Sinistra di classe: è urgente un’alleanza per la trasformazione sociale!

Documento della Segreteria Centrale di Fronte Popolare

In questi mesi la sinistra di classe italiana si confronta con il punto di caduta dell’accumularsi di contraddizioni maturate nel corso di decenni. Se alle prossime elezioni europee si presenteranno liste di sinistra, nell’accezione più ampia del termine, ciò è stato reso possibile unicamente dal meccanismo delle esenzioni dall’obbligo di sottoscrizione, perfettamente funzionali al processo di costruzione europea ispirato e diretto dall’imperialismo. La realtà, al di là delle astuzie di corto respiro, è che il reflusso delle residue forze militanti, già in corso da mesi, fornisce l’ultima dimostrazione dell’esaurimento del blocco sociale di riferimento della sinistra e del declino dell’area d’opinione che a essa ha fatto a lungo riferimento.

Tutto questo non è frutto della fatalità. Si tratta di una parabola ben chiara, con radici definite che affondano ben oltre la dimensione nazionale italiana e con un decorso, articolato e ricco di elementi di particolarità, perfettamente inquadrato nell’attuale fase della Storia d’Italia e del mondo intero. Siamo certamente di fronte a un processo politico di lungo periodo, da indagare con dinamismo intellettuale e apertura autocritica, rifiutando ogni forma di liquidazionismo così come ogni conformismo o ritualismo ereditato da esperienze passate che fondano la nostra identità ma che non sono riproducibili né riproponibili.

In un momento di difficoltà come l’attuale, non bisogna perdere di vista per nessuna ragione un punto fondamentale: la grande fluidità, il dinamismo delle società contemporanee. Una fluidità accentuata dalla crisi economica, che in tutto il mondo dominato dal capitalismo genera nuove spinte al progresso, nuove ansie e aspirazioni alla trasformazione sociale, nuove manifestazioni di quel bisogno di partecipazione che è uno dei lineamenti dell’epoca storica forgiata dalla rivoluzione industriale e dall’emergere del movimento socialista prima, dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal sorgere del movimento comunista poi.

Nel nostro paese, malgrado la stretta crescente del senso comune reazionario, non cessano di manifestarsi momenti confusi di ricerca di una via al progresso. I grandi temi del nostro tempo, dalla rivendicazione dei diritti del lavoro alla lotta al razzismo, dalla difesa dell’ambiente alla liberazione della donna, mobilitano decine di migliaia di persone in grandi appuntamenti di massa che immancabilmente risultano inconcludenti, perché manca ad essi l’indicazione della via attraverso la quale quelle rivendicazioni possano giungere a una concreta affermazione, così come manca la definizione del soggetto sociale che di quelle stesse rivendicazioni è il naturale depositario e l’unico possibile protagonista. Mancano, in sintesi, le classi lavoratrici come soggettività.

L’ovvia conseguenza è che tutto quanto si muove nell’Italia di oggi in senso progressivo venga o esaurito nel consumo di effimeri appuntamenti di piazza, che a null’altro possono aspirare se non a offrire uno sfogo in certa misura auto-assolutorio ad agglomerati di individui di fatto non uniti in una ricerca comune e di ampio respiro, oppure capitalizzato dal Partito Democratico di Zingaretti, intento nella disperata ricerca di una via per invertire il proprio declino.  L’incontrastato proporsi del PD come referente naturale del progressismo italiano finisce per convogliare tutte e tutti coloro che cercano una risposta politica alle questioni poste volta per volta dall’appuntamento di piazza del momento in uno dei due pilastri dell’attuale ideologia dominante. Dal momento che il PD ha come unica ambizione concreta quella di rappresentare il cosmopolitismo dei proprietari dei grandi capitali, naturalmente propensi alla retorica “no border” per il semplice fatto che i capitalisti competono e realizzano profitti sul mercato globale, permettere al PD di appropriarsi della bandiera del progressismo significa identificare quest’ultimo con la finanza speculativa e le sue dinamiche, eccitando nelle masse popolari un fastidio per il progressismo e la sinistra intesi in senso generale. È anche in questo modo che le masse popolari degradano a elemento diffuso disposto ad accondiscendere alle più turpi parabole autoritarie per pura disillusione rispetto alla politica come strumento per dar corpo alle proprie aspirazioni.

