Assise internazionali per l’ecosocialismo: il contributo di Fronte Popolare al dibattito del 16 gennaio (testo+video)

Pubblichiamo il testo in lingua italiana dell’intervento pronunciato da Alessio Arena, a nome della nostra organizzazione, in occasione del primo dibattito online europeo delle Assise internazionali per l’ecosocialismo, promosso sabato 16 gennaio dal Parti de Gauche francese. Fronte Popolare aderisce e partecipa al percorso delle Assise per l’ecosocialismo.

Oltre al nostro compagno, hanno partecipato al dibattito: Manuel Bompard (eurodeputato – La France Insoumise), Camille Maury (WWF), Dimitri Zustrassen (ricercatore sulle questioni industriali), Manuela Kropp (Fondazione Rosa Luxemburg Bruxelles).

Hanno moderato l’incontro Sophie Rauszer, della Segreteria esecutiva nazionale del PG, e Rémi Carrère, Co-coordinatore del gruppo di lavoro internazionale per le Assise ecosocialiste del PG.

Condividiamo anche il video integrale del dibattito, in lingua francese e inglese.

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Innanzitutto, vorrei rivolgere un ringraziamento non rituale al Parti de Gauche per aver organizzato questo dibattito e per il suo impegno nella promozione delle Assise internazionali ecosocialiste. La questione di una trasformazione della nostra economia e delle nostre comunità che consenta la transizione verso un modello di sviluppo che non minacci la distruzione senza ritorno delle condizioni della vita sul nostro pianeta, ci impone con particolare forza una prospettiva internazionalista. Organizzare questa prospettiva, mettere in comunicazione e fare discutere forze di sinistra di diversa ispirazione, significa in questo senso assumere un ruolo d’avanguardia.

L’urgenza di moltiplicare spazi di discussione come quello di oggi, e di trarne degli spunti per un’azione comune nei nostri paesi, che risponda però a un’unica strategia di lotta, viene imposta con più urgenza proprio dall’insistenza con cui i nostri avversari tentano di occupare ideologicamente il terrenodella transizione ecologica. L’Unione Europea diretta da Ursula von der Leyen è forse l’esempio più evidente di questo tentativo.

Credo sia necessario sottolineare un elemento: la forza con cui la Commissione Europea a guida tedesca si sta ponendo il compito di fare interpretare all’Unione Europea il ruolo di potenza ideologica su scala planetaria. Ursula von der Leyen sta completando il processo d’imposizione dell’ideologia ordoliberista come ideologia ufficiale dell’UE e, contemporaneamente, sta proponendo quello ordoliberista come un paradigma a vocazione universale. La cosiddetta “economia sociale di mercato”, che integra i dogmi del mercato con l’affermazione della funzione di direzione delle autorità pubbliche in senso neocorporativo, costituisce il quadro necessario per spiegare il contenuto reale dell’insistenza dell’attuale direzione dell’Unione Europea sul tema della transizione ecologica. Dentro questo quadro, il falso ecologismo forma un insieme organico con il militarismo, lo sfruttamento dei paesi del sud del mondo, la liquidazione dei diritti sociali, le rigide gerarchie territoriali imposte all’interno del mercato unico europeo, che distruggono l’ambiente umano di interi territori e ne consentono la devastazione ambientale.

In questo senso, gli esempi sono sotto i nostri occhi: a livello di impatto reale delle politiche di “conversione ecologica” promosse dall’ordoliberismo, si pensi ad esempio alle conseguenze concrete che lo sviluppo del progetto di produzione su scala di massa delle auto elettriche sviluppato da Vokswagen ha avuto negli ultimi anni, a livello planetario, sullo sfruttamento di risorse naturali come ad esempio il litio: parlo dell’impatto sul mercato, certamente, ma soprattutto e prima di tutto dell’impatto sulle comunità locali di paesi lontani, sui loro equilibri politici e sociali, sulla loro vita. A nulla vale la mera transizione a una nuova tecnologia, che tra l’altro lascia aperti numerosi problemi quanto al reale impatto positivo sull’ambiente in assenza di una trasformazione complessiva del paradigma dello sviluppo, se tale transizione avviene dentro il quadro della perpetuazione dello sfruttamento e dell’oppressione: il danno evitato da un lato, viene compensato da quello moltiplicato dall’altro e la corsa all’autodistruzione continua.

Se parliamo poi delle relazioni internazionali, il pensiero corre all’attacco di Emmanuel Macron contro Bolsonaro ai tempi del grande incendio della Foresta Amazzonica dell’estate 2019. Certamente, prendendo in considerazione le dichiarazioni di Macron senza ricordare chi le stava pronunciando, esse contenevano degli evidenti dati di verità. Ma come non vedere, dietro quelle dichiarazioni, il cinismo di un presidente violento e autoritario in patria, alla guida di un imperialismo da sempre responsabile delle peggiori devastazioni ambientali e umane nei paesi vittime della sua dominazione neocoloniale? Che dietro il teatrino dello scontro tra europeismo e sovranismo si nasconda un capitolo dello scontro in atto a livello egemonico tra i principali imperialismi, questo è evidente. Che la preoccupazione di Macron per la Foresta Amazzonica nasconda la longa manus dell’imperialismo europeo in America Latina, lo è altrettanto.

