Vysotskij, cantautore sovietico, emblema della molteplicità musicale del mondo

di Alessio Arena

kinopoisk_Vysotskiy_468Amiamo la canzone anglosassone. Davvero, senza riserve. Ma soffriamo per come essa, espressione della cultura – tanto spesso attraversata da ribellione e inquietudini – della parte del mondo “che conta”, anche nei suoi contenuti di contestazione dello stato di cose presenti si è trasformata in un metro stilistico, musicale, letterario sulla base del quale valutare il valore (non la carica innovativa, il valore nel senso più ampio del termine) di qualunque forma di espressione canora in giro per i cinque continenti. Cosicché qualunque inquietudine o aspirazione risulta doversi esprimere, per essere validamente trasmessa alle masse, secondo gli stilemi canonici delle scuole musicali prodotte – e mercificate – dai popoli la cui storia ha importanza. Eurocentrismo nella musica colta, anglocentrismo in quella popolare. Non si scappa. La stessa sintassi deve dominare su tutto e su tutti.

E viene alla mente la riflessione di Thomas Sankara circa l’economicità ed efficacia della colonizzazione culturale: la più implacabile forma di dominazione concepita dall’uomo sull’uomo. Pura e definitiva espressione di egemonia. E viene in mente, ad esempio, come oggi lo strumento politico più diretto del neocolonialismo francese verta appunto su questo: la lingua, la sintassi, il suono. L’Organizzazione della francofonia come succedaneo del potere coloniale transalpino in Africa e non solo.

Poi ci volgiamo alle cose di casa nostra, guardiamo all’imposizione crescente di terminologie anglosassoni nella comunicazione quotidiana, e vediamo fiorire e dar frutti anche qui da noi, nel cuore della metropoli imperialista atlantica, quella stessa forma di colonizzazione culturale che unifica le nostre società “del benessere” (declinante per le classi popolari, nella misura in cui la crisi avanza cancellando dal novero del possibile il compromesso socialdemocratico) in un unicum con un centro (bianco, protestante, anglo-germanico) pur attraversato da conflitti, ma unito dalla stessa ideologia, e una periferia (di qui l’assurda, razzista e completamente infondata categoria dei Piigs che tanto successo riscuote, purtroppo, anche nelle riflessioni della sinistra assoggettata all’egemonia del Capitale).

La canzone è senza dubbio stata uno strumento fondamentale nel processo di affermazione di questo stato di cose. Il Rock ‘n roll, nato negli Stati Uniti come esplicita risposta bianca, adatta ai bravi ragazzi Wasp, al dilagante successo della musica dei negri, il jazz e il blues, rimbalza in Inghilterra per ritornare, reinterpretato, negli USA e, partendo dal mondo anglosassone, conquistare il mondo. E dare anche un rilevante contributo ai sogni e alle lotte più progressive sviluppatesi nelle società occidentali, salvo poi essere imbrigliato, trasformato, mercificato e diventare così, anche nelle sue componenti più avanzate, interno e oggettivamente funzionale allo stato di cose presenti. E fornire una sintassi musicale all’omologazione culturale come fatto profondamente politico capace di attraversare e assoggettare ogni settore sociale al pensiero unico.

Si noterà come la nostra riflessione non intenda affatto mettere in discussione il valore in sé di alcunché. Ma semplicemente delineare le caratteristiche dell’internità della musica di derivazione anglosassone all’attuale blocco storico, cioè all’insieme della struttura, della sovrastruttura e delle reciproche connessioni e movimenti tra i due elementi. Rivendichiamo dunque il nostro apprezzamento per le correnti musicali richiamate e siamo certi che una nuova società a venire saprà restituirle alla loro reale, autentica dimensione artistica.

Quello che ci preme sottolineare è la profonda subalternità intellettuale e culturale di tutti quei presunti “intenditori” che pretendono di valutare il valore di ogni espressione canora a livello mondiale usando il metro dei Pink Floyd o dei Beatles. Una forma di razzismo musicale, questa, con profonde radici nella cultura occidentale, se è vero che tra i primi a lottare – senza vincere – contro il disprezzo euro-americano  per la musica non bianca si trova il nostro Giacomo Puccini, espressione della borghesia democratica sconfitta nel Risorgimento, che con la sua  Madama Butterfly nello stesso tempo condanna lo spirito colonialista incarnato dal personaggio di Pinkerton e studia la musica giapponese per integrarla nella composizione dell’opera, rendendo così omaggio a una tradizione musicale millenaria extra-europea il cui valore era allora negato né più e né meno come lo è oggi quello di qualunque cosa non rientri nei parametri del “bello” ed “evoluto” stabiliti dal mercato occidentale dominante.

