Riprendiamoci il futuro, 04/02: intervento conclusivo del segretario di FP Alessio Arena (Video + Testo)

Segue il testo dell’intervento pronunciato dal segretario di Fronte Popolare, compagno Alessio Arena, a conclusione del seminario “Riprendiamoci il futuro – Ricostruire il partito rivoluzionario”.

Permettetemi innanzitutto di rinnovare i ringraziamenti, a nome della Segreteria di Fronte Popolare e di tutto il nostro collettivo militante, a ciascuno dei partecipanti che, provenienti da tutta Italia e da fuori d’Italia, hanno arricchito il nostro dibattito odierno. Un appuntamento che si è dovuto contentare di tempi contingentati, incapaci di dispiegarne appieno qualità e potenzialità, ma che speriamo abbia contribuito a segnare un passo in avanti nel dibattito generale sulla ricostruzione del soggetto politico d’avanguardia delle classi lavoratrici nell’Italia di oggi. A organizzare questo appuntamento siamo stati mossi dalla convinzione che, nella fase odierna di crisi organica del capitalismo, sia necessario per essere all’altezza dei compiti che incombono su di noi, essere in grado di imprimere un’accelerazione a una ricerca teorica e pratica certamente ad oggi lontana dal compimento, ma che per andare a buon fine deve nutrirsi di una prassi più avanzata, di obiettivi più alti, di luoghi e momenti capaci di dare forma a una nuova fase di vitalità e creatività teorica del movimento comunista italiano che sappia porlo nuovamente in prima fila nello sviluppo dell’azione che conosce il mondo per trasformarlo. In questo senso, gli stimoli provenienti da esperienze internazionali, che abbiamo conosciuto nello sviluppo delle nostre relazioni di solidarietà internazionalista e abbiamo conseguentemente voluto mettere a disposizione della riflessione odierna, forniscono elementi di arricchimento che rendono onore alla dimensione internazionale della lotta rivoluzionaria. Ai compagni francesi, filippini e svizzeri, agli statunitensi che pur lontani nello spazio, hanno voluto essere comunque essere con noi con il loro saluto e la loro espressione di partecipazione e fratellanza, a tutti loro va il nostro omaggio e uno speciale ringraziamento.

Malgrado tocchi all’organizzazione ospitante svolgere l’intervento conclusivo, parrebbe di far torto alla natura egualitaria e alla ricchezza del nostro confronto tentare di svolgere delle conclusioni. Nella misura in cui auspichiamo che simili occasioni di dibattito si moltiplichino in tutto il territorio nazionale, magari concentrandosi nell’approfondimento di punti specifici d’analisi,  ci pare più rispondente agli intenti alla base dell’incontro di oggi concentrare il nostro intervento su alcuni problemi specifici, in modo da contribuire all’articolazione della nostra riflessione comune e tentare di determinare il campo d’azione delle forze che si muovono per la ricostruzione del partito rivoluzionario nelle condizioni attuali. A quale articolazione di forze materiali dovrebbe oggi far riferimento un partito rivoluzionario? E quale livello di coscienza esse esprimono? E ancora, quali caratteri e quali capacità deve possedere il partito rivoluzionario di cui abbiamo bisogno? Siamo – è chiaro – in presenza di quesiti di estrema complessità, che attengono alla natura stessa del nostro movimento sul piano storico e al contenuto che riteniamo debba avere l’articolazione tra carattere nazionale e vocazione internazionalista della classe che, sin dagli albori del movimento operaio, non ha mai cessato di animare controversie.

Molto hanno detto i compagni che mi hanno preceduto circa l’evoluzione della composizione di classe nella nostra epoca, quella del decentramento della produzione e della finanziarizzazione del capitale portata alle estreme conseguenze, culminata nella crisi strutturale che è il punto da cui prende le mosse, necessariamente, ogni analisi riguardante il che fare. Il mio contributo si concentrerà sugli elementi soggettivi che popolano questo passaggio nodale della storia, sull’apparato ideologico che li muove, su quegli elementi sovrastrutturali che, insegna Gramsci, entrano in relazione dialettica con la struttura e la determinano all’interno del blocco storico attualmente configurato.

