L’accordo MERCOSUR-Unione Europea: una nuova tappa del neocolonialismo

Articolo tratto da Agitación, periodico dell’Unione delle Gioventù Comuniste di Spagna (UJCE).

Nel bel mezzo dello scompiglio suscitato a livello internazionale dalla guerra economica tra Stati Uniti e Cina e dopo oltre 20 anni di negoziati, l’Unione Europea e il Mercosur hanno reso pubblica la firma del loro accordo commerciale. La rivista Agitación analizza  la storia, il contesto e le aspettative dell’accordo che istituisce la più grande area di libero scambio al mondo.

Le dittature militari instaurate in America meridionale durante la seconda metà del XX secolo, in contrasto con il fascismo storico in Europa, sono state caratterizzate dal seguire alla lettera i piani dettati dagli Stati Uniti, soprattutto in materia economica. Così, mentre i think-thank di Washington teorizzavano fino a che punto arrivare con il “diradamento dello Stato”, i popoli dell’America Latina subivano il braccio esecutore di Pinochet, Videla, Stroessner e compagnia. Mentre le dittature facevano sparire migliaia di persone, milioni di lavoratori videro le loro condizioni di vita peggiorare drasticamente.

Questo ha generato dinamiche neoliberali difficilmente reversibili, che hanno lasciato le economie latinoamericane a fare i conti con l’enorme peso dell’indebitamento e della privatizzazione di settori strategici. Dopo la fine delle dittature e il ristabilimento delle democrazie borghesi, sia in Argentina che in Brasile sono arrivate al governo opzioni liberali che in nessun momento hanno avuto la volontà di cambiare direzione nell’economia. Inoltre, entrambi i paesi, come conseguenza delle politiche precedenti, hanno dovuto affrontare gravi crisi economiche aggravate dall’iperinflazione. Per fornire un elemento curioso, nell’Argentina di Alfonsín il problema dell’inflazione era così forte che i supermercati chiudevano più volte al giorno per cambiare i prezzi. In quel contesto di assoluto disastro economico e difficoltà nell’ottenimento di credito estero, cominciarono a verificarsi i primi passi di avvicinamento economico e i primi accordi tra i governi di Brasile e Argentina. La prima pietra miliare fu la Dichiarazione di Foz do Iguaçu del 1985, considerata la pietra angolare del MERCOSUR. Successivamente, nel 1988 è stata approvata la legge Alvorada, con la quale l’Uruguay ha aderito al “processo d’integrazione” e nel 1991 è venuto il trattato di Asunción che, oltre a includere il Paraguay, ha adottato per la prima volta il nome MERCOSUR e ha creato una zona di libero commercio.

Il MERCOSUR è nato, quindi, con la falsa premessa di essere uno strumento d’integrazione regionale, ma con una chiara tabella di marcia per seguire i piani neoliberisti per la creazione di aree di libero commercio. A nord, contemporaneamente, Stati Uniti, Canada e Messico siglavano il NAFTA, circostanza che offre un buon esempio dell’agenda comune del capitale. E da questa parte dello stagno? Qui da noi l’Unione Europea si stava sviluppando già da anni e, all’epoca, il Trattato di Maastricht si assumeva il compito di unificare e sintetizzare i trattati fino ad allora elaborati (trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, trattato istitutivo della Comunità Europea dell’Energia Atomica e trattato istitutivo della Comunità Economica Europea).

I giochi erano fatti e mentre molti paesi latinoamericani si avvicinavano al bicentenario della loro prima indipendenza, i governi fantoccio dell’oligarchia s’incaricarono di allontanare l’orizzonte della seconda e definitiva.

Tuttavia, in un’epoca in cui fioriscono più sconfitte che primavere, dobbiamo tornare alla storia e chiederci perché ci sono voluti più di vent’anni per annunciare l’accordo finale. Se dicevamo che in America Latina gli anni ’80 sono stati gli anni della crisi e dell’iperinflazione, gli anni ’90 sono stati una sorta di colpo mortale per gli strati popolari.

Dalle ricette di Washington ai genocidi, si è passati a presidenti come Ménem, promossi come i migliori allievi della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. In Argentina, ciò che restava da privatizzare venne privatizzato, per raggiungere apici ridicoli come vedere i semafori addobbati di pubblicità. Inoltre, la totale liberalizzazione del mercato produsse come conseguenza la distruzione delle industrie nazionali. Dal trauma collettivo, e senza l’intenzione di cadere in semplicismi, si alimentarono le proposte politiche che hanno segnato l’agenda latinoamericana nel primo decennio del XXI secolo: i Kirchner in Argentina, Lula in Brasile, il chavismo in Venezuela, il Frente Amplio in Uruguay e Lugo in Paraguay. A dispetto delle enormi differenze tra i singoli progetti, è innegabile un denominatore comune: la volontà di un processo d’integrazione latinoamericana che aveva poco a che vedere con le strade battute fino a quel momento.

Bush poté esserne testimone in Argentina nel 2005, quando il IV Vertice delle Americhe passò da dover essere il punto di partenza dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) a esserne il capolinea. Lì Chávez proclama: “ALCA, ALCA…¡Al carajo!” (“ALCA, ALCA… All’inferno!”), Néstor Kirchner, Maradona e un Evo Morales allora  candidato alla presidenza sorridono, mentre uno stadio pieno di gente celebra e inneggia alla Patria Grande. Più che di ALCA, in America Latina si parlava di ALBA.

Purtroppo la cartina politica latinoamericana, con tutti i suoi limiti, è cambiata molto e oggi somiglia molto di più a quella degli anni ’80 e ’90. Le due maggiori economie del MERCOSUR (Brasile e Argentina) sono guidate da governi che sottoscrivono alla lettera il ritorno alle formule di consegna (svendita del paese), adeguamento (tagli ai danni dei settori popolari) e repressione. Macri (che tra poche settimane affronterà elezioni non molto promettenti per lui) e Bolsonaro stanno peraltro sperimentando un forte calo di popolarità e trovano nell’accordo MERCOSUR-UE un pretesto per vendere fumo alla loro gente. Da parte sua, l’Europa vede nel momento presente la possibilità di rafforzarsi a fronte della guerra economica USA-Cina e di superare in punta di piedi la crisi della Brexit. Se Milton Friedman dovesse risorgere dalla sua tomba (cosa di cui non si sente assolutamente il bisogno) sarebbe molto più orgoglioso dell’UE che dei suoi amati Stati Uniti d’America.

Chi ha da guadagnare da questo accordo? Naturalmente non gli strati popolari di entrambe le sponde dell’Atlantico. Nel 2018, il 70% delle esportazioni del MERCOSUR verso l’UE erano costituite da prodotti primari. Se il settore primario non sta attraversando il momento migliore in Europa, come potrà esso far fronte all’eliminazione delle tariffe sui prodotti del MERCOSUR? E non meno importante: quanto saliranno i prezzi di quei prodotti sugli scaffali dei supermercati latinoamericani?

Il rapporto centro-periferia si rafforza dal momento che, sull’altro piatto della bilancia commerciale, le esportazioni dell’UE verso il MERCOSUR sono soprattutto merci ad alto valore aggiunto. Il piccolo tessuto industriale sopravvissuto al neoliberismo, che per inciso non è stato sufficientemente rafforzato dai cosiddetti governi popolari, ha davanti a sé un panorama totalmente desolante.

Non si può nemmeno trascurare la necessità di collocare questo accordo nel contesto della grande crisi globale delle risorse: l’America Latina dispone di combustibili fossili, ma anche di gran parte delle maggiori riserve di acqua dolce del mondo. Inoltre, il rafforzamento dell’UE quale principale partner commerciale del MERCOSUR è un modo intelligente per isolare il Venezuela e aggravare la crisi economica del paese.

Il marxismo ci ha dato la capacità d’individuare nella divisione internazionale del lavoro una delle caratteristiche dell’imperialismo. Oggi, con la direzione che stanno prendendo le relazioni UE-MERCOSUR, possiamo osservare come si rafforzino i ruoli che hanno generato così tante disuguaglianze nel mondo. Tutti i segni di una Patria Grande sovrana sembrano essere dileguati, con il ritorno al modello fondato sull’agro-esportazione e la dipendenza. Qualsiasi possibilità di cambiamento nell’Unione Europea si dimostra ancora una volta illusoria. Eliminando le tariffe, l’UE non solo diventa il grande baluardo del libero scambio (e delle sue conseguenze), ma trasferisce anche miliardi di euro pubblici a imprese private. I benefici, naturalmente, andranno ad altri.

Per noi, tutto ciò potrebbe significare vedere i nostri oceani collassare ulteriormente con l’aumento del traffico marittimo o piangere un’Amazzonia che brucia per riempire le stesse tasche che si riempiono con la nostra forza lavoro. Che nessuno si allarmi se la nostra scelta è tra il collasso e far ardere le strade: ne abbiamo più che mai bisogno.

 

(Traduzione dallo spagnolo a cura della nostra redazione)

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