Referendum costituzionale: la strategia del NO

logo-comitato-no14“Quale strategia – si chiede Angelo Panebianco dal Corriere – coloro (l’accozzaglia? ndr)  che sperano nella vittoria del No e nel conseguente ridimensionamento politico di Matteo Renzi?”

Da dove partire per rispondere a questa domanda? Innanzitutto mettiamo le mani avanti: parla un comunista e un attivo sostenitore del comitato del No. Oziosa precisazione? Niente affatto. L’iportanza di questa puntualizzazione è tutta politica, ma ci porta al cuore del problema, e di questa travagliata quanto inquinata e disonesta campagna elettorale, caratterizzata dalle bassezze del PD e del fronte del Sì.

Il comitato rappresenta quello che è stato il primo scorno – presto digerito, sia pure – del Matteo nazionale, perché è il frutto della ribellione dell’ANPI che ne costituisce l’anima e la struttura (ovviamente non esaurendolo); il rifiuto di una istituzione che si pensava in molti già egemonizzata dal PD e praticamente da questo fatta propria, e la cui dichiarazione di bocciatura delle riforme non sembrava scontata. Un’istituzione che all’avviso di molti di noi – comunisti di diverse casacche e adesioni sindacali – andava progressivamente svuotandosi, a livello nazionale, del suo ruolo di custodia e trasmissione dei valori della Resistenza, divenendo sempre di più una sponda ulteriore e una benedizione laica delle derive liberiste e autoritarie del Partito Democratico. Ma ora No. Ora, e parte della tattica renziana per il conseguimento del risultato passa attraverso appunto la cancellazione dell’attrito avuto con l’Anpi, di cui i pennivendoli praticamente non parlano più, e della liquidazione di tutto il confronto in una bagarre a scopi di strumentalizzazione politica ad opera dei principali partiti dell’opposizione: da un lato i Cinquestelle che, non sia mai, hanno altri disegni per il paese, dall’altro i partitini dello zerovirgola, che si oppongono al csd cambiamento per poter “galleggiare” (è sempre il nostro corsivista del Corsera che parla), e si oppongono al “fare” e “snellire”.

Fortunatamente No, seppur accozzaglia, c’è senza dubbio soluzione di continuità in questa. Ma perché questo referendum è importante? Del resto da queste parti ce la vediamo dura rispetto agli attuali rapporti di forza, e siamo ben consci che l’esito non cambierà molto di per sé questa situazione. Ma perché allora, No? E perché il No del Comitato?

Da una prospettiva globale, la dirigenza post-comunista sopravvissuta – a suo modo – alla caduta del Muro teneva sotto scacco un autentico movimento di sconfessione delle decisioni verticistiche e sempre più scollate dall’originaria classe di appartenenza, rinnegando non già dei valori, ma dei costumi; per supponenza prima, per sciatteria poi; infine per totale alienazione sociale e ideologica. Ma ovviamente ciò era già in nuce nella dismissione di un soggetto che si richiamasse formalmente ai valori del socialismo e della rivoluzione proletaria. Ma come lo tenevano sotto scacco? Ebbene con una strategia di tre braccia: CGIL, ARCI, ANPI. Questi, mutatis mutandis, in diverse misure e con diversi gradi di consapevolezza al loro interno e nei diversi periodi, hanno seguito non senza gli attriti di rito e le ritrosie presto rivelatesi velleitarie, le dinamiche e le mutazioni che hanno variamente caratterizzato il principale partito di centro-sinistra dal PDS in qui. Nessuno scandolo, ciò sembra avvenuto – ammettiamo con rammarico – ineluttabilmente, non essendo questi i soggetti di elaborazione ideologica, ma, soprattuto col timone del sempre più annacquato sinistrismo, centri di aggregazione legati alle loro funzionalità manifeste, ma senza tuttavia terminare quell’attività di fidelizzazione ed irretimento di certa area radical, inevitabilmente portando acqua al grande mulino di Mamma Partito.

Ma possiamo dire, senza avventurismo, visto il disincanto che domina tutti noi, che un freno sembra porsi a questa tendenza, e si scorge la possibilità di un perno per tutti coloro che tormentano i sonni del povero Panebianco.

Nulla di scontato; nessuna ipoteca a progetti che non si osa nemmeno di fare; ma se, visto il cinismo di molti di noi nel constatare la nostra tendenza ai carrozzoni autoreferenziali, i traghetti grotteschi da un’isola all’altra delle rivoluzioni che non siamo in grado di fare, l’assenza di una strategia, su cui cianciamo da molto prima i columnist del Corsera incominciassero a tifare l’Italia renziana che dice Sì e altre baggianate simili; e di una strategia ragionevole associata ad una soggettività effettualmente tale, che riconosca l’urgenza di sostenere con costanza il sindacalismo conflittuale, che se ne miri alla convergenza delle sigle, che infine conduca una battaglia consustanziale a quella portata nelle piazze dagli studenti e dai militanti, davanti agli scudi come agli ingressi degli istituti (e nei Mac Donald’s) e rifiutando tutti i vaucher della marginalità autosufficiente. Se queste cose ci si impongono brucianti negli occhi come lacrimogeni ad libitum dagli ammaestratori di una società traghettata in massa lontano dalle nostre più ragionevoli speranze, in un moto verso il quale ci sentiamo impotenti; se davvero anche avviandoci a metà e poi nel tratto finale di questo percorso referendario, anche al termine di questa campagna siamo tentati di vaticinare che “no, non si porterà a casa nulla anche da questa esperienza, Sì o No”… allora No, non dev’essere questo l’ennesimo affondo (a nostro danno), perché un braccio è stato… per lo meno lussato. Se davvero saremo in grado di riunire le forze in un autentico soggetto rivoluzionario non sarà sognando, non sarà certo senza la tenuta dei luoghi strategici della vita civile dove è possibile rintracciare e coltivare e organizzare il dissenso utilizzando perni della nostra società che, se lo vogliamo, se saremo in grado di convogliarne la ricerca culturale e a promuoverne le adesioni, saranno decisivi nel ribaltare la situazione e rappresentare terreni dove i nostri collettivi si possano interfacciare realmente, e realmente approntarsi a costruire qualcosa.

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