Le radici della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Ogni giorno giungono notizie di nuovi episodi di tensione tra Stati Uniti e Cina. Cosa ha portato al conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina? E che aspetto dovrebbe avrebbe una politica statunitense a favore dei lavoratori nei riguardi della Cina?

di David Kotz – Articolo tradotto dall’inglese, pubblicato sul sito dei Democratic Socialists of America (DSA) il 1°settembre 2019

Il presidente più nemico ai lavoratori del recente passato impone forti dazi sui prodotti cinesi, nel nome della protezione dei posti di lavoro dei lavoratori americani. I lobbisti aziendali criticano i dazi, ma dicono che occorre essere duri nei confronti delle politiche commerciali della Cina. Alcuni senatori democratici ammoniscono Trump a non fare marcia indietro nei negoziati commerciali con la Cina.

Che cosa possono fare i socialisti in tutto questo? Per rispondere alla domanda, esaminiamo i presupposti del conflitto commerciale e le ragioni per cui di recente è esploso.

La crescita della Cina

A partire dal 1978, il Partito Comunista al potere in Cina ha attuato una svolta radicale, detta di “riforma e apertura”. La pianificazione centrale è stata gradualmente sostituita da un’economia di mercato. L’economia precedentemente chiusa è stata aperta agli scambi commerciali con i paesi capitalisti. Le aziende private sono divenute predominanti. Tuttavia, rimane un nucleo di grandi imprese statali e il governo regola attivamente l’economia. Il sistema economico cinese di oggi ha una certa somiglianza con le economie capitalistiche fortemente regolamentate dallo Stato nell’Europa occidentale nei decenni del secondo dopoguerra, sebbene abbinato a un diverso sistema politico e sociale guidato dal Partito Comunista.

Quando la Cina ha intrapreso questa strada, il governo degli Stati Uniti era entusiasta e solidale. Le grandi imprese statunitensi videro grandi opportunità di profitto in un mercato cinese in crescita. La riforma e l’apertura hanno portato a una crescita economica notevolmente rapida, a tassi di circa il 10% l’anno per decenni. Le imprese statunitensi hanno esercitato pressioni per l’ammissione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001. Molte aziende americane hanno aperto attività  in Cina, che ha abbondante manodopera a basso salario (ma relativamente sana e ben istruita) proveniente da un enorme settore rurale. La Cina ha anche un governo favorevole alle imprese, docili sindacati ufficiali e uno Stato che promuove enormi investimenti infrastrutturali nei trasporti e nell’energia che sostengono la redditività di operare sul mercato cinese.

Mentre le etichette “Made in China” proliferavano nei negozi USA, molti lavoratori statunitensi hanno perso il lavoro. Le importazioni a buon mercato dalla Cina, insieme a quelle da altri paesi a basso salario, dal 1980 hanno giocato un ruolo nel ridurre i salari reali dei lavoratori statunitensi. Ciò non costituiva un problema per le società americane, che aumentavano i profitti spostando la produzione in Cina, né preoccupava i molti settori del mondo degli affari statunitense che acquistavano input a basso costo dalla Cina.

Inversione di tendenza

Circa un decennio fa, il punto di vista delle imprese e dell’élite politica statunitense sulla Cina ha cominciato a cambiare. Anche se le imprese americane hanno sempre lamentato le restrizioni al loro accesso al mercato cinese, tali lamentele si sono andate rafforzando. Le relazioni economiche tra Stati Uniti e Cina sono diventate più tese.

Nel 2018, il presidente Donald Trump ha lanciato l’attuale offensiva tariffaria contro la Cina, imponendo tariffe elevate su 250 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina e comminando severe sanzioni alle principali aziende cinesi ad alta tecnologia. Ciò ha portato a dazi di ritorsione da parte della Cina e ha avuto inizio una guerra commerciale. Recentemente, Trump ha minacciato di estendere i dazi a tutte le importazioni cinesi, compresi i beni di consumo per i quali la Cina è stata un fornitore leader, come abbigliamento, computer e telefoni cellulari. Il governo degli Stati Uniti chiede che la Cina faccia quanto segue:

  1. Fermare gli sforzi per ottenere tecnologie delle aziende statunitensi;
  2. Porre fine alla politica industriale di fornire credito a basso costo alle aziende cinesi in settori chiave per il futuro;
  3. Cessare di fornire sostegno alle imprese statali;
  4. Acquistare più prodotti statunitensi.

