Provincia di Bergamo – È ora di passare dalle parole ai fatti!

Un punto sulla crisi coronavirus nella provincia di Bergamo e sui ritardi nell’assunzione di misure eccezionali per il contenimento dell’epidemia nella zona, a cura dei compagni Maria Teresa Parisi e Francesco Delledonne.

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È ormai sotto gli occhi di tutti il dramma che sta vivendo in questi giorni la provincia di Bergamo, attualmente la più colpita dall’epidemia di Covid-19.

Al 20 marzo risultano positive 5154 persone con 695 decessi, un dato enorme e sicuramente inferiore alla realtà a causa del limitato numero di tamponi effettuati. La zona più colpita è la Val Seriana, in particolare i comuni di Alzano Lombardo (ca 13.000 abitanti) e Nembro (11.000).

Perché non è stata istituita una zona rossa sull’esempio di altri comuni? Questa è la domanda che molti qui si stanno ponendo.

Che la situazione non fosse da sottovalutare era chiaro sin dal 23 febbraio (lo stesso giorno in cui veniva istituita la zona rossa nel lodigiano e a Vo’ Euganeo), quando venne chiuso l’ospedale di Alzano Lombardo in seguito al contagio di alcuni infermieri e medici.
Il 5 marzo l’Istituto Superiore di Sanità si esprime positivamente sull’istituzione di una zona rossa nei comuni più colpiti della bergamasca; il 6 marzo i giornali parlano di 250 tra poliziotti e militari “pronti a sigillare Alzano e Nembro”. Il governo però decide di non dare alcun corso all’indicazione, con il risultato che ancora oggi persiste un via vai quotidiano dovuto in gran parte al gran numero di aziende ancora in attività.

Ora si assiste a un continuo rimbalzo di responsabilità tra comuni, regione e governo.
Se è vero che la responsabilità sulla decisione di non istituire la zona rossa è in capo a Palazzo Chigi, vanno altresì respinte le strumentalizzazioni di chi – come la regione Lombardia – in queste settimane ha assunto posizioni ambigue, sostenendo tutto e il contrario di tutto in base alla convenienza del momento.

Il segreto di pulcinella è che la mancata decisione è dovuta alla grandissima concentrazione di aziende (376) nella zona. Non si tratta quindi di un errore, ma di una scelta politica che però non è stata né ufficializzata né spiegata con chiarezza ai cittadini. Certo non è una questione da sottovalutare con superficialità, ma il fatto è che in questa fase non può essere contemperata la necessità di contenere l’epidemia con quella del mantenimento della produzione. Le drammatiche immagini dei camion militari costretti a portare le bare in altre province mostrano plasticamente che il tempo delle parole è finito.

Se – come dimostrato dal lodigiano e, su scala molto più ampia, dalla Cina – la zona rossa è fondamentale per il contenimento del contagio, bisogna pretendere con forza che – seppur con enorme ritardo – essa venga istituita e vengano chiuse le produzioni non essenziali.

Lo Stato ha il dovere di smettere di girarsi dall’altra parte e se non altro iniziare a fare tamponi in maniera massiccia e prendere le necessarie misure di sicurezza per chi a casa non può rimanere.

La tragicità del momento impone di respingere i ricatti che Confindustria continua a mandare anche pubblicamente e agire avendo come primo obiettivo la tutela della vita dei lavoratori e di tutti i cittadini.

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