Per far fronte all’emergenza sanitaria e salvare il paese, controllo operaio sui luoghi di lavoro!

Tra i molti elementi di realtà che l’emergenza coronavirus ha reso evidenti, ce n’è uno che continua a essere trascurato: la centralità del lavoro nella vita sociale e, in particolare, quella del lavoro operaio. Lo scontro circa la chiusura delle produzioni non essenziali per la gestione della crisi sottintende – e in parte occulta – questo elemento.

L’intera ricchezza sociale è prodotta dal lavoro. Tanto i salari quanto il profitto del padronato, come pure il bilancio dello Stato: tutto dipende dalla vitalità del tessuto produttivo, che a sua volta dipende dall’attività umana. L’economia virtuale, le bolle speculative, il mito del superamento del lavoro tramite l’automazione si mostrano costrutti fragili, quando a venire in causa sono i fondamentali dell’economia reale ed entra quindi in gioco il nesso inscindibile tra lavoro e soddisfacimento dei bisogni sociali.

Perché questo elemento, così lampante sotto la spinta della crisi, sembra non venir preso in considerazione proprio in questi giorni di caos e angoscia, quando la comunità nazionale (e mondiale) affronta quella che è unanimemente definita la più grave crisi dal secondo dopoguerra? Perché, in altri termini, si parla di comparti produttivi essenziali senza parlare di lavoro, e in particolare lavoro operaio, essenziale? Perché se se ne parlasse, si porrebbe il problema di chi detiene il potere nella nostra società e quindi quello del modello di organizzazione sociale.

Sotto la pressione esercitata dall’emergenza, quando dalla continuità della fornitura di alimenti, medicine, energia elettrica, acqua potabile, trasporti e tanti altri beni e servizi dipende la stabilità e la tenuta dell’intero corpo sociale, le lavoratrici e i lavoratori organizzati sono nella posizione di dire l’ultima parola su tutto. In altre parole, sono in grado di esercitare il potere.

Sotto la minaccia del contagio, la classe operaia italiana ha da giorni cominciato ad alzare la voce. Si moltiplicano gli scioperi spontanei per la sicurezza e la salvaguardia della salute in aziende che non rispettano – e spesso da sole non sono nemmeno in grado di rispettare – le consegne minime per evitare di trasformarsi in nodi di diffusione del contagio.

Occorre però essere chiari: i conflitti sui luoghi di lavoro emersi negli ultimi giorni non esprimono una profonda consapevolezza della funzione nazionale di guida che spetta alla classe operaia e che pure, in questo come in ogni momento di crisi, si sta rivelando. La richiesta che emerge è quella di essere tutelati. Tutelati dal padronato o tutelati dal governo, ma in ogni caso da espressioni dirette o indirette di chi incarna o rappresenta interessi opposti a quelli delle operaie e degli operai, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle classi popolari in genere.

Eppure la contraddizione che si apre nel campo del padronato è ogni giorno più profonda.

Da un lato, evidentemente esso ha interesse a che venga garantita la continuità di tutta la produzione: si tratta qui di un interesse che in una certa misura coincide con quello del resto della società – operai compresi – perché, lo ricordiamo ancora una volta, è lì che ha origine l’intera ricchezza sociale e non solo il profitto. E tuttavia il diffondersi di un contagio tra le maestranze rappresenta una minaccia per la continuità della produzione potenzialmente equivalente a un suo arresto immediato. Di qui la chiusura di un gran numero di stabilimenti da parte degli stessi padroni, che in moltissimi casi hanno agito senza attendere le decisioni del governo: al di là delle possibili buone intenzioni di questo o quell’imprenditore in concreto, non si è trattato di spirito umanitario, bensì di puro calcolo razionale.

D’altra parte, esiste il rischio che la mancata evasione delle commesse spinga le filiere produttive internazionali a ridisegnarsi tagliando fuori i partner italiani paralizzati: ecco allora l’insistenza per chiudere il meno possibile, anche a costo di elevare il rischio di trasmissione del contagio. Anche in questo caso, in una certa misura il rischio è condiviso con tutto il resto della società, operai compresi.

E allora dove sta la lotta di classe? Nel fatto che mentre la posizione padronale è mera difesa della possibilità di continuare ad accumulare profitto, le lavoratrici e i lavoratori difendono, in ogni senso e con ogni azione, interessi che sono di tutta la società. Producendo ed erogando beni e servizi, salvaguardano la capacità materiale della società di affrontare e superare la crisi sanitaria; scioperando, difendono il diritto umano fondamentale alla vita e alla tutela della salute. Da una parte l’interesse egoistico, dall’altra l’interesse generale: è da questa dicotomia che trae origine il potere potenziale che le classi lavoratrici sono oggi in grado di esercitare. Un potere cui lo stato di emergenza le avvicina fin quasi a lambirlo, ma che esse rinunciano a esercitare per mancanza di coscienza di sé e mancanza di organizzazione. La classe in sé decide le sorti di tutta la società, ma la classe per sé non se ne rende conto e quindi si sottomette al padronato e ai suoi rappresentanti politici, rivendicandone la tutela.

