Sulla posizione del governo italiano a proposito del tentativo di colpo di Stato in Venezuela

Documento della Segreteria Centrale di Fronte Popolare

Salvini riceve al Viminale rappresentanti della destra golpista venezuelana in Italia – Roma, 4 febbraio 2019

Molto si è parlato, negli ultimi giorni, della posizione del governo italiano a proposito del tentativo di colpo di Stato in atto in Venezuela con il sostegno degli Stati Uniti e dei loro alleati. Allo scadere del vergognoso diktat sull’indizione di nuove elezioni presidenziali, numerosi paesi dell’UE si sono allineati a Trump nel riconoscimento dell’aspirante golpista Guaidó come presidente incaricato del Venezuela, mentre all’interno del paese il golpe è sempre più evidentemente in stallo grazie alla fedeltà delle forze armate al legittimo governo di Maduro e alla poderosa mobilitazione chavista, che da giorni organizza nelle piazze una massiccia risposta popolare alle ambizioni della destra venezuelana e dei suoi sostenitori imperialisti.

Nelle ultime ore si sono susseguite voci allarmanti circa un’imminente entrata in territorio venezuelano di truppe statunitensi, brasiliane e colombiane, organizzata con il pretesto perverso di proteggere e far giungere a destinazione gli “aiuti umanitari” esteri promessi da Guaidó. L’eventuale resistenza contro quella che a tutti gli effetti si configurerebbe come un’invasione, verrebbe assurdamente utilizzata dai burattinai internazionali dell’usurpatore come casus belli per un intervento militare su larga scala di USA e alleati, che sprofonderebbe il Venezuela e l’intera regione in un catastrofico scenario vietnamita.

In questo panorama, la posizione italiana appare confusa e di difficile interpretazione. Certo è che il mancato riconoscimento, da parte del governo Conte, della legittimità di Guaidó rappresenta in sé una buona notizia, così come è certo che un governo del Partito Democratico avrebbe assunto una posizione netta a sostegno della destra venezuelana e consentito il riconoscimento ufficiale del fantoccio di Washington da parte dell’UE, opzione che l’esecutivo pentaleghista ha invece fino a ora scongiurato. Di tutto questo occorre dare una valutazione oggettivamente positiva.

Non possiamo però fermarci agli aspetti fenomenologici della questione, né dar retta alla canea mediatica che descrive un’Italia isolata “a sostegno di Maduro”. La realtà è profondamente diversa e va capita nelle sue articolazioni per prepararsi ai possibili sviluppi.

  • L’effettiva posizione italiana

Nei giorni scorsi il golpista Guaidó, intervistato ai microfoni della Rai, ha reso noto di aver parlato a più riprese con il Ministro degli esteri italiano Moavero Milanesi e con altri esponenti della Farnesina, che gli avrebbero assicurato l’amicizia dell’Italia. In altre occasioni, lo stesso Guaidó ha affermato di essere costantemente in contatto con Matteo Salvini, a sua volta schierato in modo limpido a sostegno del rovesciamento del governo bolivariano. Contestualmente, Luigi Di Maio metteva in chiaro la posizione del governo italiano: non riconoscere né Guaidó né Maduro, ma chiedere la celebrazione di nuove elezioni presidenziali. “Visto che siamo già stati scottati dalle ingerenze in altri Stati non vogliamo arrivare al punto di riconoscere soggetti che non sono stati votati. Per questo non riconosciamo neppure Maduro e per questo l’Italia continua a perseguire la via diplomatica e di mediazione con tutti gli Stati per arrivare a un processo che porti a nuove elezioni, ma senza ultimatum e senza riconoscere soggetti che non sono stati eletti”, ha dichiarato il Vicepresidente del Consiglio del M5S. Ad oggi il governo italiano si sta attenendo a questa linea, d’altra parte nella sostanza non incompatibile con quella espressa dall’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera Federica Mogherini, circostanza a sua volta significativa.