È certo che l’ideologia dominante nel nostro tempo è quella della “fine della storia”. È cioè l’idea che gli attuali assetti politici e sociali siano l’ultimo stadio dell’evoluzione umana: oltre il capitalismo non si può andare. La finalità della politica diventa assicurare al loro interno il massimo margine di realizzazione individuale, partendo dall’assunzione dell’assioma liberale-individualista dell’inesistenza della ragione della storia e dell’impossibilità per l’Umanità organizzata di trarre dagli eventi storici leggi generali di sviluppo comprese le quali la storia possa essere dominata, indirizzata. Non è un caso che l’orgogliosa rivendicazione di questo genere di primitivo, volgare individualismo abbia animato la polemica di alcuni tra i pensatori chiave del neoliberismo – si pensi ad esempio a Von Hayek -, come non è un caso che essa si sposi perfettamente con tutta quella poltiglia ideologica post-moderna, con quella French Theory irradiatasi da Parigi “capitale mondiale della reazione”, secondo la definizione di Perry Anderson, a colonizzare la sinistra politica e traghettarla verso l’integrazione tra i leali gestori degli affari del Capitale. Il post-modernismo è il terreno teorico su cui si compie il matrimonio tra l’individualismo classico e quello di nuova generazione sviluppato ad arte per disarmare e ridurre all’impotenza la classe operaia proprio lì dove essa aveva costruito la propria forza: nella capacità di comprendere le leggi dello sviluppo storico e di agire sul piano della lotta per il potere politico in termini collettivi, organizzati e disciplinati per il rovesciamento dello stato di cose presente. Si può dire, in questo senso, che il post-modernismo costituisca un perfetto corrispettivo ideologico dell’opera di disarticolazione, smembramento e decentramento della produzione operata dal Capitale a livello strutturale. Lo iato incolmabile tra questa dogmatica ideologica e la realtà di un sistema economico e sociale segnato dalle insanabili contraddizioni che Marx ed Engels ci hanno per primi insegnato a comprendere, è alla base della “putrefazione della storia” in cui ci troviamo ad affondare: il vecchio è morente, ma è stato in grado di sbarrare la strada alla nascita del nuovo; la Storia, gravida di profondi rivolgimenti maturi nelle cose, entra in un travaglio convulso e pericoloso. Oggi noi siamo qui a discutere appunto di questo: di come offrirle, nella concreta realtà italiana, una levatrice capace di aiutare il parto e scongiurare gli enormi pericoli ad esso connessi. Di come, in altre parole, operare un rivolgimento egemonico nella nostra società in putrefazione, tale da rendere alle classi lavoratrici la consapevolezza di sé e gli strumenti per adempiere alla loro funzione storica.

Da questo punto di vista, la situazione italiana presenta caratteristiche che hanno saputo anticipare le direttrici di sviluppo su cui poi si è articolata la lotta per l’egemonia nell’Europa intera. La presenza del compagno francese induce a osservare come, per lo spettatore italiano, i problemi che oggi emergono ad esempio nella vita politica di  quel paese richiamino fasi di degenerazione del costume che il nostro paese ha già attraversato, e il tutto precipitato nei tempi e nelle forme dal manifestarsi sempre più in profondità, nel tessuto sociale, delle conseguenze materiali della crisi economica cui il Capitale risponde accelerando i ritmi della sua concentrazione e centralizzazione ed aumentando esponenzialmente l’estrazione del plusvalore. La specificità italiana, e cioè quella di una delle principali potenze economiche del campo imperialista che però, sul piano politico, occupa una posizione subalterna consapevolmente accettata dai suoi gruppi dirigenti, con la conseguente accettazione di una nuova divisione internazionale del lavoro in cui per l’apparato produttivo italiano non c’è posto, richiama alla mente la riflessione circa il carattere antinazionale della borghesia imperialista e la funzione nazionale della classe operaia. Purtroppo, i tempi del nostro dibattito non mi permettono di dilungarmi su questo punto ed esprimere compiutamente delle valutazioni in merito. Come annunciato, mi soffermerò invece brevemente sulle conseguenze di tutto questo sull’annoso problema della “classe per sé”, ossia della percezione che di sé coltiva la nostra classe di riferimento. D’altra parte, l’insistere a sinistra sulla categoria di “populismo”, che alcuni vorrebbero praticabile anche per le forze dell’alternativa – cosa in cui noi di Fronte Popolare non crediamo -, pare rimandare proprio a questo problema: si tenta di dare una risposta circa come articolare una “narrazione politica” in grado d’incontrare il senso comune tipico delle masse in questo momento storico e ad esso saper parlare. Ma come si determina, e quali caratteri ha tale senso comune, nell’epoca del post-modernismo ideologico e della cosiddetta “società dei consumi”?

