Torino: PalaNuovobyl’

di Stefano Plescan
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In un vecchio film sovietico, due personaggi chiamati lo Scrittore e il Professore si addentrano in uno spazio recintato, chiuso al resto del mondo e sorvegliato da guardie armate: tutti lo chiamano “la Zona”. È costellato dei relitti di quelle che furono le cose degli uomini, distrutti da una paura senza nome. Li guida un giovane, è colui che conosce la strada, che sa evitare i pericoli e i terrori indicibili di questo angolo di mondo in cui l’impossibile non esiste e le leggi della natura sono sovvertite, è lo Stalker. I tre affrontano i rischi della “Zona” per raggiungere il suo centro, la leggendaria e misteriosa “Stanza”. Di essa si può solo mormorare, si dice che avveri il desiderio più sincero di quanti, pochi, si mostrino degni di raggiungerla.
Nel 1986, l’Europa è stata scossa dal tremendo incidente della centrale nucleare di Černobyl’. Devastazione, contaminazione, morte. Una morte strisciante, che ha obbligato il governo dell’allora Unione Sovietica a evacuare le cittadine circostanti per istituire una severa zona di esclusione attorno al reattore distrutto, tombato in un sarcofago di cemento. Una morte che dentro alla Zona ha lasciato solo le cose degli uomini a marcire, e la natura indifferente a fare il suo corso. Tra la realtà narrativa del film e quella vera di Černobyl’ molti hanno visto singolari analogie. C’è una Zona, da cui non tutti tornano intatti, con al centro qualcosa di alieno. C’è Pripjat’, la città fantasma che ci mostra come sarebbe il mondo se l’umanità se ne andasse in punta di piedi da un giorno all’altro.
Ora, nel centro di Torino sta un brutto palazzaccio, una cassa toracica di travi d’acciaio intorno a un corpo di cemento e poi un cortile, aule che spuntano come funghi intorno al cadavere di un guerriero tolkeniano. Un anno fa il palazzaccio è passato attraverso una ristrutturazione edilizia durata mesi. Era un restyling, una cosmesi architettonica che ha lucidato l’armatura del guerriero, e qualcuno di noi si è illuso potesse dargli nuova vita. Il 15 aprile scorso, invece, gli ispettori dell’Asl, su segnalazione dell’Arpa Piemonte, controllano le scale e gli impianti di Palazzo Nuovo, così si chiama il nostro protagonista. E allora, sorpresa: si trovano fibre di amianto, e la Procura apre un’indagine. È una vecchia storia, pensiamo in tanti, l’amianto a Palazzo Nuovo: il palazzaccio è stato costruito ai tempi in cui l’amianto in edilizia andava forte, e in Piemonte ne sappiamo qualcosa. Ma non è una vecchia storia, stavolta. L’amianto viene trovato anche nel sistema di ventilazione interno. Aule, uffici e scale vengono sbarrate, sigillate. Il 17 aprile alle ore 15.00, Palazzo Nuovo è chiuso. Il comunicato ufficiale del Rettore: una settimana, per consentire nuovi accertamenti.
Non sarà una settimana, adesso già si parla di settembre. Nessuno lo dice apertamente, parlano tutti di precauzioni, ma Palazzo Nuovo è pericoloso e va bonificato. Si dice che durante l’ultima ristrutturazione, che avrebbe dovuto includere una messa in sicurezza del solito amianto, del minerale malamente maneggiato sia finito nell’impianto di ventilazione di aule e uffici. Amianto, ventilazione: i vocaboli parlano chiaro. Per un anno lo avremmo respirato. Cosa devono pensare gli studenti che in quelle aule fino al giorno prima facevano lezione per due, quattro, sei ore al giorno? Che in quelle biblioteche entravano a mattina e si fermavano fino a sera? Che da quelle scale scendevano e salivano con il respiro pesante? Gli ascensori sono pochi, sono sempre occupati. Cosa devono pensare i lavoratori, i professori che in quell’edificio svolgevano le loro mansioni quotidiane? Già solo la chiusura di Palazzo Nuovo si prospetta un incubo organizzativo di dimensioni imprecisate: lezioni spostate, biblioteche chiuse per un periodo indeterminato con l’impossibilita virtuale per chi fa ricerca di consultarle.
Palazzo Nuovo, quel guerriero sdraiato in mezzo al centro di Torino che non faceva paura a nessuno, si è trasformato in una Zona come quelle dello Stalker e di Černobyl’. Entrarci non si può più, eppure si deve. Nessuno ne è responsabile, tutti hanno fatto del loro meglio, eppure a migliaia tra lavoratori e studenti sono stati sottoposti a dosi sconosciute di agenti pericolosi mentre facevano il loro dovere o cercavano il loro futuro. Si deve entrare a Palazzo Nuovo, dobbiamo entrarci tutti, perché questo non si può accettare. Torino, città universitaria, e il Piemonte non possono lasciare che la sede di quelle che una volta si chiamavano facoltà umanistiche diventi una nuova Pripjat’, lugubre monumento alla vanità delle rassicurazioni quando queste prendono il posto della sicurezza. Solo non possiamo sperare che uno Stalker ci guidi, il mostro di Palazzo Nuovo e delle sue ipocrisie lo abbiamo creato anche noi e ora tocca a noi rimetterlo al guinzaglio.

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