Sea Watch 3: l’urgenza di aprire gli occhi, la necessità di restare umani

A quasi tre anni dal boom dei quasi duecentomila sbarchi sulle coste italiane dopo le gravissime aggressioni imperialiste in Nord Africa e in Siria, dopo il decreto Minniti e un primo, ma già incisivo, declassamento della situazione giuridica dello straniero rispetto all’italiano e del povero rispetto al ricco, dopo le vicende delle navi Acquarius e Diciotti, dopo l’entrata in vigore del primo decreto Salvini e il completamento dell’opera di Minniti con l’eliminazione della protezione umanitaria, durante la fase di entrata in vigore del secondo decreto Salvini per ribadire quanto più possibile il concetto che l’Italia ha scelto di battere la comoda e ottusa strada dello squadrismo fascista che torna a farsi legge, il caso della Sea Watch 3 scuote lo scenario politico italiano ed europeo attorno al tema delle operazioni di search and rescue (SAR) nel Mediterraneo. O meglio, nonostante il tema dovrebbe essere questo, la questione viene variamente e malamente affrontata pensando che agendo su uno degli effetti si possa risolvere il problema, ossia quello dell’immigrazione in generale. Nulla di più sbagliato.

Perché? Il motivo, a nostro avviso, è banale: l’emigrazione di massa dai paesi del terzo mondo (così come tra le aree degradate del primo mondo e quelle stra-ricche, ma questa è un’altra storia ancora) è una ENORME questione che pone direttamente e inderogabilmente il problema di comprenderne le cause strutturali e debellarle, ora, subito: il che implica, che piaccia o meno, la lotta contro il sistema capitalistico strutturato a livello globale sull’assunto della necessità dello sfruttamento umano, dal lavoro salariato alla riduzione in schiavitù, a scopo di profitto. È evidente che tale questione è talmente fondamentale, basilare e imprescindibile da dovere essere affrontata in un’ottica complessiva, in quanto il capitalismo nella sua fase imperialistica causa tanto i massicci movimenti migratori a livello globale quanto le crisi economiche che ciclicamente riducono alla canna del gas anche i più “fortunati” lavoratori e lavoratrici dell’Occidente ovattato.

Stando così le cose e, soprattutto, nella pressoché totale assenza di un movimento politico anticapitalista in grado di fungere ideologicamente e fattivamente da contraltare alla barbarie capitalistica a livello mondiale, è assolutamente ovvio che chi oggi rischia di morire di fame, lavorare in miniera e morirci dentro, prostituirsi per due soldi nelle vie di Benin City, essere massacrato dai fondamentalisti islamici e via dicendo prenda baracca e burattini e non ci pensi due volte ad affrontare (chi consapevolmente, chi ignaro) la traversata inumana del deserto, l’inferno delle carceri libiche nel caos di un paese completamente devastato dalle aggressioni imperialiste, l’enigma spaventoso del mare, al di là del quale forse (forse) potrebbe aprirsi una minima speranza di sopravvivere dignitosamente.

Quindi questo non cesserà di accadere solamente perché non piace a Salvini, alla Merkel, a Orban o al 99% di quelli che si accalorano sempre e solo contro chi è più disperato di loro ma si fanno camminare in faccia dal padrone (“senza chiedergli nemmeno di stare fermo, può muoversi quanto gli pare e piace e noi zitti sotto”, per citare Troisi e Benigni in Non ci resta che piangere, titolo quanto mai calzante).

Una volta partiti dai rispettivi Paesi di origine, giunti in Libia (dove le donne vengono abusate sessualmente nei più atroci modi, gli uomini torturati e schiavizzati per “pagarsi” il rimanente viaggio) questa gente si avventura, spesso senza neanche averlo scelto ma essendovi costretta, nella traversata del Mediterraneo in condizioni già pietose. Dice “se permettiamo loro di approdare in Italia continueranno a partire”: no, partiranno ugualmente (vedi sopra) e troveranno altre rotte, non meno terribili del mare. Senza contare i numerosissimi “sbarchi fantasma” con imbarcazioni di fortuna, provenienti solitamente dalla Grecia (centinaia di migliaia di pakistani, bengalesi, indiani, mediorientali giungono passando di lì oppure proseguendo per i Balcani) che fanno meno clamore delle ONG ma conducono lo stesso numero di persone, se non di più.

