La morte della FdS, le primarie, la crisi

di Alessio Arena

La Federazione della Sinistra non c’è più e con essa viene meno il primo tentativo di riaggregazione della sinistra di classe italiana, dopo i decenni della decomposizione e della diaspora. Questo è, in sostanza, il quadro desolante che ci si presenta alla fine di un 3 novembre che va ad aggiungersi all’infinita serie delle date da dimenticare, nella storia recente del movimento comunista del nostro paese. Come marxisti ci suona familiare il detto secondo cui la storia si ripete la prima volta in tragedia e la seconda in farsa e così, dopo aver vissuto attraverso la scissione vendoliana del 2009 la riproposizione farsesca e in dimensioni ridotte del dramma della Bolognina, con oggi ritroviamo la reiterazione grottesca dei fatti del 1998, quando un Partito della Rifondazione Comunista ormai protagonista della scena politica nazionale e che aveva sviluppato tutti i caratteri del partito di massa si ruppe proprio sul rapporto con il centrosinistra.

A quattordici anni di distanza, stessa questione di fondo e, in gran parte, stessi protagonisti. Con una differenza: oggi la Federazione della Sinistra rappresentava la scelta della sopravvivenza per due partiti, PRC e PdCI oggettivamente, seppure con le debite diversità, pienamente relegati nell’alveo della residualità.

Inutile nascondersi dietro l’astrazione delle formule burocratiche e sostenere che il Consiglio politico della FdS abbia solo “preso atto” della differenza di linea tra la cordata Diliberto-Salvi-Patta, decisa a riproporre l’accordo con il centrosinistra per tornare in Parlamento, e il nostro Partito, orientato alla ricerca dei modi e delle forme per dar vita a uno schieramento di sinistra antagonista alternativo alle forze politiche che hanno sostenuto il governo Monti, a cominciare dal Partito Democratico: il fatto che i veti incrociati (al di là del merito della questione, sul quale torneremo) abbiano impedito ai meccanismi statutari della FdS, accettati da tutti ma di fatto non riconosciuti da nessuno, di funzionare e definire una linea comune, non lascia spazio a equivoci circa la vitalità di un progetto politico nato sotto il segno del rifiuto dell’unità tra i comunisti e cui mette fine una dicotomia che non scaturisce dalla questione delle alleanze, ma da problemi più profondi, cui certamente non avrebbe dato risposta, come capziosamente sostiene qualcuno, la fusione di Rifondazione e PdCI in un unico partito. Per cavarsela con una battuta, come avrebbero fatto queste due concezioni della politica, incapaci di gestire la dialettica in seno ad un soggetto blandamente unitario come la FdS, a dar vita fondendosi a un corpo vitale? Proprio il rifiuto opposto dalla dirigenza del PdCI allo svolgimento di un referendum tra gli iscritti secondo il dettato dello statuto della Federazione dimostra come il processo di unificazione, da qualcuno invocato pretestuosamente, non sia in realtà mai stato perseguito da nessuno e come il desiderio di superare le divisioni burocratiche per raccogliere tutte le energie comuniste residue nella definizione di una rinnovata presenza rivoluzionaria adatta all’Italia contemporanea trovi proprio nel gruppo dirigente che ha fatto dell’unità dei comunisti la sua parola d’ordine più abusata un fiero oppositore. Si può infatti sostenere che un referendum, ovvero una scelta secca tra un “si” e un “no”, non sia la forma più adatta per consentire alle differenti posizioni politiche di articolarsi, ma non si può per converso negare che in quella scelta secca, per la prima volta ogni iscritto alla FdS (e cioè per il 99% gli iscritti ai due partiti comunisti) si sarebbe trovato a confrontarsi come singolo individuo con i problemi del corpo politico unitario, e questo avrebbe potuto costituire un precedente prezioso per una Federazione che ha avuto proprio nel suo congresso (cioè nel momento in cui invece le posizioni politiche dovrebbero per definizione trovare spazio per articolarsi) il più scandaloso esempio di lottizzazione e sclerosi burocratica. Non è andata così e oggi, per l’ennesima volta, i comunisti si mostrano agli italiani come un’accozzaglia di parolai incapaci di scegliere una direzione comune.