Ma da questo punto di vista, l’elemento più saliente sono sicuramente i trattati di libero commercio stipulati negli ultimi anni dall’Unione Europea con molti paesi e aree economiche del mondo. Quei trattati a proposito dei quali i nostri parlamenti nazionali non hanno più nessuna voce in capitolo, e che sono quindi quasi completamente sottratti a ogni controllo democratico. A cosa vale la retorica della Commissione Europea sulla transizione ecologica, quando per esempio in campo agricolo si impone la logica della concorrenza al ribasso sui prezzi, si spalancano le porte agli OGM e si pongono le condizioni per la liquidazione definitiva degli equilibri dell’economia agraria? Da ultimo, l’UE si è vantata dell’inserimento dei principi della sostenibilità ambientale nel Comprehensive Agreement on Investment con la Cina, ma con quale legittimità Bruxelles pensa di poter fare la morale agli altri su questo punto, considerando il suo passato e il suo presente?

Se guardiamo ai nostri territori, il quadro si completa. In questo mercato unico europeo che impedisce qualunque controllo democratico sulla vita economica e sociale, le nostre comunità sono sempre più isolate. In Italia ne abbiamo moltissimi esempi. Tra i più celebri, si può certamente citare la resistenza durata trent’anni della comunità della Val di Susa, in provincia di Torino, alla realizzazione dell’inutile linea di alta velocità TAV Torino-Lione. La repressione continua e violenta di quella lotta, l’occupazione militare della valle, la devastazione del territorio sono state il prezzo per rendere possibili enormi profitti, utilizzando la parola d’ordine ecologista della promozione del trasporto ferroviario delle merci (corretta in linea di principio) per perpetrare un vero crimine ambientale.

Lo stesso può essere detto a proposito della lotta delle comunità della Puglia contro il TAP (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che dai Balcani attraversa il Mare Adriatico e si collega alla rete italiana del gas. Anche in questo caso, la resistenza delle comunità locali è stata repressa, la loro voce silenziata sui media e così la devastazione ambientale ha potuto compiersi.

Nella primavera del 2017 il referendum contro il rinnovo dei permessi per le trivellazioni petrolifere nel Mare Adriatico è stato vittima di una vera e propria censura mediatica. Il risultato è stato una bassa partecipazione al voto e la sconfitta della nostra battaglia per la difesa dell’ambiente, perché il referendum non ha raggiunto la percentuale di partecipazione necessaria per essere convalidato.

Da ultimo, vorrei richiamare la lotta del popolo sardo contro l’utilizzo della sua isola meravigliosa come spazio per le esercitazioni della NATO. Una battaglia in cui la dignità di un popolo e l’amore per la sua terra si scontrano contro un mostro che unisce un violento impatto ambientale alla sua natura militarista e bellicista.

Spesso, come nel caso dell’acciaieria ILVA di Taranto, le comunità sono messe di fronte a una scelta drammatica: la vita o la sopravvivenza. La salvaguardia del tessuto economico a costo della salute delle persone e della distruzione del territorio, oppure la morte del tessuto economico con tutte le sue conseguenze. Questo effetto viene moltiplicato dalle gerarchie territoriali che si stabiliscono all’interno dell’Unione Europea e che dividono le comunità nazionali, aumentano diseguaglianze antiche e ne creano di nuove. Di fronte a esse, la reazione delle comunità è difficile, perché il potere politico si è smaterializzato e i responsabili sono lontani e irraggiungibili. E così le nostre comunità locali muoiono nell’isolamento e la via alla devastazione del territorio è aperta.

Da tutto questo emergono le caratteristiche del nostro Green Deal, che deve essere alternativo e antagonista a quello della signora von der Leyen. Noi dobbiamo essere capaci di proporre una prospettiva integrata e continentale di lotta per un nuovo modello economico che salvaguardi l’ambiente naturale e quello umano come due elementi non separabili.

Occorre reinventare le nostre comunità per servire le persone e il pianeta, non il profitto e assicurare finanziamenti per i progetti che costruiscono la salute e la ricchezza della comunità, a partire dalla classe operaia.

Dobbiamo lavorare all’interno delle città, dei paesi e delle comunità rurali per permettere una vita migliore e più sostenibile attraverso un rinnovato uso della terra, un aggiustamento dell’espansione urbana incontrollata e un supporto per le famiglie e i quartieri in decadenza

E lo dobbiamo fare organizzando la creazione di consigli di transizione comunitari come nodi per la distribuzione, l’istruzione, la pianificazione partecipativa e i processi decisionali democratici.

Ma tutto questo non sarà possibile senza un movimento europeo che abbracci tutto il continente e che sia in contatto con tutto il resto del mondo. Non sarà possibile perché la questione del potere si pone ormai a quel livello. Noi non saremo in grado di garantire che il processo di transizione ecologica sia democratico, non potremo orientarlo verso la costruzione di una società socialista, se non avremo una risposta politica e organizzativa ai meccanismi di libera circolazione dei capitali che rendono difficilissimo ai singoli Stati la tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite. Questo meccanismo, che ha creato in Europa dei veri e propri Stati usurai che si arricchiscono sulla legalizzazione dell’evasione fiscale da parte dei capitalisti provenienti da altri membri dell’UE, è il primo nemico contro cui batterci per reperire le risorse necessarie alla transizione ecologica che vogliamo. Elaborare proposte condivise anche su questo terreno e aprire un fronte di lotta europeo è un’urgenza centrale.

Per tutti questi motivi rinnovo il ringraziamento al Parti de Gauche. Senza occasioni come quella di oggi, non saremo mai in grado di affrontare la nuova fase che si è aperta nella nostra militanza per abolire lo stato di cose presente.

 

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