Il coronavirus in Lombardia, la struttura economica e la rivoluzione passiva europea

Articolo di Alessio Arena, pubblicato sul numero 2 di Ragioni e Conflitti, rivista del Partito Comunista Italiano, uscito il 9 luglio 2020. Invitiamo a scaricare la rivista integrale in formato digitale cliccando qui.

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La pandemia da coronavirus ha agito sull’ordito planetario delle relazioni economiche come il mezzo di contrasto in un esame clinico. La mappa della sua propagazione, procedendo dalla Cina, percorre i solchi invisibili tracciati dalle connessioni definite dalle diramazioni internazionali del mercato, toccando ciascun paese a partire dal suo centro economico. Ovunque, quelle più colpite sono proprio le regioni più ricche, produttive e dinamiche, unite tra loro dai nessi stabiliti dalla divisione internazionale del lavoro in un mondo che conosce un livello d’interazione, e conseguentemente una mobilità umana, senza precedenti nella storia. Partendo da questa considerazione, non stupisce che la Lombardia sia stata tanto la prima regione italiana in cui è stato individuato un focolaio d’infezione, quanto la più compita.

Richiamare alcuni dati gioverà a questo punto a concentrare l’attenzione sui tratti salienti della questione. La Lombardia ospita meno di un sesto della popolazione italiana, ma produce circa un quinto del PIL. Il reddito procapite eccede del 35% la media europea. È sede di circa 800.000 imprese attive in tutti i settori, la stragrande maggioranza delle quali di piccole o piccolissime dimensioni. Oltre il 40% di esse si concentrano nella sola provincia di Milano. Quelle di ridotte dimensioni – numerosissime – che operano nel settore industriale, sono infeudate alla committenza: elementi partecipi del processo di atomizzazione che ha disseminato per tutto il globo i processi in cui si articola la produzione e che ha destrutturato, spesso fin quasi all’annullamento, la percezione che le lavoratrici e i lavoratori hanno della loro identità di classe. Vi sono poi centri direzionali, impianti e stabilimenti di grandi gruppi a carattere nazionale e di multinazionali di origine italiana e straniera.

Alla luce di questa enumerazione superficiale, s’intuiscono le ragioni dell’isterismo che ha colto le autorità di governo locali e l’intera società politica nazionale quando, a seguito dell’identificazione del focolaio d’infezione del basso lodigiano, si è manifestato lo spettro della necessità dell’istituzione di più zone rosse nelle diverse province lombarde: un blocco della Lombardia avrebbe inevitabilmente comportato una retrocessione dell’intero paese nelle dinamiche della competizione globale, con un contraccolpo a livello europeo e immediate, profonde ripercussioni dalle imprevedibili conseguenze di lungo termine.  Moltissime piccole e medie imprese, già in affanno per i prodromi di un’ondata di crisi che si sentiva arrivare da tempo, rischiavano (e rischiano) di essere travolte e con esse tanto ingenti profitti, quanto la sopravvivenza del tessuto economico d’intere aree geografiche.

Nei primi giorni di allarme si è dunque assistito a una sconcertante, affannosa corsa alla minimizzazione e all’elusione delle responsabilità imposte dall’emergenza. Essa ha interessato in modo simmetrico tanto l’area di governo come quella di opposizione ed è stata emblematicamente rappresentata da un lato dall’aperitivo “Milano non si ferma” del sindaco Sala che, accompagnato dal segretario del PD Zingaretti, ha riproposto le suggestioni dell’estetica “liberal” della metropoli europea e cosmopolita i cui ritmi non possono conoscere soluzione di continuità, dall’altro dal proclama trionfale a caratteri cubitali con cui “Il Giornale” del 28 febbraio annunciava: “Isolato Conte, il nord riparte”.

Il caso della mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo, nella bergamasca, è a sua volta esemplificativo di come, al di là della rappresentazione a uso dell’opinione pubblica, la destra insediata ormai da venticinque anni nelle stanze della giunta regionale e il “centrosinistra” tanto lombardo quanto nazionale, non considerando lo stile, il costume e la competenza amministrativa manifestati, abbiano fornito essenzialmente le stesse risposte alla gestione del caso.