Davvero sembra lontano il tempo in cui Togliatti spiegava la natura del centralismo democratico utilizzando la metafora del treno, su cui si può salire o meno, ma che poi deve procedere unito e sugli stessi binari. E così la storia di lotta e sacrificio attraverso la quale il movimento comunista si era radicato nelle coscienze degli italiani, sprofonda ai loro occhi ancor più nel ridicolo, con conseguenze che ci proponiamo di analizzare nelle righe che seguono.

Sarebbe tuttavia sbagliato e decisamente antimarxista attribuire gli eventi degli ultimi mesi all’affermazione della sclerosi burocratica nel corpo dei due partiti comunisti. Ciò equivarrebbe a spiegare un effetto con un altro effetto e non sarebbe di nessuna utilità al dibattito su cosa fare ora, con le elezioni politiche alle porte e un cumulo di nuove contraddizioni a gravare il nostro lavoro politico e a preparare una sconfitta capace di rappresentare un fattore decisivo nella liquidazione della possibilità di ricostruire in tempi non troppo lunghi un movimento comunista incisivo sul territorio nazionale.

Ci proponiamo dunque di riassumere qui alcune delle questioni su cui si è arrivati alla rottura e contribuire al dibattito per analizzarne e comprenderne le radici.

È davvero impossibile un’alleanza con il Partito Democratico?

Partendo dai rapporti di forza attuali, la questione può essere affrontata solo rispondendo a due domande preliminari: in quale fase storica ci troviamo in questo momento? E ancora: qual è la natura di classe del Partito Democratico? In altre parole: quali forze materiali si muovono alla base del PD e di quali interessi sono portatrici?

Come risulterà immediatamente chiaro, il quadro generale è quello determinato dalla crisi, la cui natura offre un primo, decisivo elemento per rispondere ai nostri quesiti. Si tratta di una crisi passeggera, ciclica, o di una crisi strutturale? L’opinione prevalente tra i comunisti del mondo intero è che siamo in presenza di una crisi strutturale, conseguenza di una profonda ridefinizione dei rapporti di forza a livello internazionale tramite l’emersione delle nuove potenze (Cina, Russia, India, Brasile, Sudafrica, ma anche i paesi dell’ALBA, ad esempio) e il ridimensionamento conseguente dei vecchi predoni che per secoli hanno prosperato razziando le ricchezze e tenendo sotto il proprio tallone il resto del mondo: Stati Uniti e paesi dell’Europa occidentale in primis.

Ma diremo di più: si direbbe che a pensare a una crisi strutturale siano gli stessi gruppi dominanti del capitalismo occidentale, che infatti hanno apportato una profonda correzione al loro panorama concettuale, liquidando a tutti i livelli il keynesismo come possibile risposta al collasso economico che avanza. In Europa, come diretta conseguenza di tutto questo abbiamo assistito alla costituzionalizzazione, in tutti gli Stati dell’UE, del vincolo del pareggio di bilancio: la borghesia sceglie, in sostanza, di privarsi della possibilità d’intervenire tramite una politica d’indebitamento pubblico per rilanciare i mercati interni e sostenere i consumi. In altre parole, la borghesia rinuncia a comprarsi la pace sociale, come per lungo tempo ha voluto e potuto fare attraverso l’azione di governo dei partiti socialdemocratici europei, nel contesto della contrapposizione con il campo socialista e della lotta per l’egemonia in corso ovunque contro un movimento comunista allora lungi dall’essere domato.

I tempi sono cambiati e le classi dominanti ne prendono atto. E prendono atto che lo scontro di classe è destinato a farsi sempre più feroce all’interno delle società occidentali perché in questa fase la loro sopravvivenza è legata strettamente a un inasprimento della logica dell’accumulazione privata dei profitti che nulla può concedere alle classi subalterne. Esse sanno che la storia non è affatto finita, contrariamente a quanto sosteneva Fukuyama negli anni ’90 teatro del trionfo dell’ideologia neoliberista, e si dispongono a dare battaglia a tutti i livelli per vincere quella lotta di classe che nel lessico di tanta sinistra non rientra più da lungo tempo.

