Sistema Sanitario Nazionale: breve indagine per spiegare le criticità emerse a causa del Coronavirus

a cura di Paola Picozzi e Giovanni Ordanini

In questi giorni stiamo assistendo ad una vera e propria emergenza pubblica: il Covid-19 ha messo in crisi il nostro sistema sanitario. Le cause di questa difficoltà non sono però da imputarsi solo alla pandemia, ma sono da ricercarsi soprattutto nelle politiche economiche e in particolare sanitarie del nostro Paese, che ormai da decenni mettono in secondo piano la sanità pubblica a favore di altre spese ritenute più necessarie, non pensando agli eventuali danni futuri che queste continue riduzioni e mancati finanziamenti avrebbero portato.

Uno dei punti principali di questa emergenza è la mancanza di un adeguata quantità di personale medico. In Italia la media dei medici per 1000 abitanti è 4, superiore alla media dei paesi dell’OECD; quindi, nonostante rispetto al 2009 siano stati persi circa 8000 medici, non possiamo dire che vi sia una mancanza di questi in quanto tali. Vi è invece una carenza di medici in settori specifici (nel dettaglio pneumologia e virologia) e ovviamente questo si ripercuote in maniera ancora più catastrofica in situazioni di emergenza come l’attuale, dove un più alto numero di sanitari specializzati in questi campi avrebbe migliorato le possibilità di offrire cure per tutti.

Numero di medici per 1000 abitanti

La carenza di medici in specifici settori trova diversi responsabili: per primi i forti tagli che sono stati operati nel campo della sanità pubblica, dove i medici che vanno in pensione non vengono sostituiti oppure vengono sostituiti solo per la metà (da qui anche la necessità di richiamare i medici in pensione per sopperire alla mancanza). A testimonianza di questa situazione, guardiamo alcuni dati: dal 2010 al 2017 il personale medico a tempo indeterminato nella sanità pubblica è sceso del 9,5%; un’altra causa sono le riforme pensionistiche degli ultimi anni che considerano solo l’età e i contributi senza però tener conto delle necessità di medici specializzati o comunque non prevedono l’assunzione di altri con la stessa specialistica; la terza è il mancato investimento in quei settori dove i medici mancano – per esempio sarebbe necessario aumentare le borse di studio nelle specializzazioni più carenti, mentre chi è responsabile della formazione dei medici non considera le esigenze reali di salute in quei settori e le mancanze di personale medico.

Numero di infermieri per 1000 abitanti

Rapporto tra numero di infermieri e numero di medici

Dopo i medici, i secondi più ricercati in questo periodo sono gli ausiliari, dunque il personale infermieristico e paramedico: in questa situazione è emersa la già conclamata carenza di questi. Il numero di infermieri per 1000 abitanti in Italia è 5.8, mentre la media dei paesi dell’OECD è superiore di 3 punti: un grande divario, che possiamo notare anche considerando come il rapporto di infermieri per medico sia 1.5, nettamente inferiore alla media OECD che è di 3 infermieri per medico. Nel dettaglio, dal 2009 al 2017 la sanità pubblica ha perso più di 46 mila unità di personale dipendente. Le ragioni di questa mancanza sono da rintracciare, come abbiamo già spiegato, nei tagli al settore pubblico che sono stati operati negli ultimi anni a favore della sanità privata, ma non solo. Tra le cause di questo aspetto rientrano anche fattori quali il potere sempre maggiore della categoria dei medici, i quali tendono a screditare l’operato degli infermieri, creando un grande divario tra le due categorie che riguarda sia il potere amministrativo che il trattamento economico. In questo senso sicuramente bisognerebbe agire aumentando il numero assunzioni di personale infermieristico e paramedico ma anche impostando una cultura che valorizzi questa parte del personale: da questo punto di vista delle migliorie sono state operate con l’introduzione della laurea in infermieristica, ma si potrebbe anche operare tramite  un aumento del potere decisionale e soprattutto negli aumenti salariali.

Cercando di spiegare meglio il tema del continuo finanziamento alla sanità privata a discapito di quella pubblica, analizziamo qualche dato. L’Italia spende circa il 9% del PIL in sanità, perfettamente in media con tutti gli altri paesi dell’UE; questo è un dato costante o in lieve aumento negli ultimi decenni. Di fatto veri e propri tagli non sono stati fatti nel settore sanità, però il problema riguarda come questi soldi vengono distribuiti.

