Salvini alla riscoperta della caccia all’untore. Perché non citofona ai mafiosi o ai suoi tirapiedi fascisti?

Le elezioni regionali in Emilia Romagna sono assurte a banco di prova per la tenuta dell’attuale maggioranza di governo e quindi, di riflesso, per l’immediato futuro dell’ambizione di Salvini di essere investito di “pieni poteri”.

Esautorato e ridicolizzato dopo la crisi estiva del Papeete, insidiato a destra dal neofascismo “tradizionale” di Giorgia Meloni, che gli contende i favori di Bannon e dell’estrema destra religiosa statunitense, Salvini cerca disperatamente di ridarsi slancio. E la ricetta è sempre la stessa: attizzare gli istinti violenti della società, proporre alle classi popolari una brutale catarsi per esorcizzare lo spettro della miseria che avanza e, infine, incanalare e dirigere quella violenza contro i diversi, i “marginali”.

Tanto più necessaria risulta la riproposizione dello schema ora, nel momento in cui il processo penale per il caso Gregoretti si fa prospettiva prossima e concreta e, con esso, il rischio di ritrovarsi messo all’angolo dagli effetti di quella stessa strategia mediatica che ha fatto la sua fortuna.

E così eccolo, il prototipo del “leone da tastiera”, a citofonare a una famiglia tunisina della periferia bolognese davanti a un nugolo di telecamere per domandare: “Buonasera signora, suo figlio è uno spacciatore?”

La scena, vergognosa, è la perfetta reinterpretazione della caccia all’untore di manzoniana memoria nell’epoca della comunicazione di massa. Non serve nemmeno sottolineare quanto barbaro, profondamente incivile e pericoloso per tutte e tutti noi possa essere affermare un costume per cui le folle vengono eccitate al linciaggio del “reietto” sulla base di una voce, di un sospetto, di un pregiudizio che nel caso è visibilmente legato a una prassi del razzismo che si fa paradigma dei comportamenti quotidiani. In questi termini, condannare il gesto di Salvini è questione di elementare civiltà, a prescindere dal fatto che in quella casa abitasse o meno uno spacciatore.

Ma c’è di più, perché a compiere il gesto è stato il ducetto di uno dei partiti che più incarnano, nel nostro paese, quel vero e proprio cancro terminale della democrazia che è la contiguità tra politica e criminalità. Se le inchieste per la commistione tra ambienti leghisti e mafiosi ormai non si contano,  se è vero che la Lega offre copertura e protezione sistematica a gruppi e squadracce di estrema destra che sono ben noti, sui territori, per la loro compromissione con lo spaccio di droga nelle curve dei nostri stadi e nei nostri quartieri, e se, ancora, il furto di 49 milioni di euro perpetrato dalle gerarchie leghiste ai danni dello Stato è un elemento accertato, allora se ne ricava che è tempo che siamo noi tutti a chiedere conto a Salvini tanto della natura del suo partito, quanto dell’infezione da odio e razzismo che esso semina nella nostra società.

La Lega è una forza oscurantista e violenta al servizio di quel complesso d’interessi che stanno distruggendo il nostro paese. Non cessiamo di denunciarlo! Non cessiamo di batterci perché essa venga spazzata via!

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