Il Partito Comunista Unito (Russia) sulla situazione politica e sociale in Bielorussia

Dichiarazione del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista Unito (Federazione Russa)

Pubblichiamo a seguire il documento approvato dal Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista Unito (OKP), nostro partito fratello nella Federazione Russa, in merito alla crisi politica che attraversa da settimane la Bielorussia. Si tratta di una posizione pienamente ispirata al perseguimento dell’indipendenza politica delle classi lavoratrici, profondamente dialettica e analiticamente accurata, che la Segreteria Centrale di Fronte Popolare condivide in pieno.

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Immediatamente dopo la fine della campagna elettorale presidenziale in Bielorussia, la repubblica è stata attraversata da manifestazioni di massa. Per le strade di Minsk, così come in un certo numero di città grandi e piccole, sono scesi in piazza spontaneamente prima gli oppositori alla conferma del presidente del paese, Alexander Lukashenko, al potere per molti anni, e poi, all’appello dello stesso Lukashenko, i suoi sostenitori. Le dure azioni delle autorità bielorusse contro i manifestanti accorsi alle proteste spontanee non hanno potuto che aumentare la tensione politica a Minsk e hanno contribuito in molti modi al risveglio dal letargo politico di vari settori della popolazione, che in precedenza avevano mostrato chiara apatia e indifferenza.
L’atteggiamento nei confronti delle azioni delle autorità statali bielorusse e, in generale, dell’attuale regime presidenziale, incarnato per molti anni dalla persona Lukashenko, come prevedibile ha spaccato il movimento comunista e di sinistra in Bielorussia, già diviso. I “comunisti sistemici”, “ufficiali” del Partito Comunista di Bielorussia hanno sostenuto, secondo le attese e incondizionatamente, il presidente Lukashenko, mentre i comunisti “non sistemici” hanno preso parte alle proteste popolari contro la violenza elettorale (politica) e della polizia nella Repubblica, dissociandosi categoricamente da ogni tentativo di imporre a proteste spontanee e diversificate una caratterizzazione esclusivamente “liberale” e un’agenda socio-politica “filo-occidentale”.
Occorre anche sottolineare come il fatto che, per la prima volta in molti anni di ostentata stabilità, i rappresentanti di alcune grandi maestranze di lavoratori della Repubblica abbiano dichiarato le loro richieste, conferisca un sapore politico particolare a ciò che sta accadendo. Il risveglio inaspettato del movimento operaio – ed è proprio la conservazione dell’industria nazionale, come base della sovranità della Bielorussia, l’obiettivo che il presidente in carica fa suo! – è stata una sorpresa sia per lo stesso Lukashenko che per numerosi osservatori della situazione in Bielorussia, compresi i comunisti russi.
Pur non avendo moralmente alcun diritto d’impartire lezioni ai comunisti bielorussi sull’attuale difficile situazione nel loro stesso paese, il Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista Unito considera, allo stesso tempo, suo dovere solidale quello di esprimere le proprie opinioni sugli eventi in corso nella Repubblica. Ripensando alle ragioni che hanno portato alla crisi politica bielorussa, il Presidium del Comitato centrale del Partito Comunista Unito non può che evidenziare i fattori fondamentali che, a nostro avviso, hanno portato al montare della crisi e hanno inoltre messo in moto una varietà di settori della società.

