TTIP, una Nato economica

di Selena Di Francescantonio *

Stop-TTIP-600x300“Le economie degli Stati Uniti  e dell’Unione Europea rappresentano l’una per l’altra un partner commerciale veramente importante. Sebbene i livelli tariffari medi siano già relativamente bassi, alcune barriere non tariffarie o NTBs (spesso in forma di regolamentazioni interne), vigenti da entrambi i lati dell’Atlantico, costituiscono significativi impedimenti all’approfondimento del commercio transatlantico e all’intensificazione dei legami d’investimento”. Questo è quanto si legge nelle prime righe dello studio presentato dal Centre for Economic Policy Research (CEPR) del Marzo 2013 a proposito delle barriere transatlantiche al commercio e agli investimenti, predisposto ad hoc al fine di preparare il terreno per quello che sarà il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership.

Sul conto di questo trattato euro-atlantico, in realtà, il grande pubblico sa ben poco. I negoziati tra Commissione Europea e governo USA sono segreti e, a parte le équipes di tecnici addetti ai lavori, nessuno può mettervi becco; nemmeno i governi nazionali degli Stati che saranno coinvolti, vale a dire 28 Paesi UE oltre ai singoli Stati a stelle e strisce. Il TTIP ufficialmente mira a rinforzare i rapporti commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti, strutturandosi come un accordo di libero scambio scevro da qualsiasi tipo di restrizione. In particolare verrebbero stabiliti i limiti entro i quali le legislazioni nazionali dovrebbero contenersi al fine di non ostacolare le “opportunità economiche e di sviluppo” che il trattato apporterebbe all’area euroatlantica. Così, almeno, volendo rimanere nell’area del politically correct. Altrimenti sarebbe più adeguato esprimersi in questi altri termini: i colossi societari desiderano avere finalmente carta bianca per poter scavalcare qualsiasi regolamento o legge nazionale che, ad oggi, cerchi ancora di regolare un determinato settore (con particolare riguardo a quello assicurativo, bancario, delle telecomunicazioni e ai servizi postali)  per mano pubblica o mantenere specifiche tutele per i consumatori, l’ambiente e soprattutto per i lavoratori.

La questione della segretezza dei negoziati, elemento al centro di accese contestazioni da più versanti, appare quindi come assolutamente funzionale ad impedire che trapeli più di tanto la profonda antidemocraticità di questa operazione che è del tutto evidente, essendo in atto una sovversione completa della sovranità nazionale, delle sue leggi e dei diritti che queste garantiscono. Uno degli indiscussi capolavori, infatti, che fanno da corollario a questo inquietante trattato è la previsione dell’arbitrato internazionale Stato- imprese (ISDS- Investor-State dispute settlement), strumento che permetterebbe all’impresa (straniera)  che investa in uno Stato ospitante, di portare quest’ultimo di fronte ad una corte arbitrale nel caso in cui le sue leggi ledano, violino o limitino in qualche modo i diritti dell’impresa sottoscritti a mezzo TTIP; con l’eclatante risultato di chiamare in causa Stati sovrani (laddove il termine “sovrani” sta oggi ad indicare quasi nulla…) per costringerli ad attenersi, sotto minaccia di sanzioni salate, alle selvagge prescrizioni liberalizzatrici promosse dal trattato, smantellando in questo modo quelle “barriere non tariffarie” (e dunque normative) cui fa riferimento lo stesso CEPR- come riportato in apertura- e, in ultima istanza, piegando agli interessi delle società commerciali eventuali legittime scelte democratiche decise dagli Stati e dai loro popoli. I colossi societari potranno intentare causa non solo contro i governi nazionali ma anche contro una qualsiasi Pubblica Amministrazione, anche locale: il TTIP non risparmierebbe in nessun modo neanche il settore della sanità e dell’istruzione, laddove normative troppo poco liberalizzatrici fossero d’intralcio.

Stando ai dati analizzati dal CEPR, il beneficio economico che il trattato dovrebbe favorire si sostanzierebbe in un aumento del PIL statunitense ed europeo favorito dalle esportazioni: cifre da capogiro dell’ordine della crescita ben dello 0,03% su base annua, fino a raggiungere il mirabolante tasso del +0,5% per l’UE e +0,4% per gli USA nei prossimi dodici anni. Per quanto riguarda inoltre il versante dell’occupazione, su stessa ammissione dei tecnici di cui sopra, non ci sarebbe alcuna creazione di posti di lavoro ma solamente trasferimenti intersettoriali dei lavoratori. Questo accadrebbe a causa del fatto che una liberalizzazione indiscriminata del commercio esporrebbe i settori, finora protetti, alla concorrenza internazionale nel libero mercato, con la conseguenza che saranno i settori maggiormente resistenti a “riassorbire” la forza lavoro “liberata” da altri settori fallimentari. Va da sè che toccherà al lavoratore, poi, dover continuamente riadattare e mettere a disposizione le proprie capacità a seconda del settore commerciale più competitivo.

La sfacciataggine con cui lorsignori sfoggiano grafici, tabelle e valutazioni di lungo periodo per blandirci con la prospettiva del raggiungimento di vantaggi economici del tutto insignificanti è fenomenale; soprattutto se si considera che, oltre al fatto che verrebbero completamente vanificate le convenzioni OIL (che comunque gli USA, per parte loro non hanno quasi mai sottoscritto) sulla libertà di associazione sindacale, diritto ai contratti collettivi nazionali di lavoro sui temi salariali, parità retributiva tra uomini e donne, divieti di discriminazione sul lavoro e via dicendo, risulta chiaro che uno dei reali obiettivi cui il TTIP mira realmente è quello di asservire i lavoratori ai piani delle corporations: è stata più volte ribadita, infatti, la necessità di una deregolamentazione del lavoro.

Gli ulteriori- ed enormi- rischi cui ci esporrebbe questo trattato scellerato non vengono quasi nemmeno accennati. Le minacce sono molteplici e gravi: si spazia dall’aggiramento delle legislazioni in materia ambientale, permettendo il libero accesso a tecnologie inquinanti nei processi industriali, all’utilizzo di prodotti chimici sinora vietati anche in campo alimentare ed agricolo (chi non vorrebbe gustare una squisita fiorentina bombardata di ormoni oppure un candido pollo lavato col cloro?), alle manovre elusive relativamente ai controlli sugli alimenti (se un ente locale introducesse una regolamentazione in tal senso, finalizzata alla tutela della salute, rischierebbe di venire citato in giudizio da una multinazionale per concorrenza sleale) e alle sementi OGM, fino alle privatizzazioni dei sistemi sanitari e, come già detto, alle ritorsioni sul mercato del lavoro con annesse tutele e alle sopraffazioni sulle autorità nazionali.

Se nelle intenzioni ufficiali del TTIP c’è la creazione di una full-free-trade-area (una zona di libero scambio, appunto, priva di barriere tariffarie e non) tra l’Europa e gli Stati Uniti, ciò comporterebbe una crescita del volume degli scambi commerciali tra queste due aree in termini di vantaggiose importazioni ed esportazioni, il che sostanzialmente significherebbe un’ammanettamento ulteriore dell’economia (e della politica) europea alle oscillazioni, agli sbalzi d’umore e, per farla breve, ai capricci della Casa Bianca, in una fase in cui gli americani non appaiono più come i signori incontrastati del mercato internazionale. Ecco perché il TTIP, da molti definito una “NATO economica”, rappresenta qualcosa di più di un accordo economico di scambio, sostanziandosi in una scaltra manovra politica che, d’altra parte, si colloca nel solco di una lunga e “onorata” tradizione di vassallaggio nei confronti di her majesty d’oltreoceano.

Tutto ciò, infine, spinge a una ulteriore riflessione più squisitamente politica: nel corso degli anni, e sotto i più disparati aspetti, da Maastricht a Lisbona i Trattati europei hanno provveduto a rimarcare le contraddizioni profonde tra l’impianto strutturale di questa Unione e i contenuti delle Costituzioni degli Stati sovrani che ne fanno parte, riuscendo ad imporsi al di sopra di queste- la nostra Costituzione nata dalla Resistenza ad esempio, e non a caso, è stata additata già da tempo dalla JP Morgan americana come d’ostacolo alla piena realizzazione dello sviluppo dell’economia di mercato, che sorpresa! Potrebbe risultare naturale chiedersi che senso abbia confidare seriamente in una “democratizzazione” dei ruoli di tali istituzioni, quelle europee, che a partire dalle posizioni assunte nella politica internazionale e sui conflitti, passando per l’imposizione di misure di macelleria sociale, d’annientamento delle libertà civili e diritti sociali su impulso della Trojka, fino ai criminali accordi sul TTIP, reiterano e promuovono progetti eversivi contro la libertà dei popoli.

* su La  Città Futura. 5 marzo 2015

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