Sulle dimissioni del Ministro dell’Istruzione Fioramonti: cambia il ministro ma non la sostanza

Nella notte del 25 dicembre il Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, dopo appena quattro mesi di mandato, ha rassegnato le dimissioni al Presidente del Consiglio Conte. Il suo futuro sarà un gruppo misto di supporto al governo all’interno del Parlamento. Le motivazioni che ha addotto sono state quelle per cui, dopo aver richiesto a gran voce all’inizio del suo mandato almeno 3 miliardi di euro per Scuola e Università, questi non verranno approvati nella imminente legge finanziaria. L’ormai ex Ministro aveva dichiarato che si sarebbe dimesso se questo denaro non fosse stato stanziato.

Il Ministero dell’Istruzione negli ultimi anni è sempre stato utilizzato in maniera molto politica da parte dei diversi governi, nella maggior parte dei casi dai partiti di governo e non dai Ministri stessi. Dopo le riforme dell’ultima fase berlusconiana del Ministro Gelmini, tutti i successivi governi hanno puntato molto su Istruzione e Ricerca, rendendosi conto che la formazione delle giovani menti del paese è il primo passo per la costruzione di una classe dirigente e un senso comune di massa fedeli all’ideologia dominante dello Stato e dell’Unione Europea.

Gli ultimi due governi invece pare non abbiano interesse a cambiare quanto il centrodestra e centrosinistra avevano costruito negli scorsi anni: Bussetti prima, e Fioramonti poi, a parole si sono detti contro la Buona Scuola del 2015 di Matteo Renzi, ma nei fatti non hanno toccato nessuna delle riforme portate avanti dal Partito Democratico. Anche la famosa alternanza scuola-lavoro è rimasta pressoché immutata, Bussetti ha tolto qualche centinaio di ore dal monteore totale (e appena è cambiato il governo Italia Viva ha richiesto che le ore tornassero quelle del 2015, e che anzi aumentassero a discrezione di ogni scuola), è cambiato il nome (ora si chiama “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”), ma le volontà di Confindustria non sono state toccate.

Il Ministro in questi mesi ha voluto farsi vedere come una personalità aperta, disposta al dialogo con le diverse parti studentesche, promotore di iniziative per contrastare il cambiamento climatico: ma in quattro mesi di attività, cosa ha ottenuto? I miliardi richiesti dubitiamo pensasse anche lui che sarebbero stati possibili da recuperare, e inoltre non si è distinto per richiederli né ai suoi esponenti di governo né ai suoi alleati, se non proponendo una “sugar tax” che ha fatto sorridere i più. Allo stesso tempo le prese di posizione estremamente generiche sulla necessità di superamento del numero chiuso a Medicina, peraltro con parole già lanciate dallo scorso governo leghista, non sembra siano andate avanti oltre alla semplice presa di posizione mediatica, utile a strizzare l’occhio a tutte le organizzazioni politiche studentesche che da anni si battono per il superamento del numero programmato. Non c’è stata possibilità di discussione invece in merito alla nuova Agenzia Nazionale della Ricerca, con diversi membri di nomina governativa, che gestirà svariate centinaia di milioni di euro per la Ricerca, in stretta collaborazione con diversi enti privati.

Non è chiaro ancora il nome del prossimo Ministro: quello che è sicuro è che l’Istruzione, la Ricerca, Scuola e Università, saranno sempre messe in secondo piano. Le decisioni verranno sempre più prese all’interno delle sedi di Confindustria e dei Consigli di Amministrazione delle società multinazionali private, a discapito delle istituzioni pubbliche che stanno svendendo anche il sistema di istruzione nazionale.

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Per una riflessione più specifica sull’argomento, invitiamo a leggere anche il comunicato dei compagni e delle compagne del sindacato studentesco della Statale di Milano, del quale i nostri militanti universitari fanno parte.

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