Più di cento idee per l’organizzazione comunista che vogliamo

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Traduzione da “La cassetta degli attrezzi” dell’UJCE (Unione delle Gioventù Comuniste di Spagna).

***

Più di 100 idee che ti permetteranno di sviluppare la tua militanza e renderla qualcosa di appassionante e arricchente.
Scritte per servire da consigli – o semplici riflessioni – riguardo la nostra militanza quotidiana, così come la nostra cultura politica.

 

IL CONCETTO DI ORGANIZZAZIONE

1. Organizzarsi è distribuire incarichi e mettersi al lavoro.

2. La nostra cultura è metodo di lavoro, metodo di organizzazione, metodo di intervento politico.

3. Tutti abbiamo un incarico di cui rendere conto.

4. In una organizzazione marxista-leninista non c’è distinzione dirigenza-base. Dal momento in cui assumi un incarico di cui rendere conto, fai già parte della dirigenza a un certo livello.

5. L’organizzazione non è un ente astratto, sono tutti e ciascuno dei suoi militanti. È una unità superiore alla somma delle parti, perché i militanti sono uniti da un progetto, da una strategia, una cultura e un metodo.

6. Il lavoro fondamentale dell’organizzazione politica è verso l’esterno, verso la società. Verso l’interno rimane solo il mantenimento e l’estensione dell’apparato e la formazione dei quadri.

 

LA MILITANZA E I QUADRI

7. Un quadro è uno che sa agire in qualsiasi circostanza e situazione all’interno della linea politica dell’organizzazione.

8. Un quadro non è un robot che fa quello che gli si ordina, né un pappagallo che ripete indicazioni lette nei libri o sentite da qualche parte. Un quadro non è un “monaco soldato” che combatte e indottrina.

9. Un quadro analizza la realtà che lo circonda a tutti i livelli, organizza le persone intorno a problemi e interessi concreti, cercando sempre soluzioni collettive, agisce per legarsi alle persone verso cui si dirige, non solo ai comunisti.

10. Ogni militante passa, inevitabilmente, attraverso varie crisi nella sua militanza. La prima di questa è la “crisi del primo anno (approssimatamente)”, nella quale il militante inizia a rendersi conto del senso di ciò che sta facendo come militante comunista, al di là delle simpatie e dei desideri astratti di “fare delle cose”. Solitamente si verifica la prima volta in cui dà la priorità al collettivo rispetto a qualcosa di personale.

11. La “sindrome della prima difficoltà”, che non ha a che vedere con la “crisi del primo anno”, si ha quando il militante si trova di fronte per la prima volta un compito importante e fallisce. Quindi si aprono diversi cammini: rinunciare, andare alla ricerca di responsabili […] o analizzare gli errori commessi e impegnarsi a superarli individualmente e collettivamente. Quest’ultima opzione è quella che ci converte in quadri. Arricchirà l’organizzazione e ci arricchirà come persone.

12. La “sindrome dell’ultima tappa” si ha quando un militante ha esaurito un ciclo nell’organizzazione (che sia a livello di collettivo, regionale o centrale) e non vuole ammetterlo. Quando un militante esaurisce un ciclo e non è in grado di riconoscerlo, si converte in un problema. In questa sindrome operano difetti concreti come l’individualismo, il ritenersi indispensabile, il disprezzo e la sottovalutazione verso i nuovi quadri, credere che l’organizzazione sia di propria proprietà, ecc.

13. La versione più grave della “sindrome dell’ultima tappa” si ha quando il militante deve lasciare l’organizzazione. A quel punto si manifesta come un acuto sentimento di credersi insostituibile o come una paranoia perfezionista che pretende di risolvere assolutamente tutti i problemi prima di lasciare l’organizzazione.

14. Quando militi in una organizzazione-scuola, gli sbagli, gli errori, sono inevitabili e necessari se vogliamo imparare qualcosa.

15. Ogni militante, non importa la sua esperienza, la sua formazione o la sua convinzione, è pieno di pregiudizi, di valori e di comportamenti propri dell’ideologia dominante.

16. Se con l’essere un militante comunista uno fosse già libero dai pregiudizi, se il lavoro militante fosse facile, se il rapporto fra rivoluzionari fosse semplice, la rivoluzione sarebbe già stata fatta da parecchi anni.

17. Il lavoro dei comunisti è sistematizzare, dare un senso all’interno di una strategia generale a tutte le lotte parziali, tutti i mezzi di lotta all’interno di una strategia generale, orientando tutto verso obiettivi concreti, all’interno di una fase concreta della rivoluzione.

18. Il legame del militante all’organizzazione è politico, non emotivo/emozionale.

19. È imprescindibile saper separare il personale dal politico.

