A Torino la nostra discussione sul reddito minimo: chi lavora per la classe, lavora per la Storia

TORINO – Sabato 6 maggio, gentilmente ospitati dal circolo Arci Progetto Mayhem, abbiamo discusso di reddito minimo. Assieme al nostro Edoardo Acotto (professore di Storia e Filosofia), abbiamo invitato a parlare Carla Filosa, Presidente dell’Università Popolare Antonio Gramsci di Roma. A lei va il nostro caloroso ringraziamento per la sua disponibilità. Ci teniamo a segnalare come l’argomento abbia attirato una platea variegata e questo ci sembra un aspetto estremamente positivo. Organizzare un momento di confronto aveva l’obbiettivo di iniziare a sviluppare un approccio dialettico al tema. Ci pare di aver fatto un passo in avanti a riguardo.

Il reddito minimo garantito sta prendendo piede nelle agende politiche dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra di classe e, tra le forze nell’arco istituzionale, è in particolare sostenuto dal Movimento 5 Stelle. Ma è davvero una rivendicazione strategica per la sinistra di classe? Quale può essere il suo impatto sul lavoro e sullo stato sociale?

A livello ideale, il reddito minimo è un trasferimento diretto e automatico di denaro dallo Stato a tutti gli individui che abitano entro i confini nazionali. L’obiettivo principale della sua introduzione è quello di combattere le forme estreme di indigenza ma anche assicurare un certo livello di sicurezza economica in un quadro di mancanza strutturale di posti di lavoro, quest’ultimo visto come sostanzialmente immodificabile. Si sostiene anche che il reddito minimo garantito sia utile ad evitare che le persone siano costrette ad accettare impieghi degradanti. Nella pratica, esso però si traduce in una miriade di proposte e implementazioni molto differenti tra loro.

Dei paesi europei, solo Italia e Grecia non si sono ancora muniti di un reddito minimo di qualche genere. Tuttavia, a parte forse il caso dell’Alaska, il reddito minimo non è una misura universale. La sua erogazione è vincolata a stringenti requisiti di età o di reddito famigliare\individuale. Molto diffusa è la sua configurazione condizionale alla disponibilità al lavoro (posizione assunta anche dai 5stelle). In questa forma, la sua erogazione è condizionata a un certo standard di ‘impegno’ da parte del fruitore nella ricerca del lavoro e alla sua accettazione delle proposte di impiego (retribuite e non) che vengono fatte all’individuo.

Il quadro entro il quale il reddito minimo viene implementato è quello di una sostanziale trasformazione del welfare. La vulgata ci parla di una insostenibilità dello stato sociale così come l’abbiamo conosciuto, dovuta a modificazioni strutturali del mercato del lavoro. Nei fatti è la propaganda verso l’accettazione di una situazione costante di grave sotto impiego della forza lavoro, caratteristica cruciale delle nuove e fatidiche fattezze del capitalismo. Come ben sappiamo, però, nulla dell’organizzazione economica vigente è ‘naturale’ e inevitabile. Quindi facciamo nostra la domanda provocatoria che Carla Filosa ha posto durante l’iniziativa: le nuove generazioni si sono già accomodate a questa situazione di disoccupazione intermittente e precarietà persistente?

Questa è di certo la speranza dei padroni e dei loro valletti politici. Ormai è tristemente lunga la lista delle dichiarazioni di ministri di vario colore (PD in prima linea) che esortano i giovani a non essere schizzinosi, a studiare di meno, a non lamentarsi. Il tentativo di ristrutturazione del profitto agito dal capitale occidentale a partire dagli inizi degli anni ’70 si è munito ormai da un pezzo di dispositivi ideologici. Questi sono indotti e sempre più radicati nelle convinzioni delle nuove generazioni. Il tentativo è chiaro: far digerire dinamiche di impoverimento collettivo come problematiche individuali. Il decalogo di sentimenti alla quale povertà e precarietà va dal senso di sopraffazione e impotenza al senso di colpa e vergogna. Così, questa retorica che nasce da necessità materiali supporta e approfondisce la disgregazione del tessuto sociale.

Viene fatto di tutto per nascondere l’assenza ingombrante di lavoro. Escluse dai processi produttivi, alle nuove generazioni di lavoratori viene camuffata la centralità del lavoro come momento principe della definizione dei rapporti di forza con il capitale. Non per caso: è solo quando il lavoro incontra il capitale, e cioè nel momento in cui il plusvalore viene indebitamente appropriato dal padrone, che la contraddizione ultima del sistema capitalistico affiora ed è più vulnerabile.

Come ha ribadito più volte nel corso dell’iniziativa Carla Filosa, se non si ricostruisce il quadro storico-sociale che ha portato al presente, non si interpreta la potenziale pacifica convivenza delle proposte di reddito minimo ora in campo con il processo di distruzione del welfare. Ci sembra fondamentale sottolineare come nella pratica l’introduzione del reddito minimo, che è una forma di trasferimento diretto di denaro, abbia fatto il paio con il forte indebolimento dei sistemi di assistenza più tradizionali (fornitura di servizi gratuiti o a basso costo da parte dello Stato). E ancora: l’introduzione del reddito minimo aiuta la creazione di un nuovo e sterminato esercito produttivo di riserva che viene sostenuto da un trasferimento di reddito da lavoro verso chi non lavora, senza intaccare il profitto. Il panorama desiderato è quello di intere nuove generazioni di proletari disgregati in diverse fasce di reddito e ammansite attraverso modalità diverse di disciplinamento sociale. In basso, ai più indigenti vengono riservate vari tipi di elemosine (come il reddito minimo, ad esempio) accanto ad un massiccio uso della violenza di polizia. Per lo strato sociale subito sopra, quello degli abili al servizio, alla scomparsa dello stato sociale si sopperisce con dispositivi ideologici e politiche di messa a lavoro forzata, a costante pressione sui salari – il così detto workfare, che può d’altronde anch’esso configurarsi come versione di reddito minimo condizionale. Ai più fortunati o qualificati, più o meno succulente forme di welfare, rigorosamente aziendale. Insomma, nemici gli uni agli altri.

Per questo riteniamo che la necessità politica sia quella di porre con forza la questione del lavoro. Ad esempio: “lavorare meno, lavorare tutti” rimangono parole d’ordine di attuale forza nel panorama sociale nel quale ci troviamo ad agire. (Naturalmente non neghiamo che ci siano delle criticità anche in questa proposta). Attenzione però: il nostro discorso rimane articolato. Non possiamo negare il fatto che la capacità dei comunisti di incidere sugli eventi sia ora limitata. Ebbene, se la richiesta di un reddito minimo dovesse trovarsi al centro di una rivendicazione popolare, a noi comunisti starebbe il compito di inserirla all’interno di una strategia di lungo periodo. Chi lavora per la classe lavora per la storia: sua è la responsabilità di scegliere con cautela le rivendicazioni e le parole d’ordine in grado di produrre un avanzamento. Come giustamente ha ricordato Carla parafrasando Marx, il reddito minimo è come l’acquavite: si inizia a distillarla dalle vinacce, poi si usa il grano, e poi si finisce a ricavarla da qualsiasi intruglio… Al minimo non c’è mai limite.

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2 pensieri su “A Torino la nostra discussione sul reddito minimo: chi lavora per la classe, lavora per la Storia

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