Sulla Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti

GC

Documento congiunto dei Coordinamenti GC di Milano e Torino

L’imminente Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti segna un momento decisivo nella vita della nostra organizzazione, non soltanto perché tramite essa sarà possibile ricreare le condizioni per una ricognizione puntuale delle forze ancora attive nei GC e dunque per una ripresa dell’attività a livello nazionale, ma anche perché si tratta di un passaggio indispensabile a sanare la ferita inferta dalla gestione uscente alla nostra vita democratica interna. Il rinvio continuo della Conferenza ha di fatto privato per anni i compagni del diritto di esprimersi sulla direzione presa dai GC a partire dal 2009, impedendo loro di esercitare il legittimo controllo sull’operato di gruppi dirigenti che hanno trasformato di fatto il loro mandato in un’investitura feudale con relativi privilegi, da spendere nelle dinamiche interne di un Partito sempre più preda delle spinte centrifughe e delle logiche di spartizione tra correnti e camarille. Si è così accentuato un processo degenerativo in corso sin dalle prime fasi della storia dei GC, che ha visto l’organizzazione giovanile sempre più ridotta ad appendice funzionale alle lotte intestine del Partito e sempre più incapace di assolvere alla sua funzione primaria: quella di fucina per la formazione di quadri politici in grado di dare respiro alla prospettiva della rifondazione comunista e a contribuirvi con un patrimonio teorico e pratico che è compito proprio della giovanile mettere a disposizione dei giovani militanti comunisti.

Per questa ragione riteniamo che la Conferenza in preparazione debba porsi un obiettivo fondamentale: l’affermazione dell’autonomia dei GC nell’ambito degli orientamenti strategici del Partito. Affermava Lenin: «Solo gli opportunisti temono l’autonomia della gioventù comunista», ed è proprio contro ogni opportunismo che la Conferenza dovrà mostrarsi all’altezza di dare un contenuto nuovo alla capacità dei GC di farsi interpreti delle aspirazioni della gioventù in Italia e di tradurle in una prospettiva politica convincente, operando sul terreno delle lotte sociali che attraversano un mondo giovanile sempre più disarticolato e disperato, secondo il binomio inscindibile autonomia-unità.

L’autonomia dell’organizzazione comunista è stata la ragione fondante della nascita del PRC. Senza di essa, i comunisti si riducono fatalmente a «tendenza culturale» che subisce le dinamiche sociali senza nessuna speranza di poterle influenzare né orientare. Della sua salvaguardia i GC devono farsi assertori convinti, consapevoli dell’attualità della concezione dell’organizzazione rivoluzionaria come avanguardia di un necessario fronte politico e sociale che unisca tutti i sinceri democratici e faccia propri gli assi strategici dell’anticapitalismo, antimperialismo,antifascismo, antirazzismo e della lotta contro il patriarcato e il sessismo. Senza un’organizzazione giovanile comunista all’altezza della situazione, nessun fronte politico e sociale è possibile.

Per dare un contenuto concreto ai cinque assi strategici dell’anticapitalismo, antimperialismo, antifascismo, antirazzismo e della lotta contro il patriarcato e il sessimo, è necessaria una loro interpretazione conseguente alla luce della teoria rivoluzionaria, che eviti il rischio di cadere in errori e di accreditare tesi funzionali alla reazione.

Il nostro anticapitalismo non deve essere di matrice moralista o formalista, ma si deve fondare sull’elaborazione creativa delle conquiste dell’analisi scientifica del modo di produzione e delle dinamiche sociali che ha Marx ed Engels come capostipiti. Una puntuale comprensione del funzionamento della società in cui viviamo è il presupposto per evitare ogni ulteriore deriva riformista che non farebbe che accelerare il processo di disgregazione della nostra organizzazione già da tempo in atto.

Il nostro antimperialismo deve fondarsi sull’interpretazione del fenomeno imperialista come fase suprema dello sviluppo del capitalismo e partire dalla comprensione tanto della sua estensione planetaria, e dunque della necessità di un internazionalismo coerente e concretamente presente nella vita dell’organizzazione, quanto del valore rafforzato che nella fase imperialista di sviluppo del Capitale assume la lotta per l’indipendenza nazionale e la sovranità. Se con l’imperialismo la borghesia rompe i legami con la nazione per farsi antinazionale e trascinare la nazione stessa alla catastrofe – lo possiamo osservare tutti i giorni nello sfascio organizzato della società italiana ad opera del capitale monopolistico e dei suoi fiduciari politici, a cominciare dal PD, nel quadro determinato dalla crisi strutturale che attraversa il capitalismo -, e se alle classi lavoratrici spetta quindi il compito di elevarsi a classi nazionali nella lotta per il socialismo, allora l’antimperialismo si traduce concretamente nella conoscenza approfondita del percorso storico nazionale e nella sua appropriazione in chiave progressiva, quale presupposto per saper contribuire alla lotta per la Liberazione umana a partire dalla lucida individuazione della posizione e del ruolo del Capitale monopolistico italiano nella gerarchia imperialista e dalla denuncia puntuale di come esso operi in Italia e nel mondo nella politica di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di saccheggio delle risorse naturali e umane. Una delle immediate conseguenze pratiche di quanto detto è la necessità di tornare ad essere ispiratori di un vasto movimento di lotta contro le guerre imperialiste e per la pace, scongiurando le ambiguità e la vergogna verificatasi in occasione dell’aggressione occidentale contro la Libia, cui non ha fatto riscontro nessun movimento organizzato di opposizione nel nostro paese. Nel caso specifico dei GC, inoltre, questo significa anche riprendere a partecipare da protagonisti alle attività della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, principale ambito unitario della gioventù di classe a livello mondiale, da troppo tempo trascurata dalla nostra organizzazione.