Ma se le classi dominanti agiscono in questo modo, come rispondono quelle subalterne? E come si articola l’azione di quelle che dovrebbero essere le loro organizzazioni politiche? Il caso dell’Italia è, da questo punto di vista, emblematico. Con la nascita del governo Monti, una nuova forma di autoritarismo è stata organizzata sotto le sembianze del governo tecnico per forzare l’approvazione di quelle “riforme” che sole possono garantire al paese di tenere la propria posizione nell’arco delle potenze atlantiche che, ridotte sulla difensiva, fanno ormai della violenza il paradigma tanto della propria politica estera (moltiplicarsi delle guerre neocoloniali per difendere e riequilibrare la spartizione imperialista del mondo) quanto di quella interna (moltiplicarsi degli episodi di repressione poliziesca, aumento del ricorso alla carcerazione, controllo sempre più stringente sull’informazione, ecc…).

La peculiarità italiana è però rappresentata dal fallimento della transizione dal monopolio centrista del potere (DC-centrosinistra-pentapartito) in chiave anticomunista al modello dell’alternanza fondato sulla definizione di due poli accomunati da un’ideologia di fondo comune (la scelta neoliberista), capaci di concorrere e avvicendarsi alla guida del paese entro i parametri fissati da regole stabilite di comune accordo. È fallita cioè quella stabilizzazione cercata di comune accordo da centrodestra berlusconiano e centrosinistra antiberlusconiano e sintetizzata da una celebre formula coniata da Massimo D’Alema: il “paese normale”. È fallita l’opzione politica incarnata da passaggi decisivi come l’accettazione dell’equiparazione tra partigiani e repubblichini ad opera di Luciano Violante, nella solenne occasione del suo insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati nel 1996 (costruzione di una comune visione della storia nazionale fondata sull’affermazione della sua continuità ed in conseguenza di una comune ideologia dello Stato per i due poli dell’alternanza) e come la Commissione Bicamerale, ovvero il tentativo di definire una cornice costituzionale concordata all’azione comune di centrodestra e centrosinistra per liquidare, con la Costituzione del 1948, l’antifascismo e la Resistenza portatori delle questioni dell’uguaglianza sostanziale e della trasformazione sociale come conseguenze della rottura della storia nazionale compiutasi il 25 aprile 1945.

Proprio la costituzione del Partito Democratico e la nascita conseguente del Popolo della Libertà (qualcuno si ricorderà la stretta di mano tra Veltroni e Berlusconi alla vigilia delle elezioni politiche del 2008) avrebbero dovuto servire da forzatura sulla via del compimento di questo disegno, quello di fare dell’Italia un “paese normale” su modello americano (esplicitamente richiamato dal PD sin nel nome). Le ragioni del fallimento dovranno essere oggetto di analisi accurata in un altro momento. Quello che ci preme ora è individuare il governo Monti come la risposta delle classi dominanti a questo fallimento nel contesto della crisi del Capitale. La soluzione individuata è presto detta: l’aggregazione di una nuova concentrazione politica centrista subalterna all’intervento diretto di uomini espressione dei potentati della finanza e degli apparati di violenza dell’UE e della NATO, delegati a gestire la fase di scontro internazionale e di acuirsi del conflitto sociale, nell’interesse dei settori dominanti della società.

Di qui il crollo del PDL, la distruzione organizzata della Lega Nord, spinta all’opposizione radicale al governo dal proprio blocco sociale centrato sul ceto medio bottegaio che va proletarizzandosi in conseguenza del crollo dell’economia. Di qui l’imposizione di misure di pura violenza sociale quali il depoteziamento dell’articolo 18, la distruzione della contrattazione collettiva, la già citata costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, il Fiscal Compact. Misure non congiunturali, ma che invece definiscono vincoli che ci accompagneranno per i prossimi decenni e che non potranno essere sciolti se non con una trasformazione radicale degli equilibri del potere politico ed economico.