L’attuale, intenso conflitto commerciale ha tre radici. La prima è l’ideologia nazionalista di destra di Trump. Trump considera il commercio internazionale come una relazione a somma zero. Cioè, un paese può beneficiare del commercio solo a spese di altri paesi. Il suo scopo è quello di utilizzare la minaccia di dazi e sanzioni per esercitare pressioni su altri paesi affinché accettino misure che andrebbero a vantaggio degli Stati Uniti, a loro spese. Il suo obiettivo principale è la Cina, la cui economia è diventata strettamente interconnessa con l’economia statunitense attraverso il commercio di beni di consumo e di produzione, gli investimenti e il credito, sebbene abbia minacciato anche altri paesi.

La seconda radice del conflitto commerciale è costituita dagli interessi percepiti delle grandi imprese statunitensi. Quando la Cina produceva ed esportava principalmente prodotti a basso costo e a bassa tecnologia, come giocattoli e abbigliamento, il business statunitense era soddisfatto. Anche se la Cina è entrata nel mercato globale, le parti più redditizie delle catene di produzione mondiali sono rimaste  dominate da società americane.

Tuttavia, l’economia cinese si è sviluppata rapidamente – tale era la finalità della politica di riforma e apertura. La Cina è passata dall’essere un paese povero, dipendente dalle esportazioni a bassa tecnologia, a essere un paese a medio reddito che entra nella produzione di beni tecnologicamente sofisticati. Negli ultimi anni è diventato chiaro che la Cina potrebbe raggiungere la parità economica – e tecnologica – con gli Stati Uniti in circa 20 anni.

Nessun evento specifico ha segnato questo passaggio, ma uno sviluppo chiave ha avuto luogo nel dicembre 2004, quando IBM ha annunciato la vendita del suo ramo dei personal computer a Lenovo, una società cinese. All’epoca gli analisti statunitensi dubitavano che la Cina potesse gestire con successo un’azienda high-tech su scala mondiale, ma oggi Lenovo è il principale produttore di computer portatili. Altre aziende cinesi, come Huawei, sono ora tecnologicamente all’avanguardia a livello mondiale nei prodotti chiave.

Per più di 50 anni, gli Stati Uniti sono stati la potenza dominante nel sistema capitalistico globale. Questa posizione si basa sul ruolo di leader delle società statunitensi, così come sulla forza militare degli Stati Uniti. L’ascesa di un altro paese verso una posizione di uguaglianza economica e tecnologica è vista come una minaccia da parte degli Stati Uniti e dell’elite politica americana che tutela i suoi interessi. La rapida crescita della Cina, che inizialmente contribuiva ai profitti del business statunitense, ora è vista come una minaccia alla dominazione economica statunitense del sistema globale. Anche se il grande business non ama l’arma dei dazi, che mina la stabilità delle catene di produzione globali che ha costruito, ora favorisce altri approcci per spingere la Cina a rinunciare ai metodi che ha usato per svilupparsi rapidamente. L’obiettivo sembra essere quello di congelare la Cina in una posizione subordinata nell’economia globale. Questa situazione somiglia a quella del periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, quando la Gran Bretagna, per lungo tempo potenza mondiale dominante, si trovò ad affrontare paesi a sviluppo tardivo come la Germania, che stavano sfidando il suo dominio economico. Ciò portò al disastro della Prima Guerra Mondiale.

Tuttavia, c’è un terzo fattore alla base del conflitto USA-Cina. I paesi a sviluppo tardivo dell’inizio del XX secolo condividevano con la Gran Bretagna il sistema economico capitalista. I conflitti erano per le colonie e il vantaggio commerciale. Anche se l’economia cinese ha un grande settore capitalistico, ha alcune caratteristiche non capitalistiche, incentrate sul suo Stato governato dal Partito Comunista, che regola l’economia molto più intensamente di quanto non faccia il governo degli Stati Uniti (o quelli dell’Europa). Questo conflitto di sistema tra il capitalismo neoliberista degli Stati Uniti e l’economia mista statale della Cina si somma alle grida dei funzionari statunitensi contro la concorrenza sleale e alimenta ulteriormente il conflitto commerciale.

