Al Consiglio europeo si fa la Storia, ma qualunque accordo sarà contro le classi popolari

Da ieri è in corso a Bruxelles una cruciale sessione del Consiglio europeo. Sotto le spoglie del bilancio pluriennale dell’Unione Europea, il NFF, e di “Next Generation EU”, cioè il “recovery fund”, la sua organizzazione e la sua destinazione, si discute di una svolta storica. In pratica sul tavolo c’è un sostanziale trasferimento di potere dai governi nazionali alla Commissione Europea.

I Paesi Bassi già prima della crisi del coronavirus si erano arroccati su una visione “intergovernativa” delle relazioni interne all’Unione, chiedendo una riduzione del NFF dall’1,05% del PIL UE proposto, all’1%. In tutta evidenza, risorse significative la cui riduzione comprime i margini di autonomia dell’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen. La posizione del governo Rutte era già allora entrata in collisione con quella della Germania, con la Merkel che aveva definito “infantili” le pretese olandesi.

Ora si aggiunge il recovery fund. Conte difende una visione ultra-europeista, con il sostanziale sostegno della Francia, ma soprattutto con l’incoraggiamento del governo tedesco che ha appena inaugurato il suo semestre di presidenza del Consiglio dell’UE. I segni di benevolenza da parte della von der Leyen, in effetti, non sono mancati. Nella sostanza, ieri il governo italiano si è proposto come paladino del rispetto dei famigerati trattati europei, sostenendo il ruolo preminente della Commissione nella decisione sulla destinazione dei fondi. Conte, secondo fonti italiane, avrebbe tenuto un lungo intervento, minuziosamente sostanziato a livello giuridico, a supporto della posizione. La trattativa è entrata in stallo e la delegazione italiana, per bilanciare la rigidità olandese, ha tatticamente presentato una propria proposta contrapposta a quella di Rutte riguardo al rapporto tra Commissione e governi nazionali nell’approvazione dei piani di riforma legati agli “aiuti” UE.

Una variabile da considerare sono gli sconti sui contributi al bilancio dell’Unione, i cosiddetti rebates, che beneficiano proprio i sedicenti paesi “frugali”: un nodo non indifferente per “comprare” l’ammorbidimento della posizione olandese, ma anche austriaca, svedese e danese.

In questo momento si discute su una bozza di mediazione presentata nella mattinata dopo intense mediazioni notturne. La nuova proposta diminuirebbe di 50 miliardi i sussidi a fondo perduto in favore dei prestiti, mentre viene delineato un nuovo meccanismo rinforzato, il “Super Emergency Break”,  per rallentare l’approvazione del Piano nazionale di riforme che ogni paese dovrà presentare alla Commissione Europea per accedere ai fondi. Quello che rimane evidente è che, comunque vada, la cessione di sovranità dagli Stati all’Unione sarà fortissima e la gerarchia al suo interno ne uscirà consolidata.

Rutte comincia a dare segni di cedimento, facendo sapere che ” la proposta sulla governance presentata da Michel è un passo nella giusta direzione”. Non se ne può essere certi, ma può darsi che sia il preludio a un accordo. Di certo il premier olandese deve salvare la faccia, vista la debolezza del suo esecutivo, l’estrema destra che incalza e le elezioni alle porte.

Andando al nocciolo politico della questione: si sta negoziando un sostanziale raddoppio del bilancio UE e un potenziamento senza precedenti della Commissione. Quest’ultima, sotto la guida della Germania, ha declinato gli aiuti UE agli Stati per rispondere all’emergenza economica innescata dalla crisi sanitaria in un ambiziosissimo piano di investimenti, riforme e ristrutturazione economica che integrerà l’Unione come mai prima e farà fare un salto di qualità alla costruzione della superpotenza europea. L’Italia, governata da una “coalizione Orsola” di partiti europeisti che può contare anche sulla sostanziale benevolenza di Forza Italia, riprende il suo ruolo tradizionale di “prima figlia dell’Europa” e si schiera risoluta a sostegno del disegno tedesco. I Paesi Bassi, economicamente del tutto dipendenti dall’UE, cercano di spuntare un prezzo più alto per il loro favore, che garantisca la tenuta del consenso del blocco dei partiti europeisti in patria, ma i margini sono stretti e il momento politico interno delicato li spinge a irrigidirsi, mettendosi per traverso all’incedere di una dinamica che garantisce anche la buona salute delle loro istituzioni finanziarie.

Il punto nodale è certamente rappresentato dalla linea assunta dalla Germania. L’ispirazione intergovernativa incarnata da Rutte può costituire un freno per il piano strategico di largo respiro dell’imperialismo tedesco: consolidare il processo d’integrazione europea rafforzandone la guida politica e stabilizzarne sul piano della struttura economica le gerarchie interne, per poter coltivare ambizioni egemoniche su scala planetaria. Ma da un altro punto di vista, l’irrigidimento di Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca rappresenta una formidabile leva negoziale per coprire un imbrigliamento senza ritorno di Francia e Italia, che insieme a Berlino completano il podio delle principali economie dell’Unione. Un disegno evidentemente condiviso con Parigi e Roma, che non promette nulla di buono per le classi popolari dei due paesi e dell’Europa intera.

La possibilità di un accordo resta legata alla riuscita di una rappresentazione a uso del pubblico che consenta a tutti di farsi passare per vincitori. Se così sarà, la rivoluzione passiva europea avrà fatto un vertiginoso salto di qualità.

Oggi più che mai, la sinistra di classe di ciascuno dei ventisette paesi membri dell’UE si trova di fronte a un bivio. Dobbiamo trovare la chiave per interpretare la fase e agire compatti, su scala continentale, a difesa degli interessi delle classi lavoratrici sui terreni di aggressione contro il mondo del lavoro definiti da questa Unione Europea, di cui non possiamo smettere di denunciare l’irriformabilità. In caso contrario, agendo su un livello drasticamente diverso da quello su cui si sviluppa l’attacco delle classi dominanti, lo spettro di una devastante sconfitta che respinga le nostre istanze nella residualità per una lunga fase storica si consoliderà, facendo dileguare anche l’ultima linea di difesa contro il regime oligarchico di nuovo tipo che le istituzioni europee vanno concretizzando.

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