Uno contributo inestimabile alla comprensione del punto viene dal pensatore marxista francese Michel Clouscard. Nel fuoco della polemica contro la French Theory, egli individua come strumento egemonico decisivo nelle mani del Capitale la sua capacità di determinare l’immaginario sociale secondo i feticci visibili di un consumo voluttuario, libidico, marginale, un consumo dello spreco finalizzato al godimento, che determina simbolicamente la fittizia ascensione sociale dell’individuo. Scrive Clouscard:

Prima del boom economico la società era organizzata, si sa, secondo questa dualità: classe operaia, sfruttata, e borghesia, potenzialmente o realmente consumatrice. Gli uni producevano senza goderne, gli altri potevano godere senza produrre. L’irrompere dei nuovi strati intermedi ha sconvolto questa ripartizione conflittuale, di classe: ora il conflitto è nelle teste, interiorizzato, è la nuova struttura della coscienza dell’inconscio. Perché sono gli stessi che ora lavorano e ora consumano, secondo gli ineludibili modelli dello sfruttamento del lavoratore e della permissività del tempo libero, del consumo libidico, ludico, marginale! Ora schiavi, ora padroni del mondo! Si opera allora uno sdoppiamento schizofrenico, una causalità folle: per godere, sfrutto me stesso. Io è un altro, il mio contrario … il mio padrone! Questa nevrosi oggettiva corona la liberalizzazione dei costumi.

Ossia, la società post-industriale induce al consumo attraverso l’emancipazione trasgressiva da una morale tradizionale riconfermata proprio in funzione della sua continua violazione generatrice di consumo. Il desiderio di aderire a un modello prefissato dall’immaginario sociale definito dalla borghesia è la spinta soggettiva all’indebitamento che serve a tamponare la stagnazione economica determinata dai surplus produttivi. L’analisi marxista chiarisce quanto illusorio possa essere il palliativo e quanto pericolosa, dirompente sia la contraddizione generata nel momento in cui le classi subalterne vengono indotte a conformarsi all’immaginario sociale dettato dal loro nemico. Ma Clouscard si spinge oltre:

Il neofascismo sarà l’ultima espressione del liberismo social libertario (…). La sua specificità consiste in questa formula: tutto è permesso, ma niente è possibile. Alla permissività dell’abbondanza, della crescita, dei nuovi modelli di consumo, succedono le proibizioni della crisi, della penuria, della pauperizzazione assoluta. Queste due componenti storiche si fondono nelle teste, negli spiriti, creando le condizioni soggettive del neofascismo.

Eccoci nel cuore della presa degli odierni populismi sulla nostra classe di riferimento. Ecco spiegato il loro carattere intrinsecamente reazionario, il loro nesso inscindibile con il paradigma post-moderno, la loro peculiare posizione nel determinare salti qualitativi in senso reazionario nella nostra società. Ed ecco spiegata alla radice l’urgenza di porci teoricamente e praticamente all’altezza dello scontro, che ci ha spinti a organizzare questo primo momento di confronto.

Un ulteriore spunto mi preme di aggiungere a quanto detto fino ad ora: è urgente, per determinare i caratteri del partito rivoluzionario di cui abbiamo bisogno, portare a compimento un’analisi articolata, su basi marxiste, circa l’influenza dei nuovi strumenti di comunicazione, e in particolare dei social network, nella pervasività del paradigma post-moderno e della sua presa egemonica. In che misura essi alterano la percezione della realtà? Quanto profondamente restituiscono fiato al paradigma idealista che vede l’oggetto in funzione del soggetto e rendono difficile la diffusione di una prospettiva materialista capace di condurre le grandi masse alla percezione, se non alla comprensione dell’esistenza di leggi oggettive dello sviluppo storico? È questo un ulteriore tema di estrema urgenza, perché non soltanto la sua mancata trattazione limita la comprensione di fenomeni quali l’emersione del Movimento 5 Stelle e della sua natura di classe, al di là dell’ipersoggettiva e fuorviante valutazione circa le buone intenzioni dei singoli, ma perché essa induce, anche in seno alla sinistra di classe, in errori che rischiano di prestare il fianco a involuzioni reazionarie d’inedita profondità.