Attraverso la pantomima della finta opposizione tra europeisti e populisti di destra, in realtà d’accordo su tutti i temi fondamentali, la fascistizzazione della nostra società avanza e si rafforza, rinnovando l’inganno dell’alternanza tra simili fatto vacillare nell’ultimo decennio dalla crisi della socialdemocrazia liberale organizzata a livello continentale nel Partito del Socialismo Europeo.

A sua volta, il movimento sindacale sta cambiando. Se nel campo del sindacato confederale la svolta corporativa è ormai compiuta e si spezzano le vecchie cinghie di trasmissione con la politica, ma solo perché quella parte del movimento sindacale si rapporta ormai a livello organico con il potere costituito a prescindere dall’avvicendarsi ai vertici delle istituzioni dello Stato di governanti sempre più deboli e screditati, espressione di partiti che consumano in lassi di tempo brevissimi ascese repentine e vertiginosi declini, il sindacalismo di base per parte sua sconta l’incapacità di darsi una strategia organica e di distinguere il livello della lotta economica da quello della politica in senso stretto.

Occorre essere ben coscienti che nessuna soluzione può venire, in questo senso, da agglomerati della “sinistra liberal” votati all’europeismo (in qualsivoglia declinazione) e alla cultura della marginalità, quindi intrinsecamente subalterni al PD, così come nessuna risposta può venire da un estremismo che nasconde dietro parole scarlatte la propria voluta sterilità e la propria connivenza con l’ordine costituito.

A tutto questo possiamo, dobbiamo cominciare a dare una risposta. Troppi momenti cruciali sono stati mancati e troppo tempo è stato perso. Riteniamo che sia il momento che tutti coloro che concordano riguardo punti fondamentali come la lotta per la pace e contro la NATO, la battaglia per la rottura del polo imperialista UE, la definizione di una controffensiva il più ampia possibile per porre all’ordine del giorno del paese proposte in grado di fornire risposte chiare, convincenti e non generiche alla disperazione sociale dilagante e ai bisogni umani emergenti, si riconoscano vicendevolmente e comincino ad operare insieme e in modo coordinato per dare vita a una piattaforma condivisa e cominciare a svilupparla ovunque possibile.

Chi fa davvero lavoro politico quotidiano sa bene quale sia il livello di diffusione delle organizzazioni della sinistra di classe esistenti nel nostro paese. Nella gran parte d’Italia, e in particolare nelle province lontane dalle grandi città, spesso bisogna percorrere centinaia di chilometri prima di trovare un nucleo militante in grado di operare continuativamente e organizzare settori della propria comunità. Nelle grandi città, anche se la molteplicità di soggetti che si richiamano alla sinistra di classe indurrebbe a pensare il contrario, sono pochi quelli che effettivamente intrattengono una relazione effettiva con il resto della società, ancora meno quelli che sviluppano un’azione che vada al di là della testimonianza culturale o della critica di corto respiro. In questa situazione fiorisce il particolarismo e si esalta la tendenza ad assolutizzare i piccoli e grandi risultati della militanza locale, generando illusioni e frustrazioni che contribuiscono in modo decisivo a disperdere energie e a far venir meno contributi individuali e collettivi irrinunciabili, soprattutto in questa fase.

Lungi dall’essere una professione di pessimismo, questo quadro rappresenta un punto da cui prendere le mosse. Il dato positivo è che esistono ancora forze militanti che possono convergere e supportarsi a vicenda nel rilancio di una prospettiva di trasformazione sociale capace di radicarsi in buona parte del territorio nazionale. Occorre però rinunciare a pretese di autosufficienza, autoproclamate primogeniture, odi di partito, arroccamenti settari. Dobbiamo riconoscerci vicendevolmente, ciascuno con la propria dimensione e il proprio peso, ma anche con la propria dignità e la propria specificità, come attori di uno sforzo che deve essere necessariamente condiviso.

Fronte Popolare è sempre stato pronto a questo tipo di convergenza. In questo passaggio della vicenda della sinistra di classe italiana rinnoviamo con forza l’invito pressante e la disponibilità assoluta a lavorare con tutte e tutti coloro che vorranno lavorare con noi alla costruzione di un’alleanza per la trasformazione sociale. Fedeli alla cultura della responsabilità, della propositività e della priorità accordata agli interessi generali propria dei comunisti, riteniamo che questo sia ciò che serve non solo a noi, militanti della trasformazione sociale, ma a restituire alle classi lavoratrici italiane lo strumento necessario per contribuire a cambiare il mondo.

È ora di unirci! Cambiare è possibile!

 

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