20. L’organizzazione non esiste per cercare amicizie e relazioni amorose, anche se può succedere.

21. Un comunista non è mai solo: ha, da un lato, la solidarietà incrollabile dei suoi compagni; dall’altro, si lega ad ampi settori ed è un referente nel suo campo d’azione.

22. La pazienza è la virtù più grande del rivoluzionario.

23. La nostra cultura militante, il nostro concetto di militanza è quello dello sforzo e della responsabilità, non del sacrificio e della colpa.

24. Il sacrificio e la colpa sono valori cristiani. La militanza esige sforzi grandi e piccoli però, soprattutto, costanti e quotidiani.

25. Concepire la militanza come sacrificio presuppone concepire la lotta a partire dalla privazione, dalla costrizione, dal contenimento.

26. La Rivoluzione non è privazione, è creazione. Per questo noi “non renunciamo né alla Rivoluzione né all’allegria”.

27. “L’allegria di fronte agli oppressori è la vittoria della resistenza”. (Che Guevara)

28. La colpevolezza implica castigo, penitenza. La responsabilità collettiva implica solidarietà, autocritica, disciplina consapevole e miglioramento di sé.

29. Essere direzione, essere dirigente, vuol dire essere responsabile, dal momento in cui ci si assume un incarico al momento in cui si rende conto di esso.

 

LO STILE DI LAVORO NEI FRONTI DI LOTTA

30. La militanza nella Gioventù Comunista non è nulla se non è accompagnata da lavoro di massa, da lavoro nei fronti di lotta.

31. Il lavoro dei comunisti è aprire fronti di massa all’interno della loro strategia.

32. Mettere le masse nell’organizzazione politica a discapito dei fronti è eurocomunismo.

33. Quando il partito può tutto e le masse solamente osservano e delegano, è eurocomunismo.

34. Mai si è costruita una avanguardia o si è conquistata egemonia vincendo una votazione congiunturale.

35. Non confondere l’avanguardia con l’andare da soli. L’avanguardia non è andare da soli, è andare avanti “con gli altri”.

36. Il carattere di avanguardia si può conquistare e si può perdere, si può condividere o no, ma mai viene attribuito a tavolino.

37. Non confondere l’egemonia con l’egemonismo. Cercare la maggioranza aritmetica è egemonismo. Egemonia è unire un’ampia alleanza intorno alle proprie proposte, ai propri principi, ai propri valori, attraverso l’esperienza e la pratica.

38. Non confondere la firmezza negli obiettivi (strategia) con il massimalismo. Massimalismo significa che in ogni situazione politica si cerca di ottenere “tutto o niente, adesso o mai più… e se si è da soli, meglio.”

39. Non confondere la flessibilità nelle “forme” (tattica) con il possibilismo. Possibilismo significa che in ogni situazione politica si cerca di ottenere tutto il possibile senza cambiare i rapporti di forza e perciò rendendo impossibile il cambiamento reale.

40. Essere minoranza in un movimento però rispettare gli accordi senza rompere con il movimento permette di ottenere il rispetto e la fiducia di TUTTO il movimento.

41. Le manifestazioni non appartengono a delle sigle né a chi le convoca, appartengono a ogni persona che faccia proprie le parole d’ordine che muovono la manifestazione, che faccia propria questa lotta.

42. Uno slogan non ha l’obiettivo di dimostrare quanto siamo “rossi”, ma deve dimostrare che i problemi hanno una soluzione, che è possibile organizzarsi, combattere e vincere.

43. Gli slogan “comunisti” nelle manifestazioni sono solo validi nelle manifestazioni di soli comunisti.

44. Le manifestazioni di soli comunisti sono i congressi, le conferenze e la Festa del Partito.

45. Se il settarismo è mettere se stessi davanti agli interessi del movimento, […] non c’è nulla di più settario del credere che l’organizzazione basti per se stessa per fare la rivoluzione.

46. Una manifestazione organizzata con altre persone si fa con delle parole d’ordine unitarie che vanno rispettate.

47. L’organizzazione subisce gli effetti dei cicli di mobilitazione e di conflitto sociale in grado più o meno forte in funzione della sua solidità organica, ideologica e politica.

48. Nei momenti critici di una mobilitazione, se l’organizzazione è orientata verso l’esterno si espande, cresce e incrementa notevolmente la sua militanza, rendendo il lavoro politico appassionante, creativo e vigoroso.

49. Quando si esaurisce il ciclo, i militanti occasionali si allontanano e il lavoro si fa più mediocre e pesante.

50. In momenti di calma, l’organizzazione si restringe, ma bisogna evitare che si ripieghi su se stessa. Ogni conflitto interno implica la ritirata.