Il Partito Democratico, sostenitore attivo di tutte le misure fin qui richiamate ed anche forza politica di provenienza del massimo garante dell’affermazione del nuovo autoritarismo, Giorgio Napolitano, ha scelto di farsi artefice della riconduzione di quel pezzo di ceto medio che in esso si riconosce (insegnanti, funzionari pubblici, personale delle cooperative ecc…) e di quella parte di classe operaia che gli resta legata in virtù della continuità dell’apparato (ma in costante diminuzione, se è vero che già nel 2008 l’astensionismo operaio raggiungeva il 42%) nell’orbita egemonica del capitale monopolistico. In virtù di ciò, quel partito ha accettato tutti gli interventi strutturali del governo Monti, portando così a compimento il cambiamento della sua natura di classe iniziato con lo scioglimento del PCI nel 1991.

Da quanto detto risulta la risposta alla domanda da cui eravamo partiti: l’alleanza con il Partito Democratico non è possibile restando nell’alveo del movimento comunista, cioè non è possibile mantenendo una visione del mondo fondata sulla contraddizione capitale-lavoro e sulla scelta di proporsi di organizzare quest’ultimo nella lotta contro il primo.

Quali elementi hanno condotto alla spaccatura della FdS proprio sull’alleanza col PD?

A questa domanda si potrebbe dare una risposta semplicistica: Oliviero Diliberto è un opportunista e la sua scelta è legata al desiderio di tornare in Parlamento. Malgrado la profonda disistima di chi scrive nei confronti del gruppo dirigente del PdCI, maturata attraverso l’esperienza diretta delle sue pratiche, non riteniamo che la ragione profonda sia da ricercare in questo elemento. D’altra parte anche Rifondazione Comunista ha a lungo sostenuto la necessità della creazione di un “fronte democratico” con il PD, e da questa posizione il nostro gruppo dirigente ha receduto solo dopo la formazione del governo Monti, dando sì prova di aver ben interpretato la nuova fase politica, ma anche implicitamente riconoscendo la propria scarsa lungimiranza, e forse anche l’esistenza di pulsioni opportuniste, in quella precedente. Se poi risulta del tutto evidente come le giunte locali non siano assolutamente paragonabili al governo nazionale, è però altrettanto vero che l’insistenza con cui Rifondazione cerca tuttora l’accordo con il centrosinistra in vista delle elezioni in regioni chiave come la Lombardia o il Lazio, dimostra che il nostro stesso Partito fatica a inquadrare a tutti i livelli e in modo coerente il problema delle alleanze. Con questo non intendiamo sostenere che l’opportunismo non giochi un ruolo nella politica del terzetto Diliberto-Salvi-Patta, ma ci proponiamo di dare ai fatti un’interpretazione meno superficiale e più attenta ai rapporti veri, alle lunghe prospettive della storia politica.

Anche in questo caso occorre porsi due domande preliminari: quali forze materiali sono alla base dell’esistenza del PRC, del PdCI e della FdS? E poi: qual è l’impostazione ideologica dei due gruppi dirigenti in questo momento?

Analizzando le ragioni che avevano fatto sì che il fascismo fallisse nel tentativo, durato vent’anni, di spazzare via il movimento comunista dall’Italia, Togliatti sottolineava come le ragioni fossero da ricercare nel fatto che questo movimento prorompesse dalla natura stessa delle contraddizioni sociali, come fosse in grado di farsi forza nazionale e proporsi come guida delle lotte della classe operaia nel momento in cui questa si faceva capace di assumere il ruolo di classe dirigente di tutta la società e come tutto questo permettesse d’individuare almeno i tratti fondamentali della capacità di quel partito di farsi Stato. Una riflessione condotta sulla scorta di quella gramsciana, che c’interroga su cosa sia invece il movimento comunista italiano oggi e su come sia stato possibile che con tanta facilità esso sia stato relegato all’ininfluenza nel giro di due anni di governo di centrosinistra (2006-2008).

