Dalla Val di Susa alla Grecia: Intervista a Nicoletta Dosio

a cura di Guido Salza

FP no tav 1

C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.

(dalle tesi Sul concetto di storia, Einaudi, 1997, pp. 35-7)

Pubblichiamo un’intervista a Nicoletta Dosio, da sempre sulle barricate del movimento notav e di molte altre lotte sociali.

Nicoletta, sei tornata da poco dalla Grecia dove sei stata assieme ad altri per portare solidarietà e seguire più da vicino la situazione durante i giorni della vittoria elettorale di Syriza. Quali sono state le tue impressioni? Cosa puoi dirci della situazione sociale determinata dalla crisi e delle reazioni che sono state messe in campo da parte di chi in quei luoghi resiste?
Subito mi ha colpito una cosa: ad uno sguardo superficiale Atene, con i suoi viali di aranci e mimose, i suoi quartieri borghesi, non sembra immediatamente una città in sofferenza. Appena si sofferma lo sguardo, però, la povertà salta agli occhi prepotentemente. Il numero dei locali commerciali ormai vuoti e chiusi è impressionante: sembra che la piccola classe media sia stata spazzata via. Non è un caso che gli unici negozi aperti siano quelli delle marche di lusso.

Al contrario, i bazar e mercati all’aperto sono molto affollati e i prezzi dei beni di prima necessità sono di molto inferiori ai nostri. Per le strade si incontrano molte persone che chiedono le elemosina. Questo è il segno di una forbice sociale che si è allargata spropositatamente: da una parte i beni di lusso, dall’altra la grande maggioranza delle persone che vive in povertà. Ricordiamoci che in Grecia il 60 % della popolazione è senza lavoro, il 20 % sotto la soglia assoluta di povertà. Giovani e donne, naturalmente, sono le fasce più colpite. Atene è ormai una grande città impoverita. Chi ci accompagnava ci ha fatto visitare alcune esperienze di autogestione, che si situano in quartieri che, prima della crisi, avremmo definito quasi ‘borghesi’. Eppure, sono proprio gli abitanti di questi posti i primi ad usufruire di questi servizi.
Il primo è un ambulatorio, dove prestano servizio volontario dottori, infermieri e farmacisti. Una piccola farmacia raccoglie le medicine dei campioni gratuiti e promuove tra la popolazione la raccolta dei farmaci prima di scadenza. L’emergenza sanitaria è reale, contando che chi è senza lavoro perde l’assistenza sanitaria. Alcuni di questi medici, a proprio rischio e pericolo, qualche volta riescono a far andare in ospedale alcune persone senza più copertura. Oltre al bancone della farmacia, esiste una sala ginecologica, una sala dentistica e una sala di primo soccorso. La quantità di volontari è grande. Sia chiaro: il loro obiettivo non è creare sussidiarietà al servizio pubblico e quando non ce ne sarà più bisogno termineranno il servizio autogestito. Non è carità, quindi, e si punta al coinvolgimento diretto delle persone assistite, in modo da non creare dipendenza da parte degli assistiti. E’ diverso dal classico volontariato dei rimborsi spese.
La seconda esperienza che ho avuto modo di visitare è la mensa popolare, gestita dall’80% da chi ne usufruisce o ne ha usufruito in passato. La mensa, che dura da ormai 3 anni, è nata come progetto di doposcuola, reso necessario per andare incontro alle famiglie più in difficoltà da quando è stato eliminato il tempo pieno alle elementari e medie. I volontari e i compagni che lo animavano si sono resi conto che i bambini arrivavano al doposcuola senza aver mangiato. C’erano intere famiglie che morivano di fame. Oltre alle rose, si son detti, dobbiamo dare anche il pane. Così è iniziata l’esperienza della mensa popolare. Tra l’altro, il rapporto bambini greci-immigrati che usufruiscono del servizio si è ormai ribaltato: sono due terzi i figli delle famiglie autoctone che mangiano regolarmente alla mensa. La struttura funziona con la raccolta alimentare o, in minor parte, con merce comprata da piccoli contadini. La raccolta alimentare è stata anche osteggiata duramente e la polizia più di una volta si è interposta mandando via i volontari da davanti ai supermarket, provocando tra la gente reazioni di grande solidarietà nei confronti dei compagni che raccoglievano le offerte di cibo.
Come ci tengono a puntualizzare i volontari, queste esperienze di autogestione sono cose diverse da Syriza. Nel rispondere a bisogni reali delle persone c’è grande apertura: non conta a chi darai il voto.
Per le strade e per i quartieri, naturalmente, non mancano altre presenze. Molto forte è quella anarchica, della quale alcuni esponenti dichiarano alla luce del sole di votare per Syriza. Il KKE, che in piazza Syntagma stava preparando un presidio, è anche molto presente per le strade, ma non c’è stata opportunità di incontrare nessuno di quel partito. Un particolare significativo è la campagna elettorale sottotono condotta da Alba Dorata. Questo non può che significare come ormai il partito neonazista sia una forza politica radicata, capace di tenersi stretta alcune sacche di sostegno in alcune realtà, magari tra le più marginali. Dove manca solidarietà, c’è Alba Dorata. Cosa che invece cercano di ripristinare le esperienze di autogestione, di condivisione e di lotta che abbiamo visitato. Il sentimento antifascista, in ogni caso, èmolto sentito. A questo proposito abbiamo partecipato ad una assemblea molto partecipata al Politecnico, dove rimane esposta la lapide degli studenti uccisi dai Colonnelli, accanto al cancello dell’università abbattuto dai carri-armati.