51. I momenti di calma sono propizi per il lavoro di lungo termine: la stabilizzazione dei fronti di massa nati nel calore della mobilitazione, la formazione dei militanti perché il minor numero possibile se ne vada a casa, il rafforzamento dell’organizzazione. Sono periodi di accumulazione, di crescita lenta.

52. Nei momenti di calma, bisogna stabilizzare i fronti di lotta creati nel calore della mobilitazione, stabilizzare le alleanza e formare i quadri.

53. Se l’organizzazione si riduce nei momenti di calma è perché è debole, non [per forza] a causa di una direzione sbagliata.

54. Se i quadri abbandonano l’organizzazione durante i cicli di mobilitazione, questo indica una debolezza ideologica dell’organizzazione.

55. Se la propaganda piace solo ai militanti, vuol dire che è fatta male.

56. La propaganda deve convincere quelli non convinti, non riaffermare costantemente a quelli già convinti.

 

L’ORTODOSSIA: QUESTA GRANDE SCONOSCIUTA

57. Il marxismo non è un libro di ricette, è il metodo di analisi.

58. Il leninismo non è un libro di citazioni, è il metodo di lavoro esterno e interno.

59. La formazione è essenziale, però un’organizzazione incentrata nella formazione diventa un gruppo di studio.

60. Organizzazione-scuola significa apprendere lottando, non essere una scuola nel senso accademico.

61. Nessuno entra nella Gioventù Comunista essendo già marxista o comunista. Chi crede questo, si sbaglia.

62. Le competizioni fra chi è più di sinistra, più leninista o più ortodosso, sono infantili e nascondono sempre un’attitudine leggera nei confronti del lavoro politico.

63. La ortodossia nel marxismo, come diceva Lukács, è circoscritta a questioni di metodo.

64. La politica non è folklore.

65. Il folkore è per i bar.

66. L’ortodossia non è il folklore.

67. L’ortodossia, nel senso buono del termine, è il metodo di analisi, il metodo di intervento politico, lo stile di lavoro.

 

SU DINAMICHE E GRUPPI DI LAVORO: CRITICA, AUTOCRITICA, FIDUCIA

68. Al principio marxista della critica spietata si deve aggiungere il principio leninista della fiducia incrollabile fra rivoluzionari.

69. I gruppi di direzione sviluppano le decisioni degli organismi di direzione a cui devono rendere conto, e assumono decisioni all’interno della linea politica dei congressi, delle conferenze e di questi.

70. Nessuna critica è legittima se non è accompagnata da soluzioni, lavoro e corresponsabilità.

71. Le differenze non generano inevitabilmente mancanze di fiducia.

72. Qualsiasi sfiducia, per piccola che sia, ben alimentata può portare a una scissione.

73. La maggior parte delle differenze e dei problemi interni hanno un’origine personale o giungono al punto di rottura quando si introduce l’elemento personale, la mancanza di fiducia.

74. Le differenze gravi sono di tipo politico, in particolare politico-ideologico e politico-strategico. Queste possono convertirsi facilmente in scontri, il resto no.

75. La sfiducia e le differenze personali tendono sempre a nascondersi dietro a differenze politiche gravi. Nella maggior parte dei casi la differenza politica è insignificante, ma la sfiducia la alimenta interessatamente.

76. Per superare una mancanza di fiducia, sono imprescindibili la sincerità e la responsabilità.

77. Un gruppo di lavoro si basa sulla fiducia reciproca. Senza di essa, diventa un CDA aziendale.

78. Il metodo di lavoro di un gruppo dirigente comunista è la fiducia, la corresponsabilità, la responsabilità individuale, la direzione collettiva, la solidarietà. Il metodo di lavoro in un gruppo dirigente di un’impresa è la mezza verità, la bella mostra personale, la competizione.

79. In un gruppo dirigente comunista, i quadri fanno il proprio lavoro e contribuiscono perché gli altri lo facciano per il bene dell’organizzazione. in un gruppo dirigente di un’impresa, i quadri fanno il proprio lavoro e si intromettono e criticano quello degli altri per interessi personali e di gruppo.

80. Di fronte a un errore collettivo, non si può dire “io ho fatto la mia parte, non ho colpa”. Questo è individualismo.

81. Nel lavoro politico non c’è angoscia, c’è tensione.

82. La tensione aiuta il lavoro.

83. La tensione che non aiuta il lavoro è angoscia.

 

IL RAPPORTO DIREZIONE-BASE

84. Dirigere è gestire le contraddizioni: evitare che diventino conflittuali e trasformarle in complementari.

85. Ogni ricerca di punti di rottura nel seno dell’organizzazione, ogni atteggiamento che acutizza un confronto è una grave irresponsabilità.