Perché è avvenuto ciò? Solo nelle immediate vicinanze dei luoghi d’insorgenza del focolaio della Val Seriana si concentrano 376 aziende, attive nei più vari comparti. In generale, vi si raccoglie tanto un poderoso polmone dell’industria tessile, quanto l’industria meccanica legata al tessile, l’esportazione dei cui macchinari rappresenta uno degli ambiti in cui l’Italia occupa il vertice a livello mondiale. L’estendersi dell’epidemia sull’asse Bergamo-Brescia ha poi investito aree territoriali sede di attività industriali diversificate, che vanno dalla siderurgia alla produzione di armi, in particolare concentrata nella Val Trompia (provincia di Brescia), a sua volta una voce assai significativa delle nostre esportazioni. L’opzione del blocco della produzione rappresentava dunque un’eventualità la cui incidenza investiva livelli decisionali e dinamiche assai più profonde e dirimenti che non le semplici preoccupazioni – pure non secondarie, ma come manifestazione sintomatica – degli associati di Confindustria circa i contraccolpi sui profitti.

Con l’evolversi del contagio, nel corso dei mesi di marzo e aprile, anche l’area metropolitana di Milano ne è stata massicciamente investita. Si è a quel punto ventilata, da alcune parti, la possibilità di un blocco totale delle attività nel milanese, ma prevedibilmente l’idea è stata accantonata senza nemmeno essere presa in seria considerazione.  Milano rappresenta infatti innanzitutto, e di gran lunga, il principale polo italiano per quanto riguarda l’attrazione di capitali esteri: di 4600 aziende a capitale parzialmente o totalmente straniero operanti in Lombardia, il 70% hanno sede e operano nell’area metropolitana. Non solo: il milanese concentra, in quota a volte maggioritaria, alcuni dei settori cardine dell’economia nazionale e pure alcuni di quelli strategici per la gestione della stessa emergenza sanitaria. Si pensi ad esempio alla concentrazione nell’area metropolitana del capoluogo lombardo di circa il 65% dell’industria farmaceutica nazionale. È appena il caso di aggiungere a questi elementi, in genere meno considerati, quello notissimo relativo alla centralità della piazza finanziaria milanese nel panorama europeo e mondiale.

Considerando gli elementi fin qui menzionati, che rappresentano un’elencazione schematica e largamente insufficiente di alcuni dei fattori di specificità dell’economia lombarda nel quadro di quella nazionale, è lecito formulare alcune considerazioni di carattere generale che, procedendo dalla pandemia e approfittando delle sue dinamiche come “mezzo di contrasto” per seguire le evoluzioni e interconnessioni che legano il nostro paese a processi assai più vasti, autorizzano alcune conclusioni di carattere generale sulla maturazione dei lineamenti della globalizzazione. Viene così anche in luce la relazione dialettica che connette quest’ultima con le articolazioni più minute delle relazioni umane in senso lato, spingendo peraltro all’accentuazione di spinte localistiche che altro non sono se non la manifestazione ideologica e sovrastrutturale dei tratti salienti della nostra epoca.

Collocandosi in una prospettiva che parte dalla dimensione locale per procedere verso quella continentale e globale, la Lombardia rappresenta senza dubbio, a oggi, una sorta di corpo a sé stante entro i confini nazionali. Un elemento che tende ad espandersi attraverso il riordino delle filiere produttive e dei movimenti di capitale, per rivoluzionare la fisionomia dei territori dell’intero nord Italia e riconfigurarli in funzione delle proprie esigenze. Dal Triveneto al Piemonte, dalla Romagna alla Liguria, l’intero settentrione va sempre più evolvendo come una vasta periferia produttiva agganciata alla locomotiva a trazione milanese. La mobilità umana, come anche le minute espressioni della cultura e della relazionalità, ne risultano sistematicamente e profondamente destrutturate, mentre già viene a maturazione il costituirsi di una macroregione “padana” di fatto emancipata da qualunque nesso strutturale con il resto del paese, condannato alla marginalità e all’esportazione di forza lavoro verso i centri dell’economia europea e mondiale.

Viene in questo senso da interrogarsi, al di là del folklore e della violenza verbale, sulle radici profonde del fenomeno del leghismo anni ’80 e ’90, catalizzato significativamente dalla Lega Lombarda di Bossi, con la