Nella giornata di lunedì 4 febbraio, gli equilibri istituzionali sulla questione venezuelana sono stati rotti dalla pesante ingerenza del Quirinale. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha dichiarato: “Non vi può essere né incertezza né esitazione: la scelta tra volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato, e dall’altro la violenza della forza e le sofferenze della popolazione civile”. Alle gravissime parole di Mattarella ha fatto eco una nota di Palazzo Chigi: “L’Italia appoggia il desiderio del popolo venezuelano di giungere nei tempi più rapidi a nuove elezioni presidenziali”. Immediatamente è tornato a farsi sentire Matteo Salvini, che ha affermato: “Non stiamo facendo una bella figura. Finito il mandato di Maduro, dittatore rosso, entra in carica il presidente della Camera, Guaidó”. Dal canto loro, esponenti del M5S quali Di Battista e Di Stefano continuano a insistere sul “coraggio di restare neutrali”.

  • Per un’interpretazione degli equilibri interni al governo

L’attuale esecutivo, come noto, si articola in tre componenti: M5S, Lega e tecnici. Questi ultimi, ispirati da Mattarella e sempre più visibilmente capitanati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, commissariano di fatto i due assi strategici della politica governativa per conto delle istituzioni sovranazionali imperialiste (innanzitutto UE e BCE), con Moavero Milanesi agli affari esteri e Tria all’economia. Alla formazione del governo, forte è stata l’impressione destata in particolare dalla scelta del titolare della Farnesina: ex ministro per le relazioni con l’UE dell’esecutivo tecnocratico guidato tra il 2011 e il 2013 da Mario Monti, Moavero Milanesi rappresenta una garanzia assoluta di fedeltà euro-atlantica, certamente offerta per bilanciare l’instabilità e la natura composita che caratterizza il M5S, partito “pigliatutto”, sulle questioni internazionali. Politicamente oscillante tra Trump e Merkel nella contesa interna al blocco atlantico per la definizione di nuovi equilibri tra l’imperialismo statunitense e quello tedesco (che guida solidamente l’UE), il governo pentaleghista ha fino a ora garantito l’assoluta continuità della politica di sfascio economico dell’Italia, a beneficio del processo generale di concentrazione del capitale accelerato dalla crisi economica e della definizione di una nuova divisione internazionale del lavoro fortemente penalizzante per i nostri comparti produttivi.

Ad assicurare ai tecnici una presa sulle istituzioni rappresentative e a coprirne l’azione presso l’opinione pubblica è soprattutto la Lega di Salvini. Fedele a Trump e al suo emissario e consigliere ideologico Steve Bannon, Salvini si è distinto negli ultimi mesi per l’attivismo sulla scena internazionale, sostenendo tutti gli aspetti della politica estera di Washington. Atteggiamento, questo, pienamente confermato nel caso del sostegno a Guaidó, a dispetto dell’astensione sulla mozione mirante al riconoscimento del golpe votata dal Parlamento Europeo, che ha accomunato le rappresentanze dei due partiti di governo, senza dubbio in nome della tenuta della maggioranza a Roma.

Il M5S rappresenta, in questo quadro, l’elemento che determina le ambiguità della posizione italiana in merito alla vicenda venezuelana. Affermando di voler scongiurare il ripetersi in Venezuela dello scenario libico, in una nota il M5S fa riferimento a come in quella e in altre occasioni la politica dell’Italia sia stata determinata da “interessi economici e sudditanza politica”, suggerendo così, senza evocarla, una divergenza d’interessi tra l’Italia e il resto del blocco atlantico.

  • Le risorse naturali venezuelane, il petrolio e gli interessi dell’ENI

Nei giorni scorsi sono trapelati sulla stampa internazionale alcuni aspetti degli accordi intercorsi tra l’amministrazione Trump e Guaidó sul destino del petrolio venezuelano. Appare certo che le grandi compagnie petrolifere statunitensi, in caso di trionfo dello schieramento golpista, tornerebbero in forza a Caracas, riconquistando l’antico primato sullo sfruttamento della più grande riserva di petrolio accertata del mondo perduto con l’avvento di Hugo Chávez alla guida del Venezuela.