Una risposta favorevole ai lavoratori all’ascesa della Cina

L’ascesa cinese ha avuto effetti contraddittori sui lavoratori negli Stati Uniti e in Cina. I posti di lavoro si sono spostati dagli Stati Uniti alla Cina, con conseguente pressione al ribasso sui salari statunitensi. Nemmeno i lavoratori cinesi se la sono sempre cavata bene. Il boom del settore privato impone ai lavoratori orari molto lunghi e condizioni di lavoro difficili. Nelle restanti imprese pubbliche, la sicurezza occupazionale a lungo termine del vecchio regime ha lasciato il posto al crescente ricorso a contratti a breve termine e temporanei. Se in passato era un paese relativamente egualitario, l’attuale coefficiente di Gini della Cina, che misura la disuguaglianza di reddito, è quasi pari a quello degli Stati Uniti: 38,6 per la Cina contro 41,5 per gli Stati Uniti.

Tuttavia, i lavoratori di entrambi i paesi hanno tratto alcuni benefici materiali dalla crescita della Cina. Grazie a essa, i lavoratori statunitensi hanno una nuova fonte di prodotti di alta qualità e a prezzi accessibili, dall’abbigliamento ai telefoni cellulari e ai computer. Nonostante l’assenza di sindacati reali che rivendichino salari più elevati, i salari medi adeguati all’inflazione in Cina sono aumentati notevolmente con lo sviluppo dell’economia, crescendo al ritmo del 7,9% all’anno dal 2010 al 2016. Al contrario, i salari statunitensi adeguati all’inflazione non sono aumentati quasi per niente in quel periodo, a un tasso dello 0,6% all’anno. Le centinaia di milioni di lavoratori migranti in Cina non hanno più bisogno di lasciapassare per viaggiare al di fuori del luogo di origine e nel 2018 solo il 12,9% dei migranti viveva in dormitori gestiti dai propri datori di lavoro.

È così che il capitalismo divide i lavoratori. Non ci sono mai abbastanza buoni posti di lavoro per tutti, sotto il capitalismo. Non solo i lavoratori dello stesso paese sono in concorrenza tra loro, ma anche i lavoratori di paesi diversi sono in concorrenza tra loro.

I socialisti statunitensi devono tracciare un percorso politico che resista a questa caratteristica del capitalismo, elaborando politiche che vadano a beneficio dei lavoratori negli USA senza danneggiare quelli di altri paesi. Un aumento del tenore di vita dei lavoratori nei paesi precedentemente poveri non dovrebbe essere una minaccia per i lavoratori negli Stati Uniti. Può sembrare un gioco a somma zero, ma alcune soluzioni vantaggiose per tutti sono possibili.

I lavoratori statunitensi non condividono l’interesse delle grandi imprese USA nel cercare di fermare l’ascesa della Cina. Il reclamo circa l’accesso della Cina alle tecnologie statunitensi ignora la storia. Un paese può sviluppare la propria economia solo attraverso l’accesso a tecnologie più avanzate. È così che gli Stati Uniti hanno iniziato il loro sviluppo industriale dopo la Rivoluzione Americana – con la tecnologia delle macchine tessili rubata alla Gran Bretagna per utilizzarla nel Rhode Island nel 1792!

I socialisti hanno tradizionalmente favorito il libero accesso alle tecnologie, pur tenendo conto della necessità di fornire un compenso ragionevole agli sviluppatori. Il metodo principale utilizzato dalla Cina per ottenere l’accesso a tecnologie migliori è quello di far dipendere l’ingresso di un’azienda occidentale in Cina dall’accettazione della creazione di un partenariato con un’azienda cinese, alla quale verrà insegnato ad utilizzare le tecnologie migliori. Molte delle principali aziende statunitensi hanno accettato tali accordi, a causa della capacità attrattiva del produrre in Cina.

Tuttavia, negli ultimi anni questo metodo è diventato meno cruciale, dato che la capacità di ricerca e sviluppo della Cina è progredita rapidamente. Nel 2017, gli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo si sono classificati al secondo posto nel mondo e il numero di domande di brevetto al primo posto. La politica ufficiale della Cina è ora quella di sostenere una forte protezione dei cosiddetti “diritti di proprietà intellettuale”, un concetto che i socialisti hanno tradizionalmente guardato con una disapprovazione basata sull’idea che la conoscenza dovrebbe essere resa liberamente disponibile. Le recenti mosse dell’amministrazione Trump per vietare le vendite della principale società cinese ad alta tecnologia, Huawei, suggeriscono che la grande sfida affrontata dalle imprese statunitensi non sia il furto di tecnologia, ma l’effettiva concorrenza delle tecnologie sviluppate in Cina.