Mi avvio a concludere. A fronte di tutto questo, di che tipo di partito abbiamo bisogno? Certamente una prima risposta la danno le circostanze concrete: oggi il movimento rivoluzionario si riduce a sparute, seppur combattive, avanguardie. È nelle cose che un’organizzazione rivoluzionaria, nell’Italia di questa epoca, agisca come organizzazione di quadri. Ma che contenuto assume oggi questa formulazione leninista, nell’epoca in cui la putrefazione della storia inquina, senza cancellarli, i frutti dell’irruzione del protagonismo delle masse nella vita politica che ha caratterizzato la modernità, dalla Rivoluzione francese fino all’Ottobre? In che termini si declina la costruzione di un’organizzazione di quadri in presenza della difficoltà materiale di dotarsi di “rivoluzionari di professione”? E ancora, come agisce e come si rinnova internamente un’organizzazione di quadri la quale si proponga, nelle condizioni sopra descritte, di innervare la società, di fare da organizzatore e moltiplicatore di relazioni sociali oggi logorate dall’egemonia post-moderna ma che costituiscono la base oggettiva di ogni slancio conflittuale? Siamo evidentemente in presenza di problemi teorici che, per trovare soluzione, c’impongono di essere pienamente leninisti e pienamente gramsciani: pienamente capaci, cioè, di far aderire la nostra concezione del mondo e della lotta politica a condizioni concrete, di evincere i caratteri del nostro tempo in termini finanche antropologico-culturali, di far corrispondere alla teoria del partito che abbiamo ereditato e che costituisce un pilastro irrinunciabile della nostra lotta per trasformare l’esistente una rinnovata capacità di dar corpo e far vivere le nostre abilità creative.

Nelle condizioni odierne, tutti questi problemi sono in diretta connessione con la nostra capacità di difendere l’ultima trincea scavata dal movimento operaio storico nel nostro paese che ancora resiste, seppure tra crescenti difficoltà: quella della lotta economica organizzata incarnata dal sindacalismo conflittuale. In questo senso, Fronte Popolare guarda con interesse alle differenti esperienze di maturazione ed espansione nel corpo sociale cui dà vita il sindacalismo di base nel tentativo d’intercettare, rappresentare e affermare bisogni umani emergenti al di fuori dei luoghi di lavoro. La si chiami “confederalità sociale” o in qualunque altro modo, questa opera fondamentale intercetta una necessità di organizzazione strettamente connessa con la fase. Il che non significa trascurare o dimenticare di coltivare la differenza fondamentale e la frontiera invalicabile che corre tra azione politica rivoluzionaria e azione sul terreno sindacale. Spetta all’avanguardia politica offrire alla conflittualità sociale una prospettiva inclusiva, unificante e convincente, così come le spetta l’indicazione di come operare i necessari passaggi intermedi di fase che caratterizzano la lotta delle classi subalterne per strappare il potere politico alla borghesia. È questa la funzione del partito rivoluzionario che oggi non viene adempiuta da nessuno nel nostro paese, e crediamo sia questa consapevolezza, in prima istanza, a unire tutti i presenti. Scrive Álvaro Cunhal:

Il Partito si afferma come avanguardia mostrando correttamente gli obiettivi di lotta, i compiti, le forme di azione, organizzando e dinamizzando la lotta delle masse. Il ruolo dirigente del Partito si afferma nella sua capacità d’indicare linee d’orientamento e parole d’ordine che corrispondano agli interessi profondi e percepiti della classe operaia e delle masse popolari, che chiariscano la situazione, i problemi e gli obiettivi e indichino correttamente il cammino e la prospettiva.

Alla creazione di questo genere di partito, il partito rivoluzionario, noi guardiamo come obiettivo strategico dell’azione di Fronte Popolare. Siate certi, compagne e compagni, che su questa via non incontrerete limite alcuno alla disposizione della nostra piccola, combattiva organizzazione al lavoro comune, alla cooperazione, allo slancio unitario.

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