
Dopo dieci anni, rieccoci davanti all’ennesimo assalto ai principi della Costituzione, cioè a quel documento scritto dai costituenti antifascisti eletti alla fine della Seconda guerra mondiale per la costruzione di uno Stato democratico che avesse gli anticorpi necessari a evitare il sorgere di un potere autoritario e antidemocratico.
Dopo i tentativi falliti di Berlusconi prima e Renzi poi, che puntavano a cambiare oltre 40 articoli della Carta costituzionale per svuotare i suoi principi di qualsiasi efficacia concreta, ci prova oggi Giorgia Meloni, che punta direttamente allo smantellamento dell’equilibrio dei poteri attraverso la sottomissione dei magistrati al potere politico.
La cosiddetta democrazia, infatti, si regge sulla divisione dei poteri fra le diverse istituzioni dello Stato, al fine di evitare che una di esse — sia la Presidenza della Repubblica, il Parlamento, il Governo, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale o il Consiglio Superiore della Magistratura — possa dominare sugli altri e agire con sempre maggiore autoritarismo, senza più controlli e limiti.
Tutte le dittature sono caratterizzate proprio da uno squilibrio dei poteri a vantaggio di uno, di solito il Presidente o il Capo del Governo, e dalla limitazione delle libertà democratiche, a partire dalla manifestazione del dissenso.
La separazione delle carriere, dunque, è il primo passo per sottomettere le Procure al controllo della politica, cosa che verrà realizzata attraverso una serie di passaggi tecnici successivi, tra cui quello recentemente annunciato da Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, che il 25 gennaio ha testualmente dichiarato: “La separazione delle carriere non basta. Dobbiamo liberare la Polizia Giudiziaria dal controllo dei Pubblici Ministeri”.
L’operazione della Meloni mira proprio a creare le basi per questo radicale cambiamento, realizzando di fatto ciò che auspicava Licio Gelli, ispettore del Partito Fascista, poi ufficiale della Repubblica di Salò, infine, nel dopoguerra, capo della loggia segreta P2 che aveva come missione destabilizzare l’ordine democratico della Repubblica per favorire il sopravvento di un regime autoritario. “Il punto fondamentale è il controllo dell’esecutivo sulla magistratura”, diceva Licio, suggerendo anche come raggiungerlo: “con la separazione delle carriere”.
Il che significa recidere il rapporto diretto e fiduciario tra il magistrato e la polizia giudiziaria, cioè tra chi dirige le indagini e chi le effettua, oggi con assoluto riserbo, dovendo riferire solo alla Procura.
A chi riferiranno dopo Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza? Se saranno “liberati dai Pubblici Ministeri”, riferiranno certo al loro diretto superiore, cioè al Ministro degli Interni, a quello della Difesa, a quello dell’Economia.
E allora che ne sarà delle indagini su eventuali illeciti commessi dai governanti? E che libertà sentirà di avere un magistrato nello svolgimento del suo compito quando saprà di essere indirettamente controllato dal Governo?
Dopo l’obbligo di avvisare il responsabile di un reato prima dell’arresto introdotto dalla Riforma Cartabia, che ha consentito a molti di fuggire e darsi alla latitanza, ora si vuole indebolire l’indipendenza della magistratura e controllare le indagini.
Il governo Draghi aveva pensato fosse sufficiente avvisare prima dell’arresto per consentire all’indagato di fuggire o, alla peggio, di far sparire prove compromettenti, ma oggi si vuole di più.
Oggi si ha il coraggio di smantellare un caposaldo della nostra democrazia per consentire la concentrazione del potere nelle mani del Governo.
Al di là degli aspetti tecnici della riforma, sono proprio le parole dei rappresentanti del Governo a indurci a tali conclusioni. Parole come quelle di Antonio Tajani testé citate, che già immagina di andare oltre la separazione delle carriere perché, parole sue, “non basta”, non è sufficiente allo scopo prefissato, o meglio, come diceva Gelli, al “punto fondamentale”.
A quelle di Tajani si aggiungono quelle di Carlo Nordio, Ministro della Giustizia, ancor più efficaci nel farci intendere il vero obiettivo della sua riforma.
“La riforma non serve all’efficienza della giustizia”, ha affermato il Ministro in marzo, e per essere più preciso: “Con la riforma mai più invasioni di campo dei Pubblici Ministeri. Quando governerà il PD servirà anche a loro”, ha aggiunto qualche giorno fa.
Insomma, conviene a chiunque governi non avere “invasioni di campo dei Pubblici Ministeri”. Sul cittadino comune va bene, nessun problema se lo si indaga su un illecito e lo si arresta una volta raggiunte le prove, ma non con chi sta al potere. Non va bene controllare chi governa.
“Questa non è democrazia!” avrebbe detto l’on. Cetto La Qualunque aggiungendo “cazzu io!”. E come dargli torto? Non si può governare così.
Giorgia Meloni vuole rendere finalmente libero il Governo da ogni ingerenza, sia essa della Corte dei Conti, del Presidente della Repubblica e, peggio ancora, dei Pubblici Ministeri. A differenza dei suoi ministri, lei ha mantenuto un profilo basso sulla riforma, senza mai farne una sfida personale, avendo buona memoria di quanto accadde a Renzi che sposò la causa del suo referendum arrivando ad affermare: “Se vince il No finisce la mia storia politica. Cambio mestiere e non mi vedrete più. Con che faccia potrei restare?”.
Con quale faccia riuscì a restare l’abbiamo visto tutti, e Giorgia si è ben trattenuta dal seguire il suo esempio. Sa bene, infatti, che Renzi perse quel referendum perché raccolse il NO di chi aveva patito gli effetti delle sue riforme sul lavoro e sulla scuola e di chi pagava l’impoverimento complessivo della società.
Inoltre Giorgia sa altrettanto bene che le condizioni complessive del Paese sono peggiorate nei suoi tre anni di governo e sa anche che i miliardi del PNRR che hanno tenuto a galla l’economia sino ad ora stanno per finire. Giorgia sa di non stare simpatica alla maggioranza del Paese e di aver tradito anche una parte del suo elettorato.
Dunque Giorgia evita la stampa, evita il disagio di dover rispondere alle imbarazzanti affermazioni dei suoi alfieri Tajani e Nordio che tradiscono i veri obiettivi della riforma, e prosegue ad annunciare risultati immaginari sulla crescita dell’economia e dell’occupazione, trasformando un esercito di precari assunti anche a giornata in stabili occupati.
Ma anche lei ha un cuore. Nonostante la ferrea concentrazione, anche Giorgia ci ha offerto una di quelle dichiarazioni rivelatrici che possono aprire un nuovo orizzonte. Dal palco di Bari, in occasione di una delle sue arringhe elettorali, Giorgia si è lasciata andare, sostenuta dall’esplosione d’amore del suo pubblico, e ha proferito le seguenti parole:
“Alla Meloni, a casa, ce la possono mandare solo gli italiani, signori!”
Ed ecco che il cerchio si chiude. Lo spettro di Renzi aleggia su Giorgia e, più tempo passa, più i dati dei sondaggi sul NO crescono. In fondo lo ha detto lei, Giorgia.
Alla Meloni, a casa, ce la possono mandare solo gli italiani. E allora, signori e signore aggiungiamo noi, mandiamocela a casa. Basta un NO.

