In memoria di Jean Salem (1952-2018), alcuni passaggi del suo “Lenin e la rivoluzione”

Si è spento oggi a Parigi, dopo lunga malattia, il compagno Jean Salem, filosofo marxista di grande caratura, militante rivoluzionario nel mondo della cultura francese e internazionale, figlio orgoglioso dell’eroe della lotta anticolonialista in Algeria Henri Alleg.

Fronte Popolare rende omaggio alla memoria di un uomo impegnato, capace con il suo lavoro di approfondimento e divulgazione di rendere accessibile la filosofia materialista, da quella antica a quella contemporanea, e il pensiero rivoluzionario a una nuova generazione di compagne e compagni. Porteremo con noi la sua intelligenza, gentilezza e arguzia.

Desideriamo rendere omaggio alla sua memoria pubblicando alcuni stralci del suo saggio “Lenin e la Rivoluzione” (Edizioni Nemesis, Milano 2010), preziosa introduzione al pensiero leninista e appassionato omaggio al padre della Rivoluzione d’Ottobre. Nel testo, Salem rievoca il suo “primo incontro” con il pensiero di Lenin, avvenuto durante l’infanzia quando la famiglia fu costretta a scappare dalla Francia e riparare nell’URSS per sfuggire alle persecuzioni dovute alla militanza anticolonialista del padre. Segue la postfazione “Dieci minuti per farla finita con il capitalismo”, brillante e acuta difesa dell’attualità del marxismo.

* * *

Come Vladimir Il’ič è entrato nella mia vita

 

Tanto tempo fa, per cominciare come un bravo scrittore, mi ero coricato di buon’ora. Da molto tempo ero affascinato da quelle conversazioni a voce bassa, delle quali Neruda scrive che separano più di quanto farebbe un fiume il mondo dei bambini da quello degli adulti [1]. Quella sera, era il 1961, cenavo con la nonna e la zia che mi allevavano. Avevo nove anni; esse avevano preferito conservare il segreto e mi parlavano di tanto in tanto di un padre[2] piuttosto fantomatico, che faceva per così dire l’istitutore in Algeria e che, a causa della guerra, non poteva tornare in Francia. Né l’una né l’altra sapevano che mia madre, senza darmi ulteriori spiegazioni, mi aveva confidato durante uno dei nostri troppo rari incontri che questo padre scriveva inoltre alcuni articoli sulla stampa usando uno pseudonimo ben preciso.

Tutti e tre, come d’abitudine, ascoltavamo quella sera il «giornale parlato» delle 20, distillato dall’enorme radio che troneggiava là vicino, quasi al centro della lunga parete della sala da pranzo. All’improvviso, sentii che Henri Alleg era evaso dalla prigione di Rennes e che la polizia lo ricercava attivamente. «Si tratta di papà? », domandai immediatamente, come se la cosa mi fosse evidente. Mia nonna, per tutta risposta, scoppiò in singhiozzi, mentre mia zia mi conduceva nella mia camera, continuando a ripetere, per almeno una mezza dozzina di volte, ciò che avrei amato credere già la prima volta che mi era stato detto – e cioè, che è possibile essere gettati in prigione senza essere criminali o briganti. E che nel caso di mio padre, si trattava di un uomo perbene, di un coraggioso militante comunista. Ma della tortura, quella sera non mi disse niente. Qualche settimana più tardi, mia madre, mio fratello (che aveva vissuto con lei a Parigi) e io ritrovammo mio padre su un binario della stazione di Praga. Poi ci furono la scuola sovietica di Praga e l’inizio di una nuova vita. I frequenti riferimenti al nome di Lenin in questo paese che ci accoglieva; i riferimenti dei miei genitori e dei loro amici alla sua chiaroveggenza nell’azione o ad alcuni dei suoi discorsi; le inevitabili barzellette (due burocrati si domandano perché un cabaret non faccia più spettacoli a Mosca, quando in tutte le parti dell’Occidente si cerca di imitarlo, e uno dei due assicura all’altro che la spogliarellista è in ogni caso «politicamente sicura», perché… ha conosciuto bene Lenin); qualche statua, ovviamente, e la sua effigie sulle insegne dei “pionieri”, che io e mio fratello eravamo diventati. Poi, durante l’estate seguente, Artek, in Crimea; Artek “repubblica dei pionieri”; Artek e le lunghe discussioni suscitate, sul bordo del mar Nero, dal giovane istruttore che era responsabile del nostro “distaccamento”. E poi ancora Ivanovo, la Casa Internazionale dell’Infanzia, questo internato molto sovietico, a trecento chilometri a Nord-Est di Mosca, in cui erano accolti i bambini greci, iraniani e altri che erano stati più o meno martirizzati dai difensori del “mondo libero”: fu innegabilmente in quest’epoca che Vladimir Il’ič  si impose vivacemente alla mia attenzione.

