La Corea del Sud al capezzale della sua democrazia

di Rémy Herrera *

PPUDopo aver abbandonato la propria sovranità nazionale e perduto l’indipendenza economica, la Repubblica di Corea vede il suo governo attuale tentato da nostalgie dittatoriali


Meno di vent’anni fa – prima della «crisi asiatica» del 1991 -, la Repubblica di Corea, o Corea del Sud, era tra tutti i paesi membri dell’OCSE quello che conosceva, di gran lunga, allo stesso tempo il più alto tasso di crescita del prodotto interno lordo (8,7% in termini reali e in media dal 1985 al 1995) e il più basso tasso di disoccupazione (intorno al 2% della popolazione attiva nel 1996). Il paese era presentato, da molto tempo e pressocché unanimemente, come la success story della via capitalista di sviluppo, esemplare di ciò che la Banca mondiale, avendolo un tempo dotato di nomi d’animali reali o immaginari (tigre, drago), chiamava l’Asian Miracle.

Sottomissione agli Stati Uniti, in tutti gli ambiti

La situazione si è nettamente modificata dopo il 1997-1998: in quei due anni, la caduta del PIL procapite è stata dai 10.550 ai 7.970 dollari, facendo passare la Corea del Sud dal 24° al 55° posto a livello mondiale in relazione a questo indicatore (a parità di potere d’acquisto). Una delle manifestazioni della crisi è stato allora l’aumento della disoccupazione e della povertà, senza una rete di protezione sociale all’altezza delle necessità, né riduzione del dualismo inegalitario caratteristico del mercato del lavoro sudcoreano. Il tasso di crescita è tornato a essere positivo negli anni 2000, certamente, ma per situarsi molto al di sotto di quello che era prima dello choc: 2,3% nel 2011, 3,0% nel 2013, 2,8% nel 2014… Perché ciò che si è spezzato a partire da quella grave crisi è stato il motore stesso della crescita made in (South) Korea. La riorganizzazione dei giganti industriali o chaelbols (come ad esempio Samsung, conosciuta tanto per le sue innovazioni tecnologiche quanto per il divieto di costituire qualunque tipo di sindacato aziendale), era sboccato, in più settori strategici, in una penetrazione della struttura di proprietà del capitale nazionale da parte di firme transnazionali straniere, mentre la «riforma» del settore finanziario posizionava di fatto il paese sotto la tutela degli oligopoli bancari occidentali. La dipendenza dell’economia sudcoreana, sempre più finanziarizzata, non può ormai più essere dissimulata.

D’altra parte, quale sarebbe stata la traiettoria del paese senza l’aiuto militare statunitense? E quale sarebbe stata l’ampiezza del successo del suo capitalismo, se avesse dovuto sopportare da solo il fardello della propria difesa? I documenti dell’US Department of Defense attestano, all’inizio del decennio 2010, l’esistenza di più di 80 basi militari statunitensi (di cui 60 definite «di grosse dimensioni») e la presenza di 30.000 soldati yankee dei tre corpi d’armata sul suolo sudcoreano. Quest’ultimo fa parte della lista dei paesi che ospitano armi nucleari statunitensi. Ma i tempi sono cambiati; soprattutto da quando gli Stati Uniti sono anch’essi in crisi: nel 2014 Seoul ha dovuto pagare a Washington qualcosa come 1000 miliardi di won (ossia circa 900 milioni di dollari) di partecipazione al finanziamento di tale sistema di sicurezza. Ciò che non ha impedito al ministro sudcoreano degli Affari esteri di vantarsi, al momento della firma dell’accordo, di essere riuscito a moderare le ambizioni statunitensi di aumentare il contributo del suo paese a soltanto il 5,8% in più!

Il «riequilibrio militare in favore dell’Asia dell’Est» dopo più di un decennio di guerre in Afghanistan e in Iraq è stato la ragione addotta per giustificare il recente accrescimento degli effettivi statunitensi in Corea del Sud. Le manovre militari congiunte dei due paesi attualmente in preparazione non fanno dimenticare l’evidenza che esse riuniranno le truppe sudcoreane e… quelle della loro potenza neocoloniale. Per dirla in modo ancora più crudo: in questo momento, come ieri e dopo il cessate il fuoco del 1953, la Corea del Sud resta un territorio occupato.