86. Le direzioni in senso lato (tutti i quadri, tutti quelli con responsabilità, tutti i militanti) devono gestire le contraddizioni interne per neutralizzarle e superarle, non per alimentarle. Ognuno deve fare la propria parte.

87. La dinamica di costante discussione e dibattito negli organismi senza divisione di lavoro concreto è parlamentarismo.

88. La dinamica di critica costante, senza fornire soluzioni, è un tipo specifico di dinamica parlamentarista, il tipo di dinamica “governo-opposizione”.

89. La dinamica interna “governo-opposizione” si nasconde sempre in un divorzio fra direzione e base.

90. La dinamica interna “governo-opposizione” distrugge il senso collettivo del lavoro e la corresponsabilità. Pone le basi per la frattura dell’organizzazione, anche se questo non è il suo obiettivo. È incompatibile con un’organizzazione centralista democratica, marxista-leninista.

91. Rompere le dinamiche parlamentariste non significa escludere la critica o le opinioni divergenti, ma renderle compartecipi del lavoro collettivo.

92. Quando una direzione si distacca dai collettivi, bisogna riconnetterla.

93. Le direzioni non sono infallibili, né tantomeno i compagni con responsabilità, se si sbagliano bisogna aiutare.

94. La direzione è collettiva, la responsabilità è individuale. Questo significa che gli incarichi concreti possono fallire individualmente, ma se l’organizzazione nel suo insieme va male, il problema è collettivo, politico.

95. Considerare un problema dell’organizzazione e quindi collettivo, politico, come una responsabilità o “colpa” esclusiva “della direzione” è fuori da una concezione collettiva dell’organizzazione. A meno che ci siano differenze politiche gravi (ideologiche e/o strategiche) nel qual caso l’organizzazione affronta una crisi.

96. Le contraddizioni interne si superano con lavoro, lavoro e ancora lavoro.

97. I metodi e il lavoro politico superano i problemi, i metodi amministrativi li nascondono.

 

IL VELENO O LA SEMINA DELLA SFIDUCIA

98. Osservato costantemente per mezzo di un microscopio, il lavoro di nessuno è molto brillante.

99. Nelle questioni politiche, ci si deve fidare prima di un compagno che di qualsiasi altro.

100. Mai parlare pubblicamente male di un compagno.

101. Quando c’è un qualunque tipo di problema con un compagno, bisogna parlarne direttamente con questa persona prima che con qualiasi altro.

102. I commenti che seguono a espressioni come “io non voglio dire nulla, però…” o “io non so nulla, però…” o “io non interferisco, però…”, sono veleno.

103. Avvelenare, intossicare significa generare un clima di sfiducia verso i responsabili da parte degli irresponsabili.

104. Una volta immesso il veleno nell’organismo, intossicata l’organizzazione, nessuno può controllarlo. Solo fra tutti, collettivamente, si può trovare la cura, la disintossicazione.

105. Le verità responsabili, che aiutano l’organizzazione per quanto dure che siano, si dicono in faccia, i veleni invece vengono detti a lato o alle spalle.

 

LO STILE DI LAVORO INTERNO

106. La direzione collettiva implica che i successi e gli errori sono collettivi: di fronte ad un errore, tutti devono partecipare alla soluzione.

107. La piena fiducia interna è sintomo inequivocabile di solidità organica e ideologica.

108. Le decisioni degli organi di direzione sono pubbliche, i dibattiti no.

109. Votare negativamente a un rapporto autocritico è linciaggio personale o disfattismo.

110. Votare negativamente o astenersi su una proposta che comprende se stesso è ipocrita.

111. I dibattiti sul metodo diventano burocratici quando si antepone la forma al contenuto in decisioni che non sono contrarie agli statuti o che non sono fuori dalla politica dell’organizzazione.

112. Il centralismo democratico non implica che l’organismo centrale faccia tutto, ma che tutte le strutture unifichino i propri sforzi, le proprie politiche, le proprie risorse.

113. Gli organi di direzione centrali lo sono di tutta l’organizzazione e dirigono la politica di tutte le strutture dell’organizzazione.

114. Un responsabile politico è un direttore d’orchestra, non un uomo-orchestra.

115. I responsabili, ad ogni livello, con qualsiasi incarico, aiutano il lavoro, non fanno tutto il lavoro.

116. Non ci si occupa di nessun problema se non c’è la volontà di trovare soluzioni.

(Traduzione a cura di Francesco Delledonne)

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