A nostro avviso, con la scissione del ’98 e il degenerare dei due partiti verso forme uguali e contrarie di liquidazionismo (iconoclasta e movimentista il PRC, tassidermista e governista il PdCI), il complesso del movimento comunista italiano ha gradualmente rotto con il suo referente di classe fondamentale: la classe operaia. Pur mantenendo in apparenza (perché le elezioni questo sono: apparenza) un alto livello di consenso, sempre oscillante tra il 7 e l’8%, essi sono stati sempre meno in grado di rispondere alle aspirazioni profonde di quella classe, ai suoi bisogni, spostando il centro della composizione del loro bacino di consenso verso fasce sociali sovrapponibili a quelle che sostengono il Partito Democratico. Mentre i numeri del tesseramento rimanevano invariati, declinava il radicamento di quel corpo militante nelle lotte sociali, nella misura in cui l’inesistenza (quando non l’opportunismo) della linea sindacale indeboliva decisivamente la capacità dei comunisti d’intervenire e conquistare consenso nei luoghi del conflitto.

Sicché l’esperienza del governo Prodi II non è stata altro che il completamento di un processo incominciato molto prima: da un lato il voto alle prime misure di macelleria sociale (riforma delle pensioni su tutte) significativamente sviluppate da un ministro al pari di Mario Monti proveniente dalla Commissione Trilaterale – Tommaso Padoa Schioppa – e vero e proprio precursore (sempre nell’ambito del centrosinistra!) del nuovo corso oggi giunto a maturazione, ma anche il rifinanziamento delle missioni imperialiste di guerra in Afghanistan e Iraq, hanno reciso definitivamente il legame tra i comunisti e la loro classe di riferimento; dall’altro, attraverso il voto utile, il consenso d’opinione conquistato presso il ceto medio sulla base di una declinazione politicamente “radicale” dell’antiberlusconismo si è spostato verso il PD, in perfetta coerenza con la vittoria del capitale sul lavoro nella lotta per l’egemonia di cui l’accettazione della logica dell’alternanza implicita nell’ingresso nell’Unione era la definitiva dimostrazione. Risultato: il movimento comunista spazzato via non solo dal Parlamento, ma soprattutto dai luoghi fondamentali delle contraddizioni sociali, e la classe operaia privata della sua espressione politica e condannata all’impotenza, di cui l’astensione elettorale non è che un riscontro.

Dobbiamo dire quindi che oggi alla base dell’esistenza di PdCI, PRC e dunque FdS non c’è nessuna forza materiale, ma soltanto un sempre più sparuto ambito di consenso frutto della sopravvivenza dei residui del gigantesco lavoro di costruzione di coscienza portato avanti a partire dall’antifascismo dal Partito Comunista Italiano.

La rettificazione sarebbe possibile tramite un processo di “rifondazione comunista” capace di reinterpretare il patrimonio del marxismo e del leninismo e della loro elaborazione teorica e pratica nel nostro paese a partire da una seria, serrata e dialettica critica degli elementi che hanno determinato gli effetti fin qui analizzati. Ma è ovvio che tutto quanto abbiamo richiamato non sarebbe stato possibile senza una degenerazione teorica, un cedimento all’egemonia delle classi dominanti nelle nostre stesse fila. Questo cedimento si manifesta, tanto nel PRC come nel PdCI, tramite identici presupposti, ma dando luogo ad effetti differenti.

Il principale elemento ideologico comune ai due partiti è la sostanziale assunzione del keynesismo nel loro patrimonio politico. L’assunzione cioè di quella dottrina economica che non solo non risolse negli Stati Uniti la crisi del ’29, ma che corrispose anche all’intervento di Stato nell’economia realizzato dai fascismi europei (i testi del New Deal furono largamente diffusi nell’Italia mussoliniana) e che ebbe il suo complemento indispensabile nella Seconda Guerra Mondiale, ovvero nella distruzione su larga scala delle forze produttive per uscire dall’impasse. Se da un lato il PdCI sembra essersi appropriato pienamente del keynesismo (Diliberto tentò già, senza successo, di inserirlo tra i riferimenti teorici del partito in occasione del congresso del 2001), d’altra parte la rivendicazione di un “New Deal di classe” compare a chiare lettere in Pigs, l’ultimo libro di Paolo Ferrero. Rottura con il marxismo, dunque, in nome dell’adesione all’ideologia della sinistra borghese.