Dice “andassero allora a sbarcarli in Olanda, visto che la Sea Watch batte bandiera olandese”: tralasciando l’esistenza di obblighi internazionali (la Convenzione SAR di Amburgo del 1979, la Convenzione UNCLOS di Montego Bay del 1982 ecc.), comunitari e nazionali che impongono l’obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare ed il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro (che, ovviamente, non è la Libia né può essere la Tunisia – la quale non corrisponde ai requisiti della Convenzione di Ginevra né di altri trattati in merito al rispetto dei diritti umani e dei rifugiati e non dispone di un sistema di asilo strutturato, come ampiamente discusso in varie sedi, anche giurisprudenziali, negli ultimi anni – né possono essere altri Paesi distanti oltremisura, a differenza dell’Italia), verrebbe voglia di fare sperimentare umanamente quanto bello (usiamo gli eufemismi) possa essere trovarsi, dopo il naufragio della nostra comoda crociera al largo dei Caraibi, ammassati su un gommone con un tisico, uno con la scabbia, una incinta, un altro mutilato e anche noi non ci sentiamo troppo bene, rimanere in mare XXXX giorni e sentirsi dire “benissimo, andate ad approdare in Canada che qui ci fate un po’ schifo”; è chiaro che la Sea Watch non è un gommone e che la sua missione consiste nel soccorrere la gente imbarcata dagli scafisti, ma di fronte all’emergenza di salvare vite umane non ci sono prese di posizioni di principio che tengano, a meno di non essere diventati dei nazisti. Il che, chiaramente, non è affatto da escludere ormai.

Dice “con l’approccio buonista non si va da nessuna parte, anzi, ci ha proprio distrutto”. Non è altrimenti comprensibile cosa diamine ci azzecchi il buonismo, dal momento in cui questa parola significa ostentazione di buoni sentimenti rivolta contro gli avversari politici che, detto francamente, non sono certo i disperati in fuga. Qui, semmai, c’entra l’essere ancora degli esseri umani e non delle bestie da soma.

Dice “non possiamo accogliere tutti…35 euro al giorno…gli italiani? l’immigrazione sregolata abbassa i livelli salariali di tutti”. Finalmente, una qualche obiezione che abbia almeno in parte un senso. Posto che la problematica dell’accoglienza (e dei relativi costi) è effettivamente, completamente e volutamente scaricata grazie al regolamento UE di Dublino 3 sulle spalle dei Paesi di primo ingresso, senza che l’idea di rivedere l’accordo sia minimamente presa in considerazione dagli organismi direttivi comunitari (con buona pace delle “altre” Europe), è vero, è assolutamente vero, che questa proliferazione in quantità industriali di manodopera a basso o nullo costo precarizza la situazione di tutti quanti i lavoratori, italiani compresi. Ma, in primis, gli stranieri in Italia non hanno alcuna voglia di restare. E infatti non lo fanno. E in secondo luogo è, ancora una volta, presumibile ipotizzare che il problema sarebbe meglio risolto se anziché accodarsi alle modaiole posizioni paleolitiche del leghista medio, i comunisti in Italia ma anche chi si ritiene semplicemente di sinistra sviluppassero la consapevolezza della necessità della lotta fattiva contro il sistema capitalistico e si organizzassero di conseguenza, i primi finalmente evitando di scindersi in milioni di sette, i secondi prendendo coscienza del fatto che non esiste un modo di abbellire o umanizzare il capitalismo. Dice “si, ma coi discorsi sui ‘massimi sistemi’ non si risolve niente”. No? Sicuri, sicuri???