Postfazione

Dieci minuti per farla finita con il capitalismo

 

Dieci minuti. Ogni oratore, quella sera, aveva a disposizione dieci minuti per parlare dell’attualità del marxismo. Giusto il tempo di un saluto.

Caritatevolmente. — Il primo di questi minuti, l’avevo dedicato, quella sera, alle cose caritatevoli, a questi degni rappresentanti di una generazione che ha calpestato i suoi valori, di una generazione da palinodie e traccheggi, da “commercio equo”, da buffonate umanitarie mescolate a narcisismo e ad appelli frenetici alla guerra. In questo oceano di zucchero, di miele e caramello in fondo al quale – come in apnea – abbiamo dovuto sopravvivere per circa vent’anni, in questa fiera dei buoni sentimenti (che non facendo nessun male, non possono che fare del bene), abbiamo assistito alla santificazione dell’esistente. L’attualità del marxismo risiede, quindi, in primo luogo nel fatto che esso denuncia il capitalismo in quanto sistema, e che ci fornisce strumenti che mettono in piena luce l’inutilità di ogni angelismo, l’inefficienza dei “riformatori al dettaglio”, l’impostura di coloro che militano per l’estinzione della povertà … dopo le dieci di sera.

Cinicamente. – Il secondo minuto fu consacrato al “pensiero unico”. Bisogna rileggere Marx e Lenin dopo il diluvio, ho affermato. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx denunciava l’inumanità del capitalismo e l’infamia dei suoi incensatori. Gli economisti classici, come Smith, Say o Ricardo, non hanno considerato l’operaio che come bestia da soma. Hanno voluto vedere nell’uomo solo una macchina per consumare e produrre. Per quanto riguarda ciò che può accadere al lavoratore al di fuori del tempo di lavoro, lasciano mellifluamente al medico, al giudice, al becchino o al poliziotto il compito di occuparsene un po’. Il completo dominio dell’economia sulla società traduce un’alienazione massima, che si manifesta in maniera esplosiva nella potenza universale del denaro: il nostro valore reciproco, scrive Marx, è per noi il valore dei nostri reciproci oggetti. Ne La France qui tombe, un recente opuscolo liberale, si possono trovare considerazioni allarmiste e calcolate riguardanti l’abbassamento della produttività causato da ogni conquista sociale, a cominciare dal passaggio alla settimana di 40 ore all’epoca del Fronte popolare. Ma allora perché non parlare, una buona volta, delle disavventure economiche causate dalla legge del marzo 1841 che limitava ai bambini di più di 8 anni (!) l’età legale d’ammissione all’assunzione ?

Bellicosamente. — Nel terzo minuto ho fatto un’allusione molto succinta al complesso militare e industriale, oggi ben installato dalla parte di ciò che c’è di più chic, in combutta con tutte le mafie, detentore di mille nuovi intermediari e, soprattutto di immensi organi di “informazione” o pretesi tali. Lo consacravo, in altri termini, alla conferma quotidiana della tesi secondo la quale il sistema capitalista assicura il migliore avvenire alla guerra. Alla guerra di rapina, alla guerra di predazione, alla guerra contro coloro che escono dai ranghi o contro quello che ancora ieri è stato un onorevole concorrente sul “libero” mercato, alla guerra sino-americana, per esempio, che costituisce ormai uno degli scenari meno improbabili del prossimo futuro.