Significa questo che non si dovrebbero rivendicare per il breve periodo politiche redistributive, di tutela del potere d’acquisto dei salari e d’intervento pubblico nell’economia? Ovviamente no. Significa però che esse non devono essere rivendicate in un’ottica keynesiana, ma invece come strumento per rispondere alle attese immediate delle masse che vanno impoverendosi e che scivolano nella disperazione e nella paura, unite alla denuncia della crisi strutturale del capitalismo e della necessità di profonde trasformazioni politiche e sociali.

Proprio la dipartita del keynesismo, decretata dalle classi dominanti tramite la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, apre una contraddizione nella sinistra borghese, socialdemocratica, che noi possiamo utilizzare per scardinarla. L’assunzione invece di elementi preponderanti dei keynesismo nella nostra visione dei rapporti economici apre la via a contraddizioni nella nostra proposta politica che, se da un lato c’impediscono di recuperare qualunque credibilità agli occhi delle masse, dall’altro ci spingono ad abbracciare la politica dei padroni, rendendoci oggettivamente compatibili con il sistema e dunque inutili.

Dicevamo che tutto questo si riflette in modo diverso nella politica di PRC e PdCI. E ciò perché mentre il PRC, pur fortemente ridimensionato, mantiene un radicamento territoriale più o meno omogeneo in tutto il paese e interiorizza quindi maggiori elementi della realtà sociale, il PdCI quel radicamento non lo possiede se non in alcune realtà locali, con la conseguenza di uno scollamento maggiore rispetto alla vita degli italiani. Non a caso, mentre nel PRC l’interiorizzazione dell’ideologia borghese si riflette soprattutto in una errata percezione dei rapporti internazionali (mancata comprensione profonda del rapporto crisi-guerra, con conseguenze quali l’appoggio manifestato da Ferrero alle ribellioni fomentate dalla NATO in Siria e Libia – ci si ricorderà della sua manifestazione sotto l’ambasciata libica, a inizio 2011, con le bandiere della monarchia riutilizzate dai ribelli islamisti armati da USA e Francia), nel PdCI essa favorisce la penetrazione a tutti i livelli della convinzione che esistano margini di accordo con la sinistra borghese, e in particolare con il PD, per concordare con essa l’attuazione di politiche per quest’ultima assolutamente inaccessibili in questa fase, come ampiamente dimostrato dalle misure adottate dai governi socialisti greco, portoghese, spagnolo e ora francese sulla base delle indicazioni della troika UE-FMI. Un’illusione infondata, alla quale il gruppo dirigente guidato da Oliviero Diliberto offre oggi in sacrificio la nostra unità.

La FdS: per cosa e per chi?

Sin da subito, l’esperienza della Federazione della Sinistra si è caratterizzata per le forme particolarmente accentuate di sclerosi burocratica e per la rigida contrapposizione in essa vigente tra i due partiti che ne sono stati i principali fondatori. Gli estensori del suo statuto si sono lambiccati il cervello nel tentativo di farne uno strumento il più depotenziato possibile, entro il quale l’appartenenza di partito vincesse sempre sulla spinta unitaria che, dopo il disastro del 2008, si era imposta nel dibattito.

Eppure anche così si è potuto osservare un fenomeno, che ha assunto piena evidenza nel corso del No Monti Day dello scorso 27 ottobre: se il PdCI, ormai deciso alla rottura tra comunisti per tentare il rientro nel centrosinistra, non ha partecipato a quella prima prova di unità nella lotta, a quella piattaforma minima di contestazione al governo che ha riunito tutte le forze conseguenti dell’opposizione politica e sociale, è altrettanto vero che numerosi sono stati gli esempi di partecipazione della base di quel partito. La copertura politica a quella scelta è stata fornita proprio dalla FdS, le cui istanze locali hanno votato comunicati di adesione al No Monti Day approvati anche dai compagni del PdCI, i quali si sono organizzati per partecipare all’appuntamento sotto le bandiere del soggetto unitario.

