struttura economica e dall’imperialismo mi pare irresponsabile o sbagliato. Si sarebbe ragionevolmente potuto rimproverare a Charlie Hebdo, per il suo ricorso abituale alla derisione, di attizzare lo «scontro di civiltà» caro agli strateghi del Pentagono. Sappiamo bene che insistere sul «ritardo di civilizzazione» delle popolazioni che si vogliono assoggettare fa parte dell’arsenale ideologico colonialista. Di fronte a questo argomento, la squadra di Charlie Hebdo si trincerava dietro il fatto di annoverare numerosi uomini di sinistra, nemici di tutti i poteri in generale, e dietro l’argomento formale del diritto alla blasfemia (l’anticlericalismo in Francia è molto presente, assai più che da voi). Effettivamente sono morti da eroi per questa causa. Tuttavia la miglior difesa contro il fanatismo è la laicità e non l’ateismo militante.

Negli ultimi anni la Francia ha conosciuto una fase di protagonismo militare crescente, qualificandosi come una delle potenze imperialiste più bellicose, dalla Libia alla Siria, dalla Costa d’Avorio al Mali. Che impatto hanno avuto le politiche belliciste di Sarkozy e Hollande sulla società francese? Ritieni che possano aver favorito il proselitismo dei gruppi fondamentalisti islamici tra le comunità musulmane?

Sì. Il paradosso è che le masse musulmane stanno rigettando l’islamismo teocratico, in Egitto dove un milione di persone è sceso nelle strade per cacciare i Fratelli Musulmani e anche in Tunisia, dove gli islamisti sono stati respinti dalle urne. Islamismo, preciso, che era stato loro imposto dall’Occidente, dal sostegno agli afghani antisovietici fino alle cosiddette «primavere arabe». Più recentemente, e per tornare alla Francia, è stato Sarkozy a insediare gli islamisti in Libia. Quanto a Fabius, il ministro degli affari esteri di Hollande, ha sostenuto che il «Fronte Al-Nusra» (organizzazione legata ad Al-Quaida, N.d.R.) stesse facendo un «buon lavoro» in Siria. Se si pensa agli islamisti, ai neo-nazisti che hanno commesso il recente massacro di Odessa, alla mafia che faceva traffico d’organi in Kosovo, si è obbligati a constatare che esiste un punto comune tra questi fenomeni dall’apparenza ideologica diversa: il capitalismo si appoggia, per distruggere gli Stati, sulla malavita. Marx vedeva già ciò ne La lotta di classe in Francia, con il ruolo del Lumpenproletariat che serve a prendere in una tenaglia i lavoratori. Tutto questo per dire che l’islamismo non è solo responsabilità dei musulmani, ma dell’insieme del sistema definito dal modo di produzione capitalista.

La marcia dell’11 gennaio a Parigi «contro il terrorismo e per la libertà di espressione», cui hanno preso parte i principali dirigenti politici dell’imperialismo atlantico, i loro alleati e i loro servi, ha visto anche un’ampia partecipazione popolare e l’adesione del PCF e del FdG. Ritieni che sia stato saggio da parte della sinistra radicale francese unirsi a questa sorta di «union sacrée»?

Certamente non si può rimproverare al governo di lasciare accedere al nostro territorio dei dirigenti venuti a mettere il cappello sulla giusta indignazione dei francesi. Ma ciò non impedisce che l’evidente strumentalizzazione e l’irreggimentamento nell’occidente neocolonialista rendessero problematica, a mio parere, la presenza dei progressisti a dei sinceri repubblicani a quella manifestazione. Io personalmente non ci sono andato. È molto importante ritrovare un’autonomia del movimento dei lavoratori. Sarà quando avremo altrettante persone nelle strade per difendere i nostri diritti sociali che la situazione cambierà. Sarà quando i lavoratori lotteranno insieme che riusciranno a impedire ogni deriva comunitarista.

Quali pericoli individui nella fase politica aperta dalle stragi di Parigi? 

La situazione è esplosiva. I comunitarismi sono attizzati. Abbiamo finanche visto svilupparsi di recente un nuovo antisemitismo in Francia, che individua gli ebrei, come nella peggiore ideologia fascista, come responsabili della crisi. Si tratta in qualche modo del ritorno dell’«antisemitismo come socialismo degli imbecilli», come diceva August Bebel. Una situazione tipo «anni di piombo», come quella che avete conosciuto voi, non è a sua volta da escludere. Di fronte a tutto ciò, vi sono dei fermenti repubblicani nel popolo francese che perdurano. Il governo Hollande ha completamente demoralizzato la sinistra in Francia, ma essa è profondamente radicata nel paese. L’autonomizzazione del PCF rispetto al PS, oppure la ricostituzione di una forza comunista indipendente, saranno la posta in gioco essenziale del periodo che viene.

L’attenzione dell’opinione pubblica internazionale è concentrata sulla crescita esponenziale del Fronte Nazionale a livello elettorale. In quali fenomeni sociali si radica il successo di Marine Le Pen? Ritieni che il clima islamofobo favorito dagli attentati possa avvantaggiarla?  

Certamente. Si va definendo un blocco storico nel senso gramsciano del termine, che va dalla destra all’estrema destra. Il successo di opere come quelle di Michel Houellebecq ed Eric Zemmour evidenzia questo ampio consenso. Voi avete conosciuto una situazione simile in Italia con l’alleanza tra Forza Italia e Alleanza Nazionale. In una simile situazione di debolezza della sinistra, bisogna far conto sulla profonda stupidità e sull’incapacità di questa destra di far uscire il paese dalla crisi. Loro possono trascinare il paese nel caos, ma saremo noi a salvarlo.

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