La deriva autoritaria della Signora Park

Lo scorso 19 dicembre, su richiesta del ministero della Giustizia, il Consiglio costituzionale ha proceduto alla dissoluzione del Partito Progressista Unificato (Tong Hab Jinbo Dang), a dichiarare decaduti dal loro mandato i cinque deputati del PPU al Parlamento e all’arresto di uno di loro, subito condannato al carcere per alto tradimento e attentato alla sicurezza dello Stato. Il motivo invocato dal Consiglio costituzionale è la violazione della legge di Sicurezza nazionale, che risale al 1948 e prevede fino alla pena di morte per chi dovesse dichiararsi comunista e svolgere attività suscettibili di costituire un sostegno alla Corea del Nord.

È la prima volta dal 1958 che viene messo fuori legge un partito politico nella Repubblica di Corea; è anche la prima volta, dopo la fine della dittatura nel 1987, che il governo inoltra una simile richiesta al Consiglio costituzionale. La prima volta, ancora, che tale Consiglio, esso stesso e paradossalmente nato grazie all’avvento della democrazia, calpesta in questo modo i principi di separazione dei poteri e d’indipendenza della giurisdizione, per immischiarsi in un processo di diritto civile e penale e definirlo prima del tempo. Al punto che il 22 gennaio 2015, la Corte suprema (o Corte di cassazione) giudicava che l’imputazione di alto tradimento mossa (il 17 dicembre da un Tribunale distrettuale) contro il deputato del PPU non fosse fondata – mantenendo comunque la condanna inflittagli per «incitamento all’alto tradimento»…

Il PPU, che ha avuto origine dalla fusione del dicembre 2011 di diversi partiti di sinistra (tra i quali il Partito democratico del lavoro, fondato nel 2000, il Partito della partecipazione del popolo e una frazione del Nuovo Partito progressista), è la principale formazione politica della sinistra radicale, di tendenza socialista, e attualmente il più risoluto oppositore del potere della presidente della Repubblica, Park Geun-hye. Quest’ultima, già dirigente conservatrice del Grande Partito nazionale (GPN) e figlia dell’ex presidente Park Chung-hee che diresse il colpo di Stato militare del maggio 1961 e prolungò la dittatura neofascista sotto controllo statunitense, aveva già frontalmente attaccato la libertà sindacale dopo la sua elezione nel 2012. Eccola ora inasprire la repressione politica: incriminazioni sempre più frequenti agli oppositori in nome della legge di Sicurezza nazionale, perquisizioni poliziesche dei domicili dei membri del PPU (che ne conta oggi più di 100.000) e alle sedi di organizzazioni progressiste e/o religiose (tra cui l’Alleanza coreana per la riunificazione indipendente della patria, il Comitato di sostegno ai prigionieri d’opinione…), esplusione dal paese di intellettuali, rifiuto dell’ingresso sul territorio di dirigenti di gruppi associativi di solidarietà con la Corea del Sud…

La decisione di bandire il PPU presenta nettamente i caratteri dell’abuso di potere. Secondo il giudice costituzionale Isou Kim, il solo (su nove) a non aver votato questa decisione: «Non esiste alcuna prova che lo scopo nascosto del PPU sia di realizzare il socialismo nordcoreano. La “democrazia progressista” non attenta ai fondamenti dell’ordinamento democratico». E la direttrice delle ricerce Asia orientale ad Amnesty International, Roseann Rife, ha aggiunto: «Tale dissoluzione solleva gravi inquietudini riguardo le intenzioni delle autorità in merito alle libertà d’espressione e associazione. Il governo utilizza sempre di più la sicurezza nazionale come pretesto per reprimere l’opposizione. Lo spazio accordato alla libertà d’espressione si è sensibilmente ristretto nel corso di questi anni». L’Associazione degli avvocati per una società democratica ha pubblicato un «Accuso il Consiglio costituzionale di avere ucciso la democrazia pluralista in Corea»; quella, internazionale, dei Giuristi democratici (IADL) sottolinea dal canto suo che «questa azione viola i diritti dell’Uomo di libertà d’opinione, espressione e associazione» come pure «le disposizioni della Commissione di Venezia sui partiti politici».

La democrazia agonizza in Corea del Sud, dove dichiarare la propria adesione al socialismo (Sa hoei Ju Eui) o l’auspicio di vedere la nazione coreana infine riunificata può portare alla prigione. E questo nel momento in cui la Signora Park, costretta a far fronte agli scandali di corruzione tra i suoi ranghi, agli effetti della crisi economica e alle crescenti rivendicazioni popolari, si congratula per l’apertura al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di un dibattito sui diritti dell’Uomo in Corea… del Nord!

 

* Economista, ricercatore del Centre national de la recherche scientifique (CNRS) di Parigi

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