Si è così realizzata ancora una volta, nella pratica, una massima dell’esperienza: i comunisti, ovunque organizzati, si riconosco tra loro e si uniscono nel conflitto sociale. E dal momento che prima del 27 ottobre il conflitto sociale non ha avuto nessuna vera espressione a livello nazionale, ma invece è rimasto disarticolato in mille fatti territoriali particolari, dalla Val di Susa all’ILVA di Taranto, passando per il Sulcis e il San Raffaele, allora questo reciproco riconoscersi e unirsi nella lotta non è potuto avvenire che a partire dal livello locale. La FdS ha offerto a tutto questo un luogo di fusione oggettivo, al di là delle intenzioni e delle previsioni dei suoi fondatori-affossatori.

Viene dunque in questione un problema: è tutto questo indispensabile alla rinascita del movimento comunista del nostro paese? In altre parole: è ancora vitale, oggi, la parola d’ordine dell’unità dei comunisti?

Per dare risposta a questi quesiti, partiremo da considerazioni già articolate. Oggi i comunisti italiani sono organizzati in due partiti di cui uno, il nostro, Rifondazione Comunista, gode di un radicamento territoriale omogeneo in tutto il paese, ancorché declinante, ma di scarsa influenza nel conflitto sociale e nelle organizzazioni sindacali, mentre l’altro, il PdCI, sviluppa il proprio radicamento solo in alcune realtà locali ed ha un’influenza nulla sulle lotte sociali. Alla loro base, come dicevamo, non si muovono forze materiali identificabili, ma un consenso d’opinione che va esaurendosi, a misura che nella società penetra l’egemonia delle classi dominanti, e che interessa soprattutto settori di ceto medio impiegatizio statale o privato, disoccupati e studenti, senza toccare se non marginalmente la nostra classe di riferimento, la classe operaia, che non trova oggi nei comunisti un fattore di organizzazione e quindi si disperde inesorabilmente nel non voto, nella sfiducia, nel nichilismo.

Come invertire la tendenza? È nostra convinzione che unica via per perseguire questo risultato sia la ripresa della battaglia per l’egemonia, quella che in modo evocativo viene chiamata “battaglia delle idee”, ma che altro non è se non la lotta per scalfire il senso comune e riorientarlo in senso progressivo. Ma la lotta per l’egemonia richiede, ce lo insegna Gramsci, capacità di direzione intellettuale e morale, il che presuppone un forte e riconosciuto prestigio del partito tra le classi di riferimento e la capacità organizzata di tradurre questo prestigio in un effettivo strumento di disciplinamento e di lotta. È del tutto evidente che nessuno dei partiti oggi esistenti possiede queste qualità. A minare il prestigio, la credibilità dei comunisti sono state da un lato le scelte sbagliate, frutto di un’alterazione del profilo teorico che è andata di pari passo con la rottura intervenuta tra comunisti e classe di riferimento, dall’altro l’incapacità di salvaguardare l’unità del corpo politico del partito e praticare la sintesi. Per partiti non più connessi alle forze materiali di riferimento, questo ha significato precipitare in una spirale interminabile di scissioni, che hanno interessato tanto il PRC quanto il PdCI e che hanno ridotto i comunisti al ridicolo agli occhi degli italiani, trasformandoli da espressione stessa della disciplina e dell’organizzazione a gruppuscolo litigioso, ininfluente nella vita reale, inutile per la ricerca di soluzione ai problemi quotidiani.