  1. Molti osservatori parlano di un’attiva influenza esterna sugli eventi in Bielorussia da parte delle principali potenze straniere e dei blocchi imperialisti. Infatti è così. È impossibile nascondere sia l’orientamento dei leader dell’opposizione locale a favore dell’Unione Europea, sia l’interesse di quest’ultima per un intervento finanziario nella Repubblica che la trasformi in un mercato per i suoi prodotti e in una fonte di manodopera a basso costo. Anche la Russia, la cui oligarchia è fortemente interessata ad appropriarsi in modo predatorio del sistema di gasdotti e delle grandi concentrazioni industriali della Repubblica, ha un’enorme influenza sui processi in Bielorussia. In effetti, è la borghesia russa la principale beneficiaria dell’instabilità controllata del potere nella Repubblica, che costringe Lukashenko a fare grandi concessioni in ambito economico e politico. Anche i gruppi dominanti degli Stati Uniti hanno il loro interesse che è, prima di tutto, il massimo avvicinamento ai confini della Federazione Russa delle basi dell’Alleanza Atlantica.
    Sarebbe tuttavia assolutamente sbagliato ridurre le cause principali dell’attuale crisi politica in Bielorussia unicamente a fattori esterni. Questa crisi è sistemica. Nasce come conseguenza di contraddizioni interne al modello politico costruito negli anni della presidenza Lukashenko, che egli stesso ha dovuto riconoscere come “autoritario” e per di più “legato a [una] personalità”.
    Ricordiamo anche che letteralmente alla vigilia delle elezioni, nel suo discorso presidenziale, Lukashenko ha dichiarato la necessità di una riforma costituzionale nel Paese, avente come obiettivo proprio quello di dar forma a “un sistema che non sia legato ai singoli, compreso Lukashenko, per funzionare”. Tuttavia, non è difficile capire che Lukashenko è chiaramente in ritardo con tali iniziative: durante gli anni della sua presidenza non è stato neppure creato un movimento o un partito specifico che incarnasse il vettore socio-politico dello sviluppo sociale del paese e del suo sistema politico. Di conseguenza, la vera base del regime si è rivelata essere la burocrazia bielorussa relativamente consolidata (anche se meno folta che in Russia), fintanto che il presidente è sostenuto dal blocco di potere. A giudicare dagli eventi nelle strade bielorusse, Lukashenko è evidentemente riuscito ad assicurarsi il sostegno di quest’ultima, ma risulta chiaro come tutte le attuali “azioni decisive” dei funzionari della sicurezza bielorussi non contribuiscano al rafforzamento della base sociale dell’attuale governo.
  2. Il modello socio-politico di “compromesso” che è andato sviluppandosi in Bielorussia naturalmente non è socialista e lo stesso Lukashenko non ha mai annunciato alcun movimento della sua Repubblica verso il rilancio delle forme socialiste di organizzazione delle relazioni sociali. Ha parlato di “mercato socialmente orientato”, sostegno al settore pubblico, ma niente di più. Durante gli anni della sua presidenza, nel paese hanno preso forma un modello classico di capitalismo di Stato nell’economia e un modello politico autoritario estremamente adatto al “dirigismo statale”. Indubbiamente, il capitalismo di Stato è molto più progressivo del suo “gemello” oligarchico russo, anche dal punto di vista della praticabilità di una prospettiva socialista.
    Tuttavia, senza un ampio coinvolgimento “dal basso” delle classi popolari nella creatività socio-politica e senza la formazione di una forte base politica che si organizzi in un partito o un movimento in grado di esprimere gli interessi a lungo termine della maggioranza della popolazione lavoratrice del paese, un tale modello prima o poi finirà con la rivincita delle forze più reazionarie della società bielorussa. In realtà, abbiamo già avuto l’opportunità di ascoltare le richieste di queste forze per voce sia della rivale formale di Lukashenko nelle ultime elezioni, la signora Tikhanovskaya, sia di politici e uomini d’affari più influenti che la spalleggiano.
    In queste richieste, cinicamente definite come il “pacchetto di riforme per la rianimazione della Bielorussia”, tutto è assai “confortante”: privatizzazione selvaggia dell’industria, dei trasporti, degli alloggi e dei servizi comunali, liberalizzazione dei prezzi, amnistia dei proventi del crimine, vendita di terreni agricoli, distruzione del sistema d’istruzione a prezzi accessibili e di alta qualità, dell’assistenza sanitaria, dei sistemi di protezione sociale, eliminazione della regolamentazione statale nella sfera del lavoro, transizione naturale dell’economia del paese sotto il controllo delle multinazionali. Non c’è dubbio, inoltre, che tali misure cannibalistiche saranno accompagnate da una restrizione dei diritti della lingua russa e dalla “decomunistizzazione” della Repubblica secondo i modelli dei paesi dell’Europa orientale, degli Stati baltici e forse della vicina Ucraina.
    Oggi constatiamo come l’assenza di un progetto politico coerente, il desiderio di mantenere un compromesso, impraticabile a lungo termine, tra il modello socialmente orientato “filo-sovietico” e il capitalismo di mercato, con la completa esclusione delle masse di cittadini dal processo politico, primi fra tutti i lavoratori della Bielorussia, abbiano portato al disorientamento delle masse lavoratrici del paese, alla loro deideologizzazione e depoliticizzazione. Li hanno resi indifesi di fronte alla politica reale, pronti a sostenere qualsiasi richiesta, anche la più antisociale, degli oppositori politici di Lukashenko.
    Allo stesso tempo, è significativo che nel pieno della crisi politica, siano stati i lavoratori a mettere in guardia, in modo responsabile, contro lo ” sconfinare nella politica, dove le regole sono diverse”. Proprio loro. Lukashenko spera di portare avanti la “riforma” del sistema autoritario attraverso i vertici, esclusivamente con l’aiuto delle élites per il momento a lui fedeli. Non dobbiamo dimenticare che per alcuni aspetti i “limiti statali” bielorussi hanno da tempo superato il loro “gemello” russo: ad esempio, un uso così massiccio di contratti di lavoro a tempo determinato in Russia, a differenza della Repubblica di Bielorussia, non è ancora stato raggiunto.
  3. Non ultimo fattore che ha influenzato l’equilibrio delle forze nella crisi bielorussa, le cui radici sono nella base stessa dello specifico “modello bielorusso”, è stata la politica di Lukashenko di flirtare sia con la massa dei nostalgici, in Bielorussia e nella Federazione Russa, del progetto sovietico e dell’URSS, sia con i sostenitori dello specifico nazionalismo pseudo-bielorusso. Tra l’altro quest’ultimo, come nella vicina Ucraina, ha un carattere marcatamente antisovietico e anticomunista. Il nazionalismo incoraggiato dallo stesso Stato bielorusso, infatti, ha risvegliato forze che non sono contrarie a prendersi una vendetta anticomunista, imponendo alla maggioranza bielorussa, complessivamente filo-sovietica, idee e simboli a essa estranei. Una delle conseguenze di questi processi profondi, non nuovi, sviluppatisi nel profondo della società bielorussa, è stata la discesa in piazza di masse di cittadini sotto i simboli antisovietici, che erano stati precedentemente utilizzati dai collaborazionisti dei nazisti. Tali simboli sono purtroppo associati, nella mente dei cittadini (primi fra tutti i giovani), alla prospettiva di cambiamenti sociali e alla Bielorussia “senza Lukashenko”.