Innanzitutto, negli ultimi anni sono stati fatti continui finanziamenti alla sanità privata che continuano ad aumentare: nel 2018 sono stati erogati 150 miliardi di euro per la sanità, di cui 30 miliardi solo per la sanità privata a discapito di quella pubblica. Se non possiamo quindi dire che ci siano stati veri e propri tagli alla sanità, allo stesso modo dobbiamo considerare anche il fatto che non sono stati fatti nuovi investimenti. Consideriamo da una parte l’aumentare dell’aspettativa di vita dal 1960 ad oggi (in Italia è 83 anni circa) e il diminuire delle nascite nell’ultimo decennio, elementi che hanno portato ad avere una popolazione costituita da un’alta percentuale di anziani e dall’altra osserviamo che la popolazione anziana, a causa dell’invecchiamento naturale del corpo, ha bisogno di maggiori cure, diagnostiche, visite e ricoveri ospedalieri. Ciò che ne risulta è che vi è un maggior consumo di sanità da parte della maggior parte della popolazione, eppure il PIL dedicato alla sanità non è aumentato nonostante le promesse che sono state fatte in occasione delle campagne elettorali da praticamente tutti i partiti che si sono alternati al governo negli ultimi anni.Analogamente al punto precedente, è opportuno citare il decreto dei DRG (acronimo di Diagnosis related groups, ossia Raggruppamenti omogenei di diagnosi) del 1995 che classifica tutte le operazioni e interventi e prevede un rimborso standardizzato per ognuno: in questo modo agli ospedali non viene più rimborsata qualsiasi prestazione medica, ma solo quella che operano e che prevedono i protocolli. Per fare un esempio sulle conseguenze che questo ha portato, si veda la degenza media, che è nettamente diminuita negli ultimi 10 anni, da una parte giustamente perché le cure farmacologiche sono migliorate ma dall’altra proprio per poter rientrare nelle spese che vengono rimborsate. Ciò porta anche ad avere un minor numero di letti, come risulta evidente guardando i dati: 70 mila posti letto in meno negli ultimi 10 anni. Dunque, gli ospedali stessi si sono trovati a non poter più comprare alcuni dispositivi medici di prima necessità o comunque le spese vengono tagliate secondo l’ottica che privilegia che l’azienda ospedaliera risulti in pari col bilancio. È quantomeno illogico pensare ad un ospedale che dovrebbe tutelare la salute come ad un’azienda che deve prestare attenzione al bilancio, a discapito della salute dei suoi pazienti.

Un’ultima considerazione è legata al numero di letti in Italia, che per 1000 abitanti è di circa 3.2, sicuramente un buon numero che rispetta le indicazioni dell’OMS ma che comunque risulta un po’ al di sotto della media dei paesi OECD, la quale si attesta sui 4.7. Questo dipende anche dal fatto che in alcuni paesi vi sono posti letti di assistenza per anziani, cosa che manca in Italia.

Quindi il reale problema non è il numero di letti in sé, che potrebbe essere adeguato anche in questa situazione di emergenza, ma la distribuzione di letti. In particolare, il numero di letti e di reparti specializzati non è stabilito con criteri statistici che tengano in considerazione anche queste emergenze, ma è scelto indicativamente. La scarsa organizzazione dei reparti ospedalieri e la mancanza di alcuni reparti in determinati ospedali ha fatto sì che in questi giorni si fronteggiasse una mancanza di posti in terapia intensiva, come ci viene ripetuto dai molti medici e dirigenti ospedalieri intervistati dagli organi d’informazione.

Numero di posti letto per 1000 abitanti

Nonostante il numero di letti in terapia intensiva sia cresciuto in Italia negli ultimi anni, la situazione attuale fa capire che questi non sono abbastanza. Inoltre vi è una forte differenza regionale, che segnala in Lombardia una situazione di particolare carenza. Questo dimostra come la sanità dovrebbe essere un settore gestito in misura maggiore dallo Stato e non delegato alle Regioni, cosa che crea grande disomogeneità. Per altro la mancanza di fondi fa sì che gli ospedali siano sempre abbastanza affollati: il numero di letti per stanza è elevato e non permette aggiunte in momenti come questi. Al contrario, il sistema sanitario dovrebbe operare nella costruzione di ospedali con dei settori di emergenza espandibili che porterebbero a non dover ricorre a costruzioni emergenziali di ospedali da campo, come in questo momento a Rho Fiera, nel territorio di Milano.

Posti letto in TI per 100 mila abitanti

Per concludere si può affermare che bisogna sicuramente investire maggiormente nel settore della sanità pubblica, ma soprattutto in un’organizzazione della sanità che comprenda una maggiore omogeneità su tutto il territorio nazionale, una miglior distribuzione del personale medico in base alle necessità, una diversificazione dei reparti in tutti gli ospedali e un aumento del personale infermieristico e paramedico.

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