Non esistono motivi validi per chiedere che la Cina rinunci alla sua politica industriale volta a promuovere settori chiave dell’economia o al suo sostegno alle imprese statali. Tali politiche hanno svolto un ruolo chiave nell’industrializzazione della Cina. Infatti, la storia dimostra che tali politiche portano tipicamente a un avanzamento economico più rapido rispetto all’attuale approccio di “libero mercato” seguito dal governo degli Stati Uniti. I più rapidi casi di progresso economico nazionale, sin dalla metà del XIX secolo sono stati il prodotto di varianti dello sviluppo guidato dallo Stato, a cominciare da Germania, Giappone e Corea del Sud.

Come può un paese precedentemente povero beneficiare del progresso economico, evitando i costi sia per i propri lavoratori che per quelli dei paesi che sono partner commerciali? Per quanto riguarda gli Stati Uniti, un programma a favore dei lavoratori in materia commerciale deve includere non solo misure che influenzino il commercio, ma anche politiche mirate all’economia statunitense:

  • Politica di stabilizzazione del commercio – L’attuale politica commerciale degli Stati Uniti consente una protezione temporanea contro un’importazione che aumenta rapidamente, se si ritiene che questa causi “un grave pregiudizio o una minaccia di grave pregiudizio a un’industria nazionale”. Questa legge potrebbe essere rivista per tutelare contro il grave pregiudizio arrecato ai lavoratori, piuttosto che alle aziende, e potrebbe essere snellita e applicata in modo più rigoroso. Ciò faciliterebbe l’adeguamento ai cambiamenti più distruttivi.
  • Vera concorrenza sui costi – Ciò imporrebbe dazi contrastanti sulle importazioni il cui processo di produzione si basi su standard salariali, condizioni di lavoro e/o normative ambientali significativamente inferiori a quelle degli Stati Uniti. La progettazione e l’attuazione di tale misura non sarebbe semplice, ma essa sposterebbe l’impatto dei flussi commerciali internazionali dal loro attuale carattere di corsa al ribasso, verso importazioni basate su un reale vantaggio di efficienza nel luogo di origine.
  • Forti sussidi per la transizione professionale – Il governo dovrebbe fornire sussidi sostanziosi e duraturi ai lavoratori costretti a ricollocarsi a causa delle importazioni, che includano il mantenimento del reddito, la riqualificazione professionale e le indennità di trasloco. Se i consumatori traggono beneficio dalle importazioni, occorre ridurre al minimo il costo per i lavoratori.
  • Lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza – Questa politica, che è quasi entrata in vigore dopo la Seconda Guerra Mondiale, garantirebbe un posto di lavoro nel settore pubblico a qualsiasi lavoratore che ne abbia bisogno. Se abbinata a un Green New Deal, ci sarebbe molto lavoro importante da svolgere nel settore pubblico per molti anni. Tali impieghi nel settore pubblico dovrebbero assicurare un salario di sussistenza. Ciò costituirebbe un enorme passo avanti nel tutelare i lavoratori dal costo di un’economia capitalista competitiva, in cui corrono continuamente il rischio di essere scartati.

Il commercio internazionale nell’era capitalistica, che si basa sulla concorrenza tra i siti produttivi di diversi paesi, tende inevitabilmente a generare problemi per i lavoratori, così come la concorrenza tra i diversi siti produttivi all’interno di uno stesso paese. Tuttavia, politiche come quelle di cui sopra risponderebbero all’ascesa della Cina in un modo che offra una tutela significativa agli interessi dei lavoratori statunitensi, senza danneggiare quelli cinesi.

Al contrario, la politica dell’amministrazione Trump di utilizzare i dazi per fermare la crescita della Cina è dannosa per i lavoratori statunitensi, che soffriranno di una guerra commerciale. Anche il metodo più morbido per fermare lo sviluppo della Cina, sostenuto dalla grande finanza degli Stati Uniti, presuppone la crescita del nazionalismo, che genera condizioni politiche sfavorevoli perché i lavoratori facciano valere i propri interessi. Entrambi i metodi per rallentare la crescita economica in Cina sono destinati a portare a crescenti tensioni che potrebbero di nuovo generare conflitti armati, di cui sono i lavoratori a pagare il prezzo. Nel lungo periodo, i lavoratori qui e altrove continueranno ad affrontare forti pressioni al ribasso sui loro salari, le loro condizioni di lavoro e la loro sicurezza economica, fino a quando il sistema economico globale non sarà trasformato in uno fondato sulla cooperazione piuttosto che sulla concorrenza e sulla produzione per soddisfare i bisogni e i desideri umani piuttosto che per garantire il profitto della piccola classe ricca.

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