In gioco è soprattutto il destino di PDVSA, la grande compagnia statale venezuelana del petrolio, duramente colpita dalla guerra economica condotta dagli Stati Uniti contro la Rivoluzione Bolivariana, ma il cui principale cliente sono tuttora proprio gli USA. La compagnia è oggi gravata da un debito enorme, la cui ristrutturazione è bloccata proprio dalle sanzioni statunitensi. Per essa i golpisti prevedono una privatizzazione almeno parziale, i cui beneficiari non sono difficili da immaginare, nel contesto di un sicuro intervento del Fondo Monetario Internazionale. In poche parole, il popolo venezuelano perderebbe il controllo sulla propria principale risorsa naturale. Una sorte simile toccherà prevedibilmente alle altre risorse naturali di cui il Venezuela è ricco, tra cui spiccano il gas, l’oro e il coltan. Occorre sottolineare come un simile mutamento di regime economico provocherebbe inevitabilmente la fine di tutti i programmi sociali del chavismo, cui d’altra parte la destra venezuelana razzista e classista è sempre stata ostile, restituendo alla povertà assoluta quelle fasce di popolazione che negli ultimi vent’anni ad essa sono state sottratte.

Il danno potenziale per gli interessi dell’imperialismo italiano sono facili da intuire. Grazie anche al ritiro dal Venezuela delle oil companies statunitensi, dal 1998 ad oggi ENI ha guadagnato importanti posizioni nello sfruttamento del petrolio e del gas venezuelani. Secondo la stessa Eni, la presenza del colosso petrolifero italiano nel paese sudamericano si compone come segue:

Nel 2017 la produzione in quota Eni è stata di 61 mila boe/giorno. L’attività è concentrata nell’offshore del Golfo del Venezuela e Golfo di Paria e nell’onshore dell’Orinoco per una superficie sviluppata e non sviluppata di 2.804 chilometri quadrati (1.066 chilometri quadrati in quota Eni).

Produzione La produzione è fornita dai giacimenti a gas di Perla (Eni 50%), localizzato nel Golfo di Venezuela, a olio di Junin 5 (Eni 40%), situato nella Faja dell’Orinoco, e da Corocoro (Eni 26%), nel Golfo di Paria.

Esplorazione Eni partecipa con una quota del 19,5% nel blocco Petrolera Güiria per l’esplorazione di risorse di petrolio e con una quota del 40% nel blocco Golfo di Paria Ovest e Punta Pescador, nell’offshore orientale del Paese, per l’esplorazione di risorse di gas naturale. (Fonte)

Al pari di quella di altri paesi, la partecipazione italiana allo sfruttamento delle ricchezze del Venezuela potrebbe essere messa in discussione e certamente ridimensionata, così come incerto sarebbe il destino dei crediti vantati da ENI nei confronti di PDVSA, che si aggirano ad oggi intorno ai 500 milioni di euro.

Come nel caso della Libia nel 2011, anche nel caso del Venezuela non stupisce dunque la recalcitranza di alcuni settori dei partiti politici borghesi nel sostenere l’avventurismo sanguinario degli USA. Allora a opporre resistenza erano il PDL e la Lega (oggi significativamente allineata ai padroni atlantici) e si sa come finì: dopo settimane di oscillazione, il governo Berlusconi si allineò ai “volenterosi” e partecipò ai bombardamenti che avrebbero segnato il precipitare della Libia in un nuovo medioevo nel quale è ancora sommersa. A spingere per questa soluzione erano allora soprattutto il Quirinale e il Partito Democratico, allora come oggi inflessibili garanti del vassallaggio atlantico dell’Italia, profondamente nocivo per la stessa competitività dell’imperialismo italiano.