Tutto questo per introdurre le motivazioni che spingono a dedicare qualche riga a un cantautore sovietico come Vladimir Vysotskij, già noto al pubblico italiano grazie a un disco pubblicato dal Club Tenco in cui alcune sue canzoni tradotte in italiano vengono interpretate da nomi celebri della canzone nostrana, da Guccini a Cristiano De André, passando per Ligabue e Vinicio Capossela. Un disco sull’ispirazione del quale torneremo.

Vysotskij, dunque. Se volessimo concentrarci sull’estetica bohèmienne potremmo richiamare il suo travaglio di “poeta maledetto”, il lungo processo di distruzione del suo fisico sotto i morsi dell’alcool e di una vita sregolata che lo condusse a morte prematura nel 1980. Insomma, tutti elementi capaci di renderlo simpatico al pubblico radical-chic  di quella sinistrina educata all’estetica della decadenza dall’adesione a una visione del mondo creata su misura per la conservazione sociale e la reazione che fa del disagio esistenziale – condotto alle estreme conseguenze – l’unico terreno possibile di una rivoluzione umana intesa come affermazione negativa di un ego aristocratico autodistruttivo. Parliamo insomma dell’ideologia dominante, così ben descritta da György Lukáks a proposito di Nietzsche: «La “missione sociale” che viene compiuta dalla filosofia di Nietzsche consiste nel “salvare”, nel “redimere” questo tipo d’intellettuale borghese, additandogli una via che renda superflua ogni rottura, ogni tensione con la borghesia; una via in cui possa continuare a sussistere il gradito senso di essere ribelli, e venga reso magari più vivo con la seducente contrapposizione di una “più profonda” rivoluzione “cosmico-biologica” alla “superficiale” ed “esteriore” rivoluzione sociale; una “rivoluzione” che mantiene completamente i privilegi della borghesia e che difende con vigore la posizione della privilegiata intellettualità imperialistica parassitaria; una “rivoluzione” che è diretta contro le masse e che conferisce alla paura di perdere la propria posizione di vantaggio, onde sono turbati i privilegiati dell’economia e della cultura, un’espressione patetico-aggressiva che ne nasconde il carattere egoistico». Non è evidentemente a costoro che s’indirizza il nostro scritto, né in funzione delle loro smanie di consumo “culturale” che intendiamo suggerire ai lettori la scoperta della poetica di Vladimir Vysotskij.

Per converso, rigettiamo pienamente la mistificata lettura “politica” fatta di Vysotskij dal Club Tenco, viziata dalla smania di certa “intellettualità” di sinistra di espiare il peccato originale d’esser stati comunisti e di non aver sin da subito aderito ai “valori democratici” dell’Occidente, trasformando artificiosamente il cantautore sovietico in un emblema della dissidenza, censurato dal regime perché non suddito di una politica culturale omologante e oppressiva che negava la possibilità dell’arte nella misura in cui negava l’individuo.

E’ stato per questo motivo, consapevolmente o meno non importa, che il Club Tenco ha voluto accreditare e diffondere nel nostro paese l’immagine di un Vysotskij censurato e impedito a esprimersi, costretto a sgattaiolare nel “mondo libero”, in Francia, per poter incidere alcune delle sue oltre cinquecento canzoni altrimenti ineluttabilmente destinate all’oblio. Un’immagine, questa, doppiamente falsa: perché tradisce il percorso di un artista certamente anticonformista e spesso in conflitto con le istituzioni culturali del suo paese, ma mai favorevole al capitalismo, mai sedotto dai suoi disvalori  e mai messo a tacere, e perché contribuisce a riconfermare una visione della dialettica interna all’URSS non conforme alla realtà, rappresentando monolitismo laddove c’erano contraddizioni anche violente, conformismo culturale laddove invece, nella dialettica tra le varie istituzioni culturali pubbliche, ampi spazi – più ampi che in Occidente, senza dubbio – si aprivano alla creazione artistica, alla ricerca, alle loro infinite possibilità.

Il nostro Vysotskij, con la sua poliedricità, il talento interpretativo che ne fece uno dei più celebrati attori di teatro sovietici, la sua ricca vena creativa e l’ispirazione poetica che lo ha fatto entrare a pieno titolo nelle antologie dalla poesia contemporanea in lingua russa, è il cantautore testimone delle contraddizioni della società in cui viveva, capace di contestarne le sclerosi come contributo al suo progresso, di dar voce allo spirito profondo del suo popolo fino a divenirne il più amato dei versificatori. Un autore capace di passare dalla tesa denuncia dei momenti più duri della storia sovietica alla satira di costume, facendo della sonorità della voce un elemento comunicativo presente quanto la musica – istintiva, essenziale, ruvida – e le parole.

Il nostro Vysotskij è idealmente collocato, nel nostro immaginario poetico, accanto a un altro grande, tormentato e partecipe artista dell’era sovietica: quel Vladimir Majakovskij che fu capace, prima del tragico suicidio, di portare l’arte nella rivoluzione e di farne un motore della nuova storia del mondo cominciata una gelida notte di novembre del 1917.

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