La manifestazione come atto di consumo

di Adamo Mastrangelo – regista e scrittore

Negli ultimi anni abbiamo visto il susseguirsi di centinaia di manifestazioni di protesta in tutta Italia. Chiediamo al lettore di sollevarci dalla noiosa elencazione di ogni momento di protesta, ma converrà con noi sul fatto che sono state tante e molto diverse tra loro. Non è questione di ragione o torto, né dei motivi e le matrici pseudo-ideologiche che le hanno organizzate. La domanda è molto più banale: dove conducono le manifestazioni? Dal no-green-pass fino al no-guerra, passando per il no-alternanza-scuola-lavoro, le manifestazioni sono state descritte e raccontate in lungo e in largo, senza che qualcosa poi sia cambiato davvero. La questione si fa paradossale: nonostante cresca il numero di manifestazioni in tutto il Paese, proporzionalmente, diminuiscono gli obbiettivi reali raggiunti in favore di quella piazza.

Pare quasi una sorta di svalutazione del mezzo della manifestazione in sé che, a poco a poco, rischia
di perdere quel suo valore di novità e di unicità, involvendosi in un qualsiasi altro evento di minore importanza, di pura cronaca da raccontare e raccontarsi.
Il tutto sfuma in una narrazione utile solo a se stessa, con un inizio, uno svolgimento e una fine, banalmente degna di nota, buona per essere scritta e forse anche letta e poi terminata, come si chiude l’ultima pagina di un quotidiano. Quel momento di protesta, di esigenza o di denuncia non era altro che uno spettacolo fine a se stesso, certo con elementi di riflessione importanti e forse urgenti, ma come fa lo spettatore dopo la fine di un film al cinema torna a casa pensando agli impegni del giorno dopo. Il manifestante di oggi diventa il protagonista brevi spatio di un evento al quale partecipa non tanto come attore, quanto invece come spettatore che consuma il proprio momento, come una serata al cinema o a teatro, come un gruppetto di amici che ordina una birra in un qualsiasi pub o paga il biglietto per un museo in centro. Instagram alla portata di mano, naturalmente.

Cosa resta dunque di quella piazza se non la soddisfazione, del tutto personale, di avervi aderito?
Non si pensi che sia l’ennesima riprova della distanza delle piazze dai Palazzi, delle masse dalla politica: diventa più che altro la coagulazione del mezzo e del fine nel medesimo atto. La protesta diventa il fine ultimo dell’atto stesso di protestare, la piazza diviene il luogo dove quelle richieste si consumano e si dissipano, dove tutti torneranno nelle loro case ad organizzare la successiva adunata in compagnia, in un reality-show periodico, che viene rinnovato ogni anno con una nuova e banale riedizione dal patetico sapore da petits bourgeois. L’incapacità, l’inerzia e la pigrizia di rinnovare lo strumento della piazza – e con esse le nostre discutibili certezze sulla libertà d’espressione – tradiscono la piazza stessa e il suo essere mezzo reale di cambiamento.

Non vorremmo generalizzare: non tutti gli atti di ribellione sono allo stesso tempo atti di consumo,
semmai lo diventano più facilmente nel mondo occidentale contemporaneo, governato da un particolare nichilismo passivo capace di tritare masse potenzialmente pensanti, trasformandole in un mucchio indefinito di utenti, il cui unico valore è il consumo. Più in particolare il consumo del proprio tempo e, con esso, il deterioramento dei valori e degli obiettivi che spingono dal profondo l’organizzazione di quella ribellione. In altre parole, i singoli individui percepiscono che qualcosa di sbagliato esiste, si indignano per questo, ma individuano come prioritario il soddisfacimento di un altro valore, particolarmente più adatto al consumo, ovvero la fruizione del tempo della ribellione e la sua trasfigurazione in semplice status symbol da esporre, rivendicare e condividere, senza alcun sacrificium per la causa o per un valore più alto.

Terminata la condivisione e l’esposizione, termina la funzione della ribellione, della protesta, della manifestazione. A dimostrazione di questo vi è il susseguirsi di nuove e diverse manifestazioni e atti di pseudo-ribellione, senza che esse possano influenzare la realtà circostante, né politica né sociale né economica. Per buona pace del potere.

Chi è l’autore: Autore e regista del documentario “Nel Ventre di Milano”, 2021, videoclip musicali per artisti italiani e internazionali. Ha pubblicato il saggio “Foibe, quello che non si dice, 2009. Ha collaborato con: Edizioni Underground Milano, Museo MAXXI Roma, Fiera Editoria Indipendente Milano, Confindustria Food/Turismo Lecce come Art Advisor, Mastgood Milano come Art advisor, quotidiano La Rinascita Roma come pubblicista, Il Manifesto come pubblicista, tra cui intervsita a Margherita Hack, Teti Editore Milano come scrittore e pubblicista. Attualmente sto lavorando ad un documentario sulle disparità fra nord e sud italiani.

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