La firma del nuovo Contratto Integrativo Ikea: dalla sconfitta a un possibile rilancio

di Fulvio Lipari

1508039_1094906330534493_2128807462832730763_nA seguito di una lotta generosa, durata diversi mesi e che ha visto molti lavoratori dimostrare una disponibilità alla lotta per nulla comune in un difficile settore come quello del commercio, la vertenza Ikea si è chiusa, ci tocca dirlo, con una sconfitta.

I lavoratori hanno tenuto duro lungo tutta una estate davvero di fuoco, ma quando si sono trovati a combattere contemporaneamente contro l’azienda e contro quei sindacati confederali che avrebbero dovuto difenderli e che invece hanno fatto di tutto per smorzare le lotte al solo fine di supplicare l’azienda per una riapertura del tavolo delle trattative, si sono sentiti scoraggiati, venduti, e hanno mollato la presa.

Vero è che le iniziali pretese dell’azienda, come ad esempio un sistema a scaletta per il quel il lavoratore si sarebbe garantito una maggiorazione domenicale e festiva più alta, a seconda del numero di domeniche e festività che fosse stato disposto a lavorare, ovvero più domeniche lavori e più la tua maggiorazione domenicale crescerà di domenica in domenica, sono state scongiurate.

Certamente però, rispetto al precedente CIA (Contratto Integrativo Aziendale), il nuovo rappresenta un netto passo indietro soprattutto per una azienda che si è sempre vantata di fare del welfare, dell’equità e dei diritti i propri cavalli di battaglia.

Le maggiorazioni domenicali scendono al 60% (rispetto al precedente 130% o 70% a seconda dell’anzianità di servizio), il premio viene legato a parametri economici decisi a livello di Ikea mondo e sui quali non vi potrà essere alcun controllo e viene introdotta una nuova organizzazione oraria del lavoro, con orari ultraflessibili che vengono elaborati ogni 2 mesi da un software, senza più alcun contatto umano che possa, in caso di bisogno, assecondare le necessità dei lavoratori.

A tutto ciò si aggiunge poi la sconfitta più grande. Questo nuovo Contratto Integrativo verrà applicato solo ai dipendenti già assunti da Ikea con contratto a tempo indeterminato e ai negozi che ad oggi hanno un bilancio commerciale attivo.

Per i nuovi assunti, i nuovi negozi o i negozi che ad oggi non garantiscono sufficiente profitto per la multinazionale svedese (anche se visto la sede legale e finanziaria sarebbe più opportuno definirla olandese) l’azienda si rifarà direttamente al pessimo contratto nazionale del commercio, al momento peraltro scaduto e in fase di discussione tra Federdistribuzione, CGIL, CISL e UIL.

Un accordo del genere rappresenta una sconfitta sostanziale in quanto diminuisce il livello di reddito percepito dai lavoratori e ne mina ulteriormente l’uguaglianza a parità di mansioni. Inoltre rappresenta una sconfitta in prospettiva perchè, alla scadenza del nuovo CIA, fra tre anni, il fronte dei lavoratori sarà nuovamente frastagliato e quindi indebolito e i lavoratori che ancora godranno di un qualche diritto in più rispetto al contratto nazionale, saranno percentualmente sempre meno e quindi sempre più deboli e attaccabili.

Questo nuovo accordo è stato approvato tramite referendum, al termine di un periodo di minacce da parte dell’azienda e con lo spauracchio di finire, se avesse vinto il NO, senza un contratto integrativo, con l’applicazione per tutti di quello nazionale. Le votazioni hanno visto partecipare circa l’80% della forza lavoro impiegata a tempo indeterminato, ovvero 4813 lavoratori.

Il SI ha vinto con il 73% (3497 voti), il NO ha raggiunto il 27% (1280 voti), risultando vincente nei negozi di Bologna e Brescia.

Paradossalmente, il dato positivo dell’intera vicenda sta proprio qui.

Prima dell’estate il sindacalismo di base era presente solo in 2 negozi su 21 e il livello di conflitto generalmente espresso dai lavoratori era estremamente basso o del tutto nullo. Improvvisamente, alla rottura del tavolo delle trattative da parte dell’azienda lo scorso giugno, ci siamo trovati davanti a scioperi ininterrotti di settimane, presidi, picchetti all’alba con lo scopo di bloccare i camion, improvvisamente i lavoratori hanno alzato la testa. Contemporaneamente il sindacalismo di base è cresciuto moltissimo, e oggi è presente in almeno 6 negozi del gruppo, equamente spartiti tra USB e CUB. Sono cresciute le iscrizioni e la consapevolezza.

Seppur il referendum certifichi la vittoria della paura e della deleteria logica del meno peggio, considerato il clima di tensione e scoramento generato dall’azienda e il tradimento dei sindacati Confederali, non possiamo che considerare quei 1280 lavoratori come un prezioso bacino di resistenza da intercettare, da inquadrare nel sindacalismo di classe e da preparare per la battaglia che tra tre anni, alla scadenza del nuovo CIA, si andrà nuovamente a combattere e per tutte quelle lotte che da qui a tre anni si andranno a sviluppare nel mondo del commercio e nel mondo del lavoro.

I sindacati di base, le strutture politiche e ogni singolo lavoratore che abbia già assunto in se una coscienza di classe e una prassi militante, ha oggi il fondamentale compito di intercettare quei molti lavoratori stanchi di subire la logica del meno peggio e non più disposti ad accettare i ricatti del padronato.

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