Inegualmente. — I grandi media sono stati l’oggetto del quarto minuto. Chomsky, nel suo bestseller, La fabbrica del consenso, e io stesso in un saggio che avevo intitolato Rideau de fer sur le Boul’Mich, abbiamo calcolato l’inverosimile disparità che è riservata da questi grandi media ai massacri contemporanei, a seconda che questi siano o no massacri democratici. La classe che dispone dei mezzi di produzione materiale, diceva Marx, dispone anche, per le stesse ragioni, dei mezzi di produzione intellettuale. E questo vale, più che mai, in un universo che si dà come scopo fare del massacro ininterrotto un’ambientazione naturale, saturarci di messaggi, di ingiunzioni, di “incitazioni” e di distrazioni.

Orrore-economicamente. — In quinto luogo, l’invasione religiosa di cui siamo apparentemente testimoni, le opposizioni tribali, i costumi di un’altra età, e da noi gli intrecci complessi del razzismo e della necessaria difesa dello spirito laico, tutto questo illustra bene la tesi un po’ paradossale che ci viene ricordata da una nota del Capitale: anche nel corso di epoche durante le quali il religioso sembra costituire il fattore dominante (Marx sta pensando al Medioevo), l’economico continua a essere il fattore che determina le altre istanze della società, i comportamenti degli uomini e le fedi che li mettono in movimento. Ci vuole una certa abilità, in altri termini, per distinguere il favore di cui purtroppo gode un certo Islam radicale in molte regioni del globo e l’esasperazione sociale suscitata in queste regioni dall’ingiustizia e dall’imperialismo. Perché la religione, come scriveva Marx, è sempre in qualche modo “protesta contro la miseria reale”.

Matematicamente. — Ho dedicato il mio sesto minuto ai misuratori, agli econometristi e agli altri fornitori di indici. Marx ha citato e lasciato parlare Schulz, un economista di tendenza socialista, che denunciava i calcoli di media dei redditi degli abitanti di una nazione, calcoli che autorizzano il filisteo (decisamente, niente è cambiato!) a ingannarsi sulla condizione reale della classe più numerosa della popolazione. Egli insorgeva contro gli pseudomodelli che, come la lotteria di Adam Smith, pretendono di giustificare l’esistenza del capitalismo. Qui risiede certamente il segno più apparente di una concezione particolare delle matematiche, che, da Hegel al giovane Marx, le rifiuta in quanto astratte, cioè sovrapposte all’oggetto, estrinseche rispetto alla realtà della vita concreta. Rimane comunque che la messa in numeri di tutte le cose, di ogni valore umano, costituisce uno dei cancri della nostra strana epoca.

Democraticamente? — Poi arrivò il settimo minuto: lo riservavo, appunto, a questa specie particolare di misuratori, i sondaggi, — che hanno aiutato a trasformare in oggetto principale di interesse alcuni gesuiti repubblicani, alcuni funghi liberisti di dubbia natura, come ne spuntano a decine sul concime del suffragio universale (tutte queste espressioni sono riprese da Maupassant), — del suffragio universale al 40% dei vontanti e al 100% dei disincantati. L’attuale religione del suffragio universale, la cui messa è detta in permanenza dagli istituti di sondaggio o dalle commissioni commissionate dalla Casa Bianca, merita almeno un riesame di cui si troveranno tutti gli elementi o quasi nelle opere dello stesso Marx, come in quelle di Lenin.