Ma torniamo alla Sea Watch 3. Una volta stabilito che chiaramente una cosa è parlare del problema dell’immigrazione e affrontarlo, con tutto ciò che ne consegue, e ben altra cosa è parlare – come nel caso di specie – dei salvataggi in mare, è evidente pure che genere di considerazione è il caso di avere rispetto alle ONG. Si tratta di un nemico tout court in quanto organizzazioni colluse con il business dei migranti? La risposta a questa domanda, francamente, appare inutile giacché, se anche così fosse, il “business” in questione proseguirebbe indisturbato ugualmente con o senza l’apporto di questo genere di organizzazioni che comunque si occupano attualmente di salvare delle persone. È, in ogni caso, bene ricordare che di questi tempi decisamente bui tutto ciò non appare secondario né scontato perché troppe volte e su troppe questioni prevale un atteggiamento di disinteresse o indifferenza, disumanizzazione e individualismo, conditi qua e là di sciovinismo e autoritarismo. E per ogni comunista questo non può che essere inaccettabile a priori. Così come inaccettabili appaiono le critiche feroci e gli insulti sessisti piovuti addosso a Carola Rackete in quanto tedesca, ricca, donna. Non è accettabile, perché semplicemente stupido, sperare in un mondo in cui si annullino come per magia le contraddizioni e i problemi che spingono gente disperata a emigrare in luoghi di cui non conoscono né la lingua né la cultura, se non si è minimamente in grado di comprendere che un risultato simile possa raggiungersi solo attraverso l’unione organizzata degli oppressi, da qualunque parte del mondo provengano, di qualunque sesso siano. E se oggi esiste ancora chi col proprio conto in banca potrebbe dedicarsi esclusivamente a fare shopping di cose costose e inutili e invece sceglie di impegnarsi, in qualche modo, magari non nel modo perfetto e più coerente, a solidarizzare con chi non ha neanche più le lacrime per piangere, allora ogni parola sprecata a screditarla contribuisce a scavare sempre più a fondo la fossa dentro la quale stiamo seppellendo ogni speranza che i tentativi di rivoluzionare il mondo possano mai realizzarsi. E sempre di più si allarga la disgustosa e fetente cloaca dei reazionari, dei razzisti, degli infami, dei sessisti, dei fascisti e degli sciovinisti, dei forti coi deboli e deboli coi forti.

Quelli che blaterano di voler combattere la clandestinità e poi approvano leggi fatte apposta per creare quanti più clandestini possibili da ricattare e sfruttare nei cantieri edili, nei campi, nelle imprese di pulizie e via dicendo. No, non leggi ma decreti legge, perché l’unico motivo per cui il governo dovrebbe occuparsi per ragioni di “straordinaria necessità e urgenza” di tagliare immediatamente le gambe a ogni possibilità di vivere regolarmente in Italia ai pochi stranieri che restano qui, deve essere evidentemente ravvisato nell’intento di utilizzare questi ultimi proprio allo scopo di mantenere inalterata e sempre maggiore la ricattabilità della forza lavoro in Italia di modo che mentre le spaventose percentuali di disoccupati crescono e le aziende chiudono buttando per strada centinaia e centinaia di persone dalla sera alla mattina, il capro espiatorio sia gettato caldo e fragrante in pasto alla folla assetata di sangue, del sangue sbagliato però perché è quello dei nostri fratelli e sorelle, dei nostri compagni.

Finiamola di trovare comodi escamotage: non si tratta di scegliere se faccia “più presa” tra la gente affrontare la problematica dell’immigrazione in modo che non dispiaccia alla Lega oppure con l’ottica caritatevole che a volte odora di “fardello dell’uomo bianco”. Si tratta di comprendere, una volta per tutte, che la svolta di cui c’è bisogno non può prescindere né dall’azione politica, strutturata e unitaria, contro le reali e concrete cause dei mali del mondo ossia contro il sistema di produzione capitalistico né può prescindere dalla necessità di dismettere e distaccarsi completamente dall’ideologia su cui questo sistema putrescente si regge, che ci avvicina sempre di più alle bestie da soma e annienta raziocinio, solidarietà, senso critico. Si tratta, in altri termini, di restare umani oggi, e lottare perché inizi prima o poi una nuova era, mai vista sino ad ora, dell’Umanità.

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