Rovesciare questa situazione si fa dunque urgente per porsi all’altezza dei problemi posti dalla crisi, per fronteggiare l’offensiva reazionaria, per riconquistare la fiducia e l’attenzione delle masse. Da questo punto di vista, i fatti del 3 novembre e quello che ne seguirà, ovvero l’ennesima frattura fra comunisti di fronte a un’opinione pubblica sempre più scorata, disattenta e ostile, sono destinati a pesare come un fardello difficilissimo da portare. Essi delineano una sconfitta politica di noi tutti, singoli militanti, e allontanano la prospettiva della rifondazione comunista in modo drammatico. E se anche le decisioni del PD dovessero ricomporre lo strappo, costringendo nuovamente i comunisti alla coabitazione forzata nella FdS, ciò avverrebbe con margini di positività talmente ridotti rispetto al passato, da mettere persino in discussione l’opportunità che ciò avvenga.

Conclusioni: che fare ora?

Dicevamo del 27 ottobre come possibile atto di fondazione di un’opposizione sociale organizzata in questo paese. Quella manifestazione, con le rotture che intorno ad essa si sono prodotte e le scelte cui ha obbligato ogni singolo compagno, ogni organizzazione locale, ha fornito un’eloquente anticipazione di quello che accadrà ora. Sia al PRC che ai compagni del PdCI si pongono questioni di fondo, dalla cui soluzione dipenderà la possibilità che i comunisti riescano ad attrezzarsi per un periodo di residualità e isolamento sociale che si annuncia lungo e comincino a costruire le premesse per la rinascita del movimento.

Per il nostro partito, le questioni che si aprono (o si impongono con più urgenza, ma erano già aperte) si riassumono in una formula: dare finalmente luogo alla rifondazione comunista. Ciò significa portare avanti un processo di ridefinizione teorica e pratica del profilo del partito che facendone un corpo unico, rigettando la frammentazione correntizia, sconfiggendo ogni forma di opportunismo interno, mettendo in discussione posizioni acquisite, rendite politiche e non e pregiudizi e sconfiggendo gli elementi di egemonia del capitale che sono penetrati fin nel cuore della nostra organizzazione, lo trasformi infine in quello che deve essere: un partito rivoluzionario in grado di organizzare la lotta di classe nell’Italia del XXI secolo. Un partito che si renda conto che il parlamentarismo, l’ansia di conquistare una presenza istituzionale a dispetto dello sradicamento sociale, sono aspetti di un cancro da estirpare, perché essere nei luoghi della “rappresentanza” senza aver nulla da rappresentare altro non è che una forma di meretricio politico la cui degna conclusione la si può osservare nei balletti dei nostri ex compagni di SEL, intenti a sperimentare ogni metodo utile a renderli compatibili con il PD e integrarli nella sovrastruttura delle classi dominanti.

Proprio la manifestazione del 27 ottobre offre da questo punto di vista spunti interessanti, innanzitutto nella misura in cui essa propone il protagonismo del sindacalismo di base nell’opposizione sociale, mettendo oggettivamente in discussione il pregiudizio pro-CGIL che anima ancora molti di noi e che, senza abbandonare le prospettive di lavoro in quel sindacato, è venuto però il momento di superare. E in seconda istanza, nella forza con cui essa ha richiesto al nostro Partito di farsi fattore decisivo dell’unità nell’opposizione sul territorio. Oggi il compito è quello di strutturare quell’unità nell’opposizione, e per farlo è necessario ricostruire il Partito, rivedere anche le forme organizzative per radicarlo nei luoghi del conflitto sociale dai quali esso è quasi sempre assente.

Quanto al PdCI, non possiamo che augurarci che quel partito sia attraversato al proprio interno da un dibattito infine serio, serrato, sulle sue prospettive e sul radicale cambiamento di fronte che significa allearsi con il PD proprio in questo momento, proprio con la crisi in atto. Ai compagni che del PdCI fanno parte auguriamo di essere capaci di sviluppare appieno quel dibattito, e vogliamo confermare che la via dell’unità dei comunisti, per loro, non si chiuderà mai. Per questo occorre analizzare criticamente, fino in fondo, la parabola della FdS, impararne le lezioni, integrarle nel nostro progetto di rifondazione comunista.

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