Uniformemente. — L’ottavo minuto ha evocato, en passant, il crollo delle ricerche umanistiche, la svalutazione dello studio, della lunga durata, della solitudine e, più in generale, del lavoro ben fatto. Compativo, secondo la formula ormai incontestata, il cretinismo generale, la cappa di football calata su questo mondo di piombo, sulla sua spaventosa uniformizzazione. «La borghesia», leggiamo nel Manifesto del Partito comunista, «costringe [le nazioni] a introdurre esse stesse la cosiddetta civiltà». Essa modella un mondo a propria immagine.

Amichevolmente. — Il nono minuto è stato dedicato ad alcuni dei miei buoni compagni. Poiché i grandi problemi della vita dei popoli sono risolti solo con la forza, scriveva Lenin nel 1905, coloro che si mettono a piagnucolare appena la lotta di classe diviene estremamente acuta, coloro che domandano ai socialisti l’impossibile, esigendo da essi che la vittoria completa sia acquisita senza che la resistenza degli sfruttatori sia mai schiacciata, questi sono dal profondo del loro cuore con la rivoluzione, ma solo a condizione che questa… si svolga senza lotta seria e non comporti nessuna minaccia di distruzione! In una parola, ciò che vogliono, è una “rivoluzione senza rivoluzione”, dichiara Lenin, ritrovando così i termini utilizzati da Robespierre nel 1972: «Cittadini, volevate una rivoluzione senza rivoluzione?». A questo proposito, i ritratti di Robespierre (sino ad allora promosso Anticristo) hanno cominciato, come dice Michelet, a risorgere da sotto i letti a partire dal 1830. Inoltre, non c’è affatto bisogno di essere degli indovini per predire che una riabilitazione molto più che parziale dei settant’anni del socialismo reale accompagnerà come sua condizione necessaria lo sviluppo del prossimo movimento rivoluzionario. Questo ci sembra tanto poco discutibile quanto il principio dei vasi comunicanti.

Čechovianamente — Il decimo e ultimo minuto, infine, è stato quello della giovinezza del mondo. Giovinezza che non se ne fa niente delle nostre disillusioni, delle nostre debolezze, della nostra adesione tanto beata quanto effimera a tutto ciò che, negli anni 1985-1990, è stato gorblaterato a Mosca (il neologismo è di Zinov’ev). Poiché la seconda Restaurazione pone in maniera più acuta e più vasta problemi ampiamente analoghi a quelli posti dal primo capitalismo selvaggio, quello dell’inizio del XIX secolo, essa conoscerà lo stesso domani. I becchini del mondo attuale sono già legioni, infatti, che sia qui o altrove, nei nostri paesaggi di disoccupazione, di rivolte, e di declino programmato o in India e in Cina, queste workhouses grandi come continenti e che sono ormai le nostre manifatture. Sarà la giovinezza del mondo a far accadere, senza dubbio, ciò di cui possiamo appena presagire i contorni. Perché noi siamo paragonabili a personaggi di Čechov. Siamo infelici. Sì, siamo un po’ infelici. Siamo persuasi di vivere la fine di un’epoca e il tempo sembra quasi essersi fermato. Sappiamo che qualcosa accadrà. Ma non sappiamo cosa.

Note:

[1] Cfr. P. Neruda, Confesso che ho vissuto, Milano, Mondadori, 2008.

[2] Henri Alleg (pseudonimo di Harry Salem), militante anticolonialista e membro del Partito Comunista Algerino, direttore del quotidiano Alger Républicain dal 1951. Il giornale viene vietato nel 1955, un anno dopo lo scoppio della guerra in Algeria. Nel suo libro-testimonianza intitolato La Question, pubblicato nel 1957 e subito tradotto in una trentina di lingue, Alleg ha descritto e denunciato le torture subite quando era nelle mani dei militari francesi della X Divisione Paracadutisti. Condannato a dieci anni di carcere per “attentato alla sicurezza dello Stato” e “ricostituzione di lega dissolta”, evade nel 1961 e si rifugia a Praga, in Cecoslovacchia. N.d.E.

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