Cosa intendiamo quando parliamo di fascistizzazione della società?

L’attuale condizione in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è nemmeno in gestazione per assenza di antagonismo politico organizzato produce il fenomeno della “putrefazione della Storia” di cui la fascistizzazione delle relazioni sociali è frutto.

di Alessio Arena, su La Città Futura n.185, 30 giugno 2018

Con il comporsi della maggioranza di governo costituita da Lega e Movimento 5 Stelle, l’involuzione reazionaria in atto già da decenni nel nostro paese ha subito una drammatica accelerazione. In poche settimane, in particolare il protagonismo di Matteo Salvini ha evidenziato il precipitare di un processo di normalizzazione del peggio, il quale sta imponendo al senso comune una torsione verso l’accettazione di forme spinte di autoritarismo politico e ferocia nell’esercizio del potere che stanno facendo rapidamente evaporare il belletto sotto cui quella stessa ferocia usualmente si cela nelle cosiddette “democrazie liberali”. In altri termini, le prime settimane del governo Conte rendono pienamente evidente quali siano i caratteri con cui un governo apertamente reazionario organizza la propria azione pedagogica nei confronti dell’opinione pubblica e quanto tale pedagogia s’identifichi, classicamente, con l’incanalamento dell’odio derivante dalle tensioni sociali nella persecuzione delle minoranze, delle marginalità, delle forme più estreme di disagio materiale. Il bersaglio immediatamente successivo è ovviamente l’attivismo politico e sindacale, come d’altronde dimostrano le prime azioni di schedatura di massa avvenute in occasione del corteo nazionale usb.

Quando si trae da questi dati di fatto la conclusione che nella nostra società sia in corso un processo di fascistizzazione, tuttavia, si deve prestare attenzione a non incorrere in due distinti pericoli. Il primo pericolo è quello di limitare tale considerazione agli aspetti fenomenologici: una tendenza, questa, non a caso e significativamente incoraggiata dal Partito Democratico, intento ormai da tempo in un’opera di accaparramento dell’immaginario antifascista tanto vuota quanto ipocrita, tutta fondata sulla rimozione, precedentemente portata avanti con successo dallo stesso centrosinistra per oltre vent’anni, della consapevolezza delle radici di classe del fascismo e dell’antifascismo e quindi del contenuto di trasformazione radicale dell’ordinamento sociale che quest’ultimo, se sincero e conseguente, assume in tutto il mondo ma in Italia in particolare. Il secondo pericolo è invece quello di ricercare negli avvenimenti attuali le caratteristiche del processo che condusse storicamente all’avvento del fascismo, sempre limitandosi ad accostamenti tra le caratteristiche sintomatiche dei due fenomeni che, evidentemente, sono solo in parte coincidenti, se non per l’insistenza nell’invocazione della strutturazione di una risposta persecutoria nei confronti delle marginalità come catarsi tramite la quale allontanare lo spettro della pauperizzazione di strati crescenti della società italiana.

Eppure la fascistizzazione c’è. Essa si fa di giorno in giorno più evidente, più opprimente e più capillare e chiunque abbia una certa sensibilità ne sente già da molto tempo spirare il vento. Il nuovo governo è, come dicevamo, solo il punto di avvio di un ulteriore salto qualitativo.

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