In questa situazione, il Presidium del Comitato centrale del Partito Comunista Unito, condannando categoricamente la violenza contro i manifestanti nelle strade delle città bielorusse, non può che esprimere preoccupazione per il destino della prospettiva comunista e di sinistra nella Repubblica.

Siamo convinti che i comunisti della Bielorussia debbano intensificare i contatti e la propaganda rivolta alle maestranze dei lavoratori della Repubblica. In nessun caso deve ripetersi il tragico destino degli operai della V.I. Lenin o dei minatori di Kemerovo e Vorkuta, che hanno innalzato sulle proprie spalle i governi neoliberisti e antisociali di Wałęsa e Eltsin alle vette del potere, facendo precipitare la maggioranza dei lavoratori sia della Polonia che della Russia nell’abisso della povertà. Non va dimenticato nemmeno il destino toccato alla nostra sorella Ucraina, dove sull’onda delle giuste rivendicazioni delle classi popolari contro la corruzione e con la completa fusione del Partito Comunista semi-ufficiale di Symonenko con il regime al potere nel paese, le forze più reazionarie, apertamente naziste sono salite al potere, respingendo per un periodo di tempo lunghissimo la prospettiva di una risovietizzazione dell’Ucraina.

I comunisti bielorussi dovranno spiegare ovunque ai lavoratori della Repubblica di Bielorussia che gli obiettivi immediati del movimento operaio del paese non sono slogan astratti “contro il regime” e “per il bene”, ma la lotta per un’ulteriore democratizzazione della legislazione sul lavoro esistente nel paese (abolizione del sistema dei contratti a tempo determinato, abolizione della “legge contro il parassitismo” – legge che prevede una tassa per tutti coloro che in età da lavoro non hanno una occupazione, NdT -, blocco di ulteriori privatizzazioni delle imprese, rifiuto dell’innalzamento dell’età pensionabile), nonché quello di orientare il processo socio-politico generale con l’obiettivo di coinvolgere le grandi masse lavoratrici nella politica (semplificando la creazione di sindacati, la registrazione di partiti politici, l’organizzazione di eventi pubblici, ecc.).

Siamo convinti che la lotta della maggioranza proletaria della Bielorussia per la democratizzazione delle relazioni sociali (come prologo del socialismo) debba procedere di pari passo con la lotta per condizioni sociali ed economiche favorevoli ai lavoratori e non separatamente rispetto a essa, come suggeriscono i leader dell’opposizione borghese che oggi dominano la protesta bielorussa.

Viva la Bielorussia democratica e socialista!

No alla privatizzazione, sì alla socializzazione!

Insieme vinceremo!

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