  • Fronte Popolare e la posizione del governo italiano sul Venezuela

Fronte Popolare ritiene in primo luogo che si debba fare opera di chiarificazione sulla posizione specifica della sinistra di classe in merito alla crisi venezuelana. Agire sulle contraddizioni che si aprono nel campo del nemico di classe è cosa ben diversa dall’accodarsi a una delle fazioni in contesa. Nel caso specifico occorre certamente sottolineare come l’attuale posizione italiana fornisca oggettivamente un margine supplementare di manovra alla resistenza del governo rivoluzionario di Maduro sullo scenario internazionale, senza dimenticare però che essa è perfettamente allineata a quella del resto del blocco atlantico nel rifiuto di riconoscere il legittimo governo di Caracas e nella richiesta inaccettabile d’invalidare le elezioni presidenziali vinte da Maduro nel maggio 2018 per procedere a nuove consultazioni. Non si può non vedere come una simile posizione sia suscettibile di variazioni in qualsiasi momento e destinata a evolvere, qualora gli USA e i loro lacchè in Venezuela, Colombia e Brasile ottenessero infine il casus belli che da giorni freneticamente ricercano.

In nessun caso si deve inoltre dimenticare che una posizione autonoma di classe sul Venezuela non può avere nulla a che vedere con la retorica della tutela della competitività dell’imperialismo italiano nei confronti di altri imperialismi. Se non si è chiari su questo punto, non si tutela né la libertà del popolo venezuelano, né la necessità delle classi lavoratrici italiane di riconquistare un protagonismo politico per scongiurare la rovina del nostro paese e trasformarlo secondo giustizia.

La funzione delle forze democratiche italiane è oggi agire in seno all’opinione pubblica del nostro paese per denunciare le radici profonde delle ambiguità italiane, per chiamare alla mobilitazione in favore del pieno riconoscimento del governo bolivariano e contro ogni forma d’ingerenza negli affari interni del Venezuela sovrano, inclusa la pretesa di nuove elezioni presidenziali che l’Italia fa propria e che è il perno dell’azione del “gruppo di contatto” europeo sulla questione venezuelana, al quale l’Italia partecipa.

Nessuna ingerenza, rispetto della sovranità del Venezuela e pieno riconoscimento della legittimità internazionale del governo di Maduro non sono parole d’ordine negoziabili o che possano passare anche solo parzialmente in secondo piano rispetto a considerazioni immediate perché, qualora questi obiettivi non venissero raggiunti, anche nel caso in cui il golpe venisse definitivamente sconfitto e sventata la possibilità di un intervento militare di USA, Brasile e Colombia, la rapina delle ricchezze venezuelane all’estero cui l’Italia non si è opposta e la negazione di spazi di agibilità sul piano internazionale all’esecutivo chavista provocherebbero un ulteriore aggravamento delle condizioni di vita delle classi popolari nel paese, già duramente piagate dalle conseguenze della guerra economica e dei sabotaggi delle destre all’interno, spingendo sempre più al collasso i punti di debolezza del sistema economico venezuelano e rendendo le condizioni della resistenza sempre più difficili nel quotidiano. Il complotto contro il Venezuela si sventa solo se si sventa il sabotaggio della sua economia.

La nostra solidarietà va alle forze rivoluzionarie venezuelane nell’opera di approfondimento della coscienza ideologica delle masse e del loro livello di organizzazione e nella battaglia quotidiana per difendere e ampliare le conquiste della Rivoluzione Bolivariana in direzione della costruzione di un sistema integralmente socialista.

Per tutti questi motivi, a dispetto delle pur opportune considerazioni tattiche circa l’utilità delle ambiguità della posizione del governo italiano, essa va nel complesso condannata con la stessa fermezza con cui denunciamo le prese di posizione vergognose di Mattarella e Salvini e l’azione sotterranea di Moavero Milanesi per offrire un contributo italiano alla vittoria di Guaidó.

Nessuna neutralità è possibile: o con Maduro o con l’imperialismo! Ciascuno scelga in modo inequivocabile da che parte stare!

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