Il nostro antifascismo deve essere conseguenza proprio di questa lettura dell’imperialismo, oltre che della consapevolezza che il fascismo come fenomeno storico rappresenta la risposta armata del Capitale all’aprirsi, con la Rivoluzione d’Ottobre, di un’era delle rivoluzioni sociali tutt’altro che conclusasi con la fine del campo dei paesi socialisti dell’est tra il 1989 e il 1991 e concretizzatasi in particolare, in questo inizio secolo, nel processo in corso in America Latina su ispirazione di Cuba socialista e del Venezuela bolivariano. Con la Rivoluzione dei soviet la questione dell’eguaglianza sostanziale esplode come fatto concreto del mondo ed è proprio la sconfitta del nazi-fascismo nel 1945 a decretarne la definitiva estensione su scala planetaria. L’antifascismo assume così un carattere compiutamente anticapitalista, profondamente attuale e intimamente connesso con la battaglia per la difesa della Costituzione repubblicana, che della questione dell’eguaglianza è il portato nella vita italiana e che non a caso è oggi sotto attacco da parte del governo Renzi, mentre da grandi banche d’affari come JP Morgan vengono esplicite pressioni in favore del suo smantellamento e della definitiva liquidazione dell’eredità storica dell’antifascismo.

Il nostro antirazzismo, strettamente connesso con l’antimperialismo e l’antifascismo, deve prendere in considerazione la realtà oggettiva determinata dal dilagare nel mondo moderno della violenza imperialista e dell’influenza che essa ha sui flussi migratori, della funzione che i lavoratori immigrati svolgono come elemento per abbattere il costo della manodopera sul mercato del lavoro e di come la ghettizzazione dei migranti, conseguenza della guerra tra poveri innescata ad arte dall’ideologia dominante, stia dando origine anche nel nostro paese a nazionalità oppresse per dare una risposta ai bisogni delle quali è necessario studiare in un’ottica nuova l’elaborazione teorica sviluppata dal movimento operaio nei paesi in cui una tale situazione si è per prima verificata, favorendo percorsi di autorganizzazione dei migranti come presupposto per una loro integrazione nelle organizzazioni di classe attive in Italia.

La nostra lotta contro il patriarcato e il sessismo deve di necessità inserirsi nel quadro più ampio della lotta di classe e saper individuare con chiarezza quale funzione svolga l’oppressione patriarcale nel mondo moderno, in particolare nella divisione capitalista del lavoro. Al di fuori di ogni astrattezza, essa deve avere come contenuto l’individuazione della via per una concreta liberazione della donna nella società italiana di oggi e per l’eliminazione di ogni discriminazione legata alla sessualità. Ciò presuppone sottoporre a critica serrata il modello di emancipazione trasgressiva perseguito a partire dal ’68, negare radicalmente la corrente morale sessuale e delineare una nuova morale nei rapporti di genere, facendo nostro l’insegnamento di Aleksandra Kollontaj e di tutto il femminismo rivoluzionario.

Intesi in questi termini, anticapitalismo, antimperialismo, antifascismo, antirazzismo e lotta contro il patriarcato e il sessismo diventano non solo elementi di definizione della nostra identità politica, ma anche fondamento della nostra politica di apertura unitaria, tanto a livello strategico che tattico, nei confronti di tutti i soggetti di matrice diversa dalla nostra che condividano la concreta volontà di battersi, pure con una diversità di analisi e di pratiche da considerarsi elemento di arricchimento e non di divisione, per un’emancipazione umana da perseguire attraverso l’organizzazione della partecipazione diretta e quotidiana di tutti alla vita sociale.

Agli obiettivi di lavoro derivanti da quanto detto, i GC possono corrispondere nel mondo giovanile solo se capaci di contribuire concretamente a quel processo di rifondazione comunista enunciato nella denominazione del nostro Partito ma mai compiutosi. La gioventù comunista deve essere capace di rivitalizzare questo processo di definizione di un’identità teorica e pratica per i comunisti italiani del XXI secolo a cominciare dalle pratiche. Occorre respingere ogni tentazione maggioritaria nella gestione dell’organizzazione, ogni logica spartitoria, ogni meccanica ed artificiosa riproposizione del frazionamento che ha fino ad ora viziato l’azione del PRC condannandola all’insuccesso. Accogliamo per questo con favore lo svolgimento della Conferenza per tesi emendabili provenienti dai territori e invitiamo tutti i compagni a farsi individualmente e collettivamente responsabili del suo esito positivo.

Dal giorno successivo alla fine della Conferenza, i GC dovranno saper organizzare al loro interno momenti sistematici di confronto e formazione teorica, e su questa base dar vita a una nuova disciplina interna fondata sulla condivisione e comprensione delle direttive e delle indicazioni di lavoro individuate a tutti i livelli dagli organismi dirigenti, in un’ottica autenticamente democratica. Le dimensioni attuali della nostra comunità militante ci impongono di fare di ogni nostro compagno attivo un quadro politico capace di essere interprete della necessità di perseguire la vocazione di tornare a essere l’organizzazione di massa e d’avanguardia della gioventù combattiva e rivoluzionaria del nostro paese e di svolgere un ruolo attivo nella lotta per l’egemonia contro i gruppi dominanti della società.

A questa prova è chiamata la Conferenza che ci apprestiamo a celebrare, e il successo è responsabilità diretta di tutti e di ciascuno di noi.

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