La battaglia che ha di fronte Syriza non è di certo facile, né priva di gravi difficoltà. Secondo te, in che modo deve compiere questo suo cammino? Rispetto invece all’Italia, è possibile ‘travasare’ Syriza? Che differenze esistono tra la Grecia e l’Italia in questi termini?
Il movimento popolare che ci serve non può essere solo greco. Syriza sta cercando di tenere fede ad un programma che è radicale e antagonista rispetto alla Troika. Al primo posto c’è la ri-pubblicizzazione delle fonti energetiche, il salario minimo e la creazione di posti di lavoro. Syriza ha anche iniziato a sostenere un altro profilo nei confronti della Russia e, più velatamente, per quanto riguarda tutta la politica estera. Questo è già molto importante perché è la prima volta che a tenere queste posizioni è un capo di governo e non un singolo parlamentare o partito europeo. Il governo greco però sarà forte solo se il popolo lo sosterrà: chi è stato eletto deve attenersi a quanto detto in campagna elettorale e deve essere fedele al suo mandato. Solo così, forse, si riusciranno a rompere certe diffidenze. Sarebbe inconcepibile, a questo punto, tradire le aspettative del popolo greco. E così anche quando Juncker ti prende per mano, tu non sei da solo. Sei responsabile davanti a tutto il tuo popolo. Le forze sociali, i movimenti, le esperienze di autogestione e di lotta, anche non direttamente collegate con Syriza, rimangono quindi fondamentali per il processo greco. E’ un popolo che si può rimettere in cammino.
La situazione, comunque, è molto diversa rispetto allo spettro di forze politiche che accorre per flirtare nello spazio politico aperto da Syriza. Non puoi avere il piede in due scarpe in una situazione del genere. Un esempio? La presenza sul palco alla manifestazione a Roma di esponenti del PD come Fassina che, mentre ora porta solidarietà al governo greco, allo stesso tempo elogia la polizia che manganella in Valle e accusa i Notav di contiguità con il terrorismo, assicurando a LTF di spendersi affinché siano stanziati più presidi (militari) in difesa della ‘democrazia’. Attenzione: è come se Tsipras avesse scelto di allearsi con il Pasok!
Ognuno di noi è quello che fa. Cosa ancor più vera in questi momenti di crisi. E deve essere vera sopratutto per quelle organizzazioni che si prefiggono di essere vera alternativa al sistema di cose esistente. Il male della sinistra radicale è stato proprio quello di aver promesso tanto e poi non aver mantenuto niente. Ricordiamoci l’Afghanistan, o i 12 punti del governo Prodi. Ci si può anche ravvedere, ma se è così si deve dare il segno di un rinnovamento radicale!
Un’altra cosa a mio avviso importante. La politica organizzata non può più fare ‘a nome di’. I compagni devono essere prima di tutto strumento delle lotte, essere parte attiva all’interno di questi movimenti. Se così non è ci si auto-riproduce solo come ‘classe dirigente’, fornendo vuote testimonianze. Ed è per questo che mi ha dato fastidio vedere lo striscione dell’altro giorno a Roma tenuto dai soliti noti. Uno tra tanti Vendola, che dovrebbe pensare a Taranto, piuttosto che ai fotografi! La riproposizione di queste rappresentazioni non so quanto aiuto possa fornire alla nuova politica che occorre mettere in campo. In prima fila c’erano loro, ma dietro? C’erano tante persone, movimenti e lavoratori ed è a loro che avrebbe dovuto essere lasciato lo striscione!
C’è da spendersi per costruire questo! Solidarietà fra essere umani, fra gente che lotta. Una tutela reciproca. Ad Atene, un’altra esperienza che mi porto nel cuore è quella delle lavoratrici delle pulizie del Ministero dell’economia, che da più di un anno tengono un presidio (anche di notte) davanti all’edificio ministeriale. Ad una loro denuncia per licenziamento illegittimo, e alla loro vittoria al Tribunale, il Ministero si è rifiutato di riassumerle e la polizia le ha anche caricate in occasione di un loro corteo, mandandone all’ospedale più di una. Queste donne non si sono perse d’animo: hanno ricostruito il presidio permanente. Tra queste lavoratrici, come spesso accade alla gente che lotta, si è creato un legame che non è solo politico ma è a tutto tondo: nel diario che registra l’andamento della loro lotta sono segnate anche le date di compleanno di ciascuna di loro, nome e foto annessi! Solidarietà tra essere umani nella lotta, quindi. Chi me lo fa fare di prendere le botte se non il legame umano che ti spinge a resistere per non far massacrare altri, magari più deboli ti te? Solo così si riesce a costruire una forza che non ceda al primo vento e che non si faccia strumentalizzare, perché saldamente controllata dal basso. Solo così si riuscirà ad arrivare fino in fondo. Questa è la solidarietà da costruire, queste sono le esperienze per le quali spendersi. Non spingere alla delega, al meccanismo debilitante del ‘dammi il tuo voto e a te ci penserò io’. Rivitalizzare gli sfruttati, gli impoveriti nella loro capacità di lottare. I compagni devono essere parte di una responsabilità collettiva: ognuno deve sentirsi indispensabile, non solo utile. La lotta deve partire dal basso. Non è importante la prima fila di segretari, sopratutto di quei partiti dove la coerenza è l’ultima cosa! Ciò non vuol dire dimenticare la propria visione del mondo: vuol dire sostanziarla.
Aiutare la Grecia, che è aiutare se stessi, vuol dire esattamente questo. Se per ‘casa comune’ della sinistra si intende accordo fra ceti politici e strutture che si auto-riproducono quello che si avrà sarà soltanto una disfatta comune. Bisogna costruire con animo sgombro e principi chiari: diritto all’uguaglianza, ad una vita dignitosa per ogni essere vivente, contro le privatizzazioni e le grandi opere. Un esempio emblematico è quello dei cani randagi ateniesi, che vennero protetti dall’abbattimento e fatti censire prima delle olimpiadi grazie alle proteste della popolazione. Una parola centrale nella campagna elettorale di Syriza è stata ‘speranza’. Attenzione: non speranza come ‘spero che il cielo mi aiuti’, attendere in un immobilismo comodo. Speranza, invece, di pensare al futuro e di costruirlo grazie alla lotta. Il darsi da fare per questo futuro. La vittoria è quindi mettere in piedi una cultura differente, di cura verso l’altro in difficoltà che non è carità cristiana, ma solidarietà nella lotta.
Ed è d’altronde quello che fa da anni il movimento notav.

