Macelleria sociale: la Germania e la menzogna del “capitalismo virtuoso”

di Guido Salza

Merkel ShroederI decreti attuativi del Jobs Act rappresentano un altro passo avanti nella ristrutturazione del rapporto capitale-lavoro che in questi anni viene portata avanti in tutta Europa.

La sempre più triste e venduta galassia che orbita nell’intorno della sinistra del PD (un po’ dentro e un po’ fuori) vorrebbe convincerci che la responsabilità della tragedia che sta travolgendo coloro che lavorano sarebbe tutta del governo Renzi: incapace, irresponsabile, crudele, di destra. Lampante, invece, è proprio il ruolo delle “istituzioni” (come è politically correct chiamarle ora) internazionali e sopratutto europee, che utilizzano Renzi come mera marionetta. Vero generale in questa economia di guerra, la Troika invia dallo scoppio della crisi (e ancor da prima) pressanti dispacci, o direttive, ai governi statali perché si adeguino a degli standard minimi con cui trattare la propria classe lavoratrice. Tutto nel disperato tentativo di far ripartire il profitto. Il Jobs Act renziano non è che la ritardataria traduzione in Italia di queste direttive.

Il governo sta in linea con l’obiettivo del drastico abbattimento del costo del lavoro, che in Europa si persegue, notare bene, a qualsiasi costo e con qualsiasi strumento: leva della disoccupazione, importazione di manodopera, drastica riduzione di servizi e di sussidi o trasferimenti monetari, taglio delle tasse per i datori di lavoro e, sopratutto, flessibilità. Flessibilità è la vera parola d’ordine del nuovo capitalismo europeo ristrutturato. Flessibilità in ogni forma possibile: oraria, di retribuzione, di luoghi di lavoro, in entrata, in uscita. I tempi son cambiati, d’altronde!

Dal canto suo, Renzi ha creato attorno al Jobs Act altissime aspettative. E ai flebili lamenti della sua opposizione politica a sinistra, risponde: «finalmente in Italia si farà come in Germania!». La propaganda ha fatto in fin dei conti un bel lavoro su questo fronte e ormai nell’immaginario comune il “modello tedesco” è sbandierato come esempio di capitalismo virtuoso: l’immagine è quella del buon padre di famiglia che riesce a tenere in ordine i conti e nutrire tutti i suoi figli. Ma quanto di tutto ciò è vero?

Sì, perché a ben vedere la Germania ha già fatto i sanguinari compiti a casa che poi la Troika ha ordinato a tutti i pazienti europei. E lo ha fatto prima degli altri, usando la frusta con la sua classe lavoratrice troppo costosa. A partire dal 2003, naturalmente grazie ad un governo socialdemocratico (quello di Schröder), la riforma Hartz, che si è articolata in quattro interventi che hanno rivoluzionato il mondo del lavoro tedesco, è stata lo strumento che ha permesso di rispondere a questa necessità.

Il primo gennaio 2003 sono entrati in vigore Hartz I e II che hanno introdotto categorie di impiego flessibili e a costi contenuti per i datori di lavoro (mini-jobs e midi-jobs). Sotto i 400 euro al mese di retribuzione, i mini-jobs sono esentasse rispetto alla quota pagata per assicurare l’assistenza sociale. È stato introdotto anche un forte sconto (sempre sui benefici sociali) con retribuzioni fino ad 800 euro al mese (i cosiddetti midi-jobs) e in caso di impiego di lavoratori oltre una certa fascia d’età. L’abbattimento del costo del lavoro è passato inoltre attraverso la deregolamentazione del mercato. Hartz II infatti ha allentato le restrizioni per le agenzie interinali che utilizzano lavoro temporaneo e ha fortemente ampliato la possibilità di utilizzare i contratti a tempo determinato.

Ad un anno di distanza, il primo gennaio 2004, Hartz III ha rivoluzionato il servizio di assistenza ai disoccupati: orientato “all’efficienza e alla qualità”, il nuovo ufficio di collocamento è ora tutto incentrato sul mercato ed è caldamente invitato ad esternalizzare le sue funzioni, introducendo nel “business” della gestione dei disoccupati le aziende private.

Infine, nel 2005 Hartz IV si è abbattuto contro il sistema di benefici e sussidi per i disoccupati. Prima della riforma, in Germania un lavoratore disoccupato aveva diritto ad un sussidio di disoccupazione e, successivamente, poteva accedere all’assistenza sociale per un tempo potenzialmente indeterminato, grazie a semplici verifiche periodiche dei mezzi familiari. Hartz IV fa convergere queste due tipologie e riduce lo spazio di tempo possibile di accesso a questi benefici.

Una riforma organica, quindi, che guida passo dopo passo un processo che in Italia ha conosciuto una forte accelerazione solo con gli ultimi due governi.

D’altronde, un esame comparativo tra i paesi UE mostrerebbe come le riforme Hartz siano la base minima dalla quale si sono sviluppati tutti i provvedimenti che hanno investito il mondo del lavoro europeo, grazie alle linee guida della “European employment strategy”.

Quali gli effetti sui lavoratori tedeschi? La riforma Hartz ha contribuito ad un netto peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Un quarto della forza lavoro tedesca riceve un “basso salario” (definito come inferiore ai due terzi della media oraria nazionale). Nel 2013, solo la Lituania superava la Germania in questa statistica. È di molto cresciuta la disparità di salario e, dagli anni ’90, è quasi triplicato il numero dei lavoratori temporanei. Solo considerando questi dati si può cogliere il significato della timida riduzione della disoccupazione tedesca. Meno disoccupati, più poveri.

La Germania, ci dicono ancora, è diventato in pochi anni un esempio di “flexicurity'”, l’ultima contorsione ideologica dei sacerdoti del neoliberismo. La flexicurity dovrebbe funzionare all’incirca così: tu, lavoratore, vendi liberamente la tua forza lavoro su un mercato non intralciato dalle ingerenze dello Stato e della contrattazione collettiva; sempre tu, singolo lavoratore, sarai tutelato in varia misura e da soggetti integrati pubblico-privati durante i periodi di inattività involontaria. La sterile influenza dell’economia metafisica, tanto di moda, è evidente e corre in soccorso di chi degli interessi collettivi della classe lavoratrice continua, giustamente, ad avere paura. C’è lo sforzo di ridurre la questione del rapporto tra capitale e lavoro ad un esercizio econometrico che vede il singolo lavoratore davanti al padrone. I due si incontrano, come in un sogno, sui proverbiali assi cartesiani della domanda e dell’offerta. La questione, però, si fa materialmente strategica nella riformulazione delle libertà contrattuali da parte dei padroni e nella ri-progettazione dei servizi di assistenza, che considerano sempre più il lavoratore come monade solitaria, negando la sua dimensione collettiva.

E la sicurezza? Questo polo “positivo” nel binomio della flexicurity (il risvolto buono della medaglia) è nei fatti una sicurezza che non solo è individualizzante, a tempo determinato e da fame, ma anche coercitiva. L’erogazione del sussidio in Germania (e ancora di più negli UK) è legato ad alcune prestazioni obbligatorie che rasentano il vero e proprio lavoro gratuito. In generale, comunque, il lavoratore disoccupato è costretto ad accettare ogni tipo di impiego e a qualsiasi condizione (altra pressione verso il basso sui salari). Un esempio in espansione è il legame fra agenzie per i disoccupati e lavoro interinale. La riforma Hartz, infatti, ha voluto che ogni ufficio del lavoro sia in contatto con almeno un’agenzia di lavoro temporaneo (meglio se gestita da un provider esterno) alla quale affidare i lavoratori disoccupati. Queste agenzie sono il primo canale di espansione dei mini-jobs. Le agenzie di servizio, quando non riescono a fornire manodopera a basso costo, inseriscono i lavoratori in circuiti di tirocini e stage o di formazione. Il tutto dietro la retorica della “formazione continua”, “preservazione delle abilità”, “attivazione”, “attenzione ai percorsi e alle carriere lavorative”. Questo tipo di messa al lavoro coatta si fa sentire sopratutto tra le fasce degli ipocritamente definite “working-poor” (e non più opportunamente poor-workers, cioè lavoratori poveri), fetta sempre più consistente di classe lavoratrice nelle floride economie democratiche europee. In prospettiva un loro tratto caratterizzante.

L’esempio della Germania è emblematico dell’antagonismo insito nell’accumulazione capitalistica: il profitto e il rilancio dell’economia non sono legati ad un miglioramento delle condizioni di vita di chi effettivamente produce e dai quali viene estratto il plusvalore. Questo sistema di sfruttamento ha un nome che ci vogliono far dimenticare: capitalismo.

Gli indicatori economici, comunque, continuano a non dare i segnali positivi sperati e sembrano farsi un baffo del livello di estrazione di profitto dell’uomo sull’uomo già raggiunto. Nelle scorse ore è stato reso pubblico il report previsionale del FMI (World Economic Outlook). Sul Sole24Ore di oggi (8 aprile), che riporta la notizia, si legge: «C’è uno scenario di crescita poco rassicurante davanti a noi, uno scenario che non prevede un ritorno a tassi soddisfacenti da qui ai prossimi anni o un ritorno a forti tassi di occupazione. […] Nei prossimi cinque anni il potenziale di crescita dei paesi industrializzati potrà salire all’1,6%, ma sarà sempre inferiore al 1,8% del periodo precedente. Questa situazione renderà più difficile l’abbattimento del debito sia pubblico che privato e il controllo dei disavanzi». Previsioni di certo ottimisticamente pompate, visto il tatto con cui Lagarde ha fatto uscire il documento, cercando di ridurne l’impatto sugli “umori del mercato” ma, allo stesso tempo, lanciando un segnale chiaro ai governi. Importante è notare come negli USA il piano di quantitative easing, che ha immesso nel sistema una quantità di denaro molto maggiore di quella che ha progettato Draghi per l’UE, non sembra dare i frutti di lungo termine attesi di ripresa economica.

E se, dopo questi anni di carneficina, dopo aver promesso una ripresa e un po’ di sano keynesismo, ai governi europei toccherà riprendere in mano la frusta e spremere ancora di più i lavoratori?

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