Che fare, dunque? Innanzitutto partire da una considerazione: anche restringendo al massimo l’elenco delle categorie che devono continuare a lavorare malgrado l’emergenza sanitaria, esse annovereranno sempre e comunque milioni di lavoratrici e lavoratori.

La filiera chimica, quella farmaceutica, quella petrolchimica, quella alimentare e altre che indiscutibilmente non si possono fermare, se non si vuole incorrere rapidamente nella penuria e gettare la società nel caos, abbracciano una percentuale enorme di chi opera nel settore agropecuario e industriale. A essi devono aggiungersi le operatrici e gli operatori della logistica, dei trasporti e della distribuzione, senza i quali i prodotti non giungerebbero a destinazione nelle nostre case, negli ospedali e ovunque ce ne sia bisogno. Queste donne e questi uomini, che dovranno in ogni caso continuare a lavorare per tutta la durata dell’emergenza – seppure magari con turnazioni modulate diversamente dal normale – devono ricevere il massimo delle garanzie per la loro salute e sicurezza, negli spostamenti verso il luogo di lavoro come durante l’orario di prestazione. Giunti a questo punto della crisi in atto, è chiaro però che le autorità pubbliche non sono in grado di fornire quelle garanzie.

La rivendicazione deve essere allora che possano essere le lavoratrici e i lavoratori stessi a garantirsi, esercitando un potere di controllo a tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro che sia legalmente riconosciuto dallo Stato. Altra soluzione non è data.

Avanzando la nostra proposta, non ci nascondiamo le difficoltà applicative che essa comporterebbe in questo momento. Sono noti gli enormi limiti funzionali delle rappresentanze sindacali riconosciute (RSU e RSA): limiti imposti da un modello fintamente democratico, che spinge le singole lavoratrici e i singoli lavoratori a delegare qualcuno a tutelare i loro interessi senza partecipare attivamente. Limiti che sono stati accresciuti dagli accordi sulla rappresentanza degli ultimi anni, utili a tarpare le ali al conflitto sociale e a garantire il monopolio di sindacati confederali sempre più impegnati a garantire la pace sociale in nome della “concertazione”. Ci sono altrettanto chiare le enormi lacune funzionali della figura del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), cui è demandato un potere di “segnalazione” alla pubblica autorità riguardo al non compimento delle consegne di sicurezza che il più delle volte si rivela, alla prova dei fatti, un vuoto inganno.

Bisogna però partire da quello che c’è. Chiediamo dunque che, a tutela di chi garantisce la nostra capacità di affrontare e superare l’emergenza covid 19, alle rappresentanze delle lavoratrici e dei lavoratori vengano affidati poteri di controllo, definiti per legge, che includano funzioni di riorganizzazione delle attività produttive e la possibilità di erogare sanzioni nei confronti dei datori di lavoro inadempienti per conto dello Stato. Questa funzione dovrebbe essere coordinata a livello centrale e provinciale da comitati formati da rappresentanti dei ministeri competenti e delle associazioni sindacali ed esercitato secondo direttrici definite che garantiscano una cornice operativa non equivoca ed evitino gli abusi, tutelando la produzione e l’approvvigionamento.

Lo diciamo in modo esplicito: stiamo ponendo una questione che ha a che vedere con il potere reale e con la natura stessa dei rapporti di produzione. Rivendichiamo qualcosa che né il padronato né i suoi rappresentanti politici, al governo come all’opposizione, saranno mai disposti a concedere. Sarebbe un passaggio di trasformazione della società di ampia portata, ma perfettamente nello spirito dell’articolo 3 della Costituzione, che impegna la Repubblica alla rimozione degli ostacoli che limitano la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione economica del paese, e degli articoli 41 e 42, che subordinano la proprietà e l’iniziativa economica privata all’utilità sociale.

Se non si percorrerà questa via, la rivendicazione della tutela della sicurezza e della salute nelle fabbriche rimarrà lettera morta e gli scioperi di questi giorni verranno sconfitti per mancanza di obiettivi definiti. Il lavoro avrà allora perso un’occasione storica di rivendicare la sua funzione di guida di tutta la società e verrà riaffermata la sua subordinazione sociale rispetto al capitale. Quest’ultimo sarà in condizione d’imporre risposte nel proprio esclusivo interesse alla depressione economica che ci aspetta nei prossimi mesi, forte di una posizione ancor più dominante di quella di cui ha goduto fin qui. Si sarà allora consolidata la base materiale per un’uscita autoritaria dalla crisi sanitaria, e questo non dobbiamo in nessun modo permetterlo.

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