A proposito di movimento notav, ci si sta preparando alla manifestazione del 21 febbraio a Torino. Il movimento, sebbene preso fortemente di mira dalla repressione, riesce sempre ad uscire dalle difficoltà compatto e rafforzato. Come si legge dall’appello del prossimo importante appuntamento “Ogni euro speso per il Tav è un euro rubato a qualcosa di utile per tutti e tutte, per questo recentemente 48 notav sono stati condannati ad oltre 140 anni di carcere e al risarcimento di 131.140 euro”. Come ti spieghi questa ‘vendetta di stato’, come è stata giustamente definita?
Come dicevo, il modo più efficace per aiutare popolo greco è proprio quello di lottare qua in Italia.
Il bilancio dello stato greco è quello della Lombardia. Quindi non è la consistenza numerica che preoccupa la Troika, ma quella politica. Se l’esperienza di Syriza riuscisse si aprirebbe una falla nel sistema. L’Europa di Maastricht non può tollerarlo. In fondo, è una situazione abbastanza simile a quella della Valle di Susa. Perché c’è così tanta repressione? Perché hanno dato più di 140 anni di carcere a 48 compagni e oltre 130 mila euro di spese? Perché hanno accettato come parti civili addirittura i sindacati dei poliziotti, che dobbiamo risarcire per le botte che ci siamo presi? Non tanto per le dimensioni della Val di Susa, ma per il suo esempio!
LTF e compagnia, in più, sono non poco in difficoltà. I finanziamenti non sono ancora arrivati. Il tunnel di base è ancora lontano. Quello che fanno è prendere gli unici soldi già stanziati dall’Europa, cioè quelli per gli scavi per studi. Ed è per questo che parlano di ‘maxisondaggi’. Ultimamente è uscita un’altra novità, che conferma la farsa, e cioè che il cantiere-fortino di Chiomonte dovrebbe diventare lo snodo centrale dell’opera. La promessa stazione internazionale di Susa, quindi, non è più una priorità. Lo fanno perché sanno che troverebbero fortissime difficoltà ad occupare militarmente altri punti della Valle (oltre Susa, infatti, ci sarebbe San Didero, dove dovrebbero spostare l’autoporto). Esistono e crescono già presidi in molte altre località minacciate dal treno della morte. Quello che proveranno, semmai, è far partire il tunnel dall’altra parte per arrivare a giochi fatti nei luoghi resistenti, come d’altronde fecero con l’autostrada. Ma per adesso non c’è ancora nemmeno un progetto per questo tunnel. Non hanno niente: non hanno ottemperato a nessuna delle prescrizioni del CIPE, non c’è un progetto reale. Non c’è nemmeno uno studio di come risponderesti ai problemi di fattibilità! Perché? Per quest’opera non è solo inutile, dannosa e devastante. Quest’opera è anche impossibile e impensabile! Vanno avanti a naso: non esiste un progetto complessivo. L’unica cosa che sanno che troveranno sono amianto, uranio, frane e falde acquifere che saranno irrimediabilmente compromesse. Si vantano di voler raggiungere una profondità della terra mai raggiunta… e lo vogliono fare a naso!
Come tutte le grandi male-opere l’importante, quindi, è cominciare! E’ un pozzo sicuro da cui tirar fuori soldi pubblici. Un po’ perché man mano ne chiederanno sempre di più per la realizzazione, un po’ per mettere in sicurezza il disastro che progressivamente fanno. E’ un bancomat infinito sulla pelle dei bisogni di tutti, dei bisogni reali. Stanno chiudendo, ed è solo un esempio, proprio l’ospedale di Susa! Ma alla tav non rinunciano. Gente che fa così ha paura dell’opposizione popolare. Ed è proprio la lotta dal basso (che fornisce una visione chiara di chi abita i territori) che è l’unica cosa che li può fermare. Un movimento che deve proporre un modello di sviluppo differente. La necessità di un altro rapporto fra esseri viventi, fra persone. La questione dell’uguaglianza è fondamentale. Non sono solo slogan: nella vita quotidiana bisogna rivitalizzare queste parole. Il mondo dei liberi ed eguali è l’unica soluzione possibile, in caso contrario sarà solo il disastro. Ciò deve comprendere anche un diverso rapporto con la natura e l’uso delle risorse. Trasmettere un’idea di progresso diversa, che metta al centro le questioni del cosa produrre, per chi farlo e in che modalità. C’è lavoro e lavoro, come afferma il movimento notav: c’è il lavoro che distrugge la terra, c’è il lavoro che ti fa ammalare. I termini con cui usualmente definiamo il benessere, il consumo… è tutto da mettere in discussione! Ad Atene mi è tornato in mente Walter Benjamin che, mentre scappa dal nazismo e prima di togliersi la vita sui Pirenei, scrive le sue Tesi di filosofia della storia. Il progresso di cui parla Benjamin impedisce all’Angelus Novus di porre riparo alle macerie. L’angelo guarda le macerie, ma non può fare più nulla per loro, perché c’è il vento del progresso che lo spinge ancora avanti. Un avanti che, per lui che da le spalle al futuro, è un andare indietro. Egli vorrebbe fermarsi e dare un senso alla vita e alle sconfitte del passato, ma non lo può fare. Questa bufera lo spinge irresistibilmente verso il futuro, un futuro che lui non può controllare perché nemmeno lo vede. Questo progresso ti toglie la possibilità di intervenire nel passato come nel futuro. Il nostro compito, invece, è quello di andare avanti guardando attentamente, senza lasciarci indietro macerie (ecologiche o sociali che siano). Altrimenti quanti saranno morti invano? Quanta ingiustizia non sarà mai sanata? Non avremo né la capacità di riparare, né quella di non ricreare le stesse situazioni che hanno provocato nel passato i disastri. Non dobbiamo essere mero strumento in mano ad un progresso. Siamo noi a dover determinare la Storia.

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Se siamo colpevoli di batterci contro quest’immondo (quanto consapevole) spreco di denaro pubblico a favore di interessi di pochi non abbiamo problemi a dirlo: siamo tutti colpevoli, dal più anziano al più giovane, ed è per questo che invitiamo tutti alla manifestazione che si terrà sabato 21 febbraio a Torino.

Vogliamo essere in tanti quel giorno perché la libertà è una cosa seria e come tale va trattata. Perché tutti insieme siamo imbattibili, perché fermarci è veramente impossibile.

Per leggere il comunicato integrale: Clicca qui

Il Movimento No Tav

Ore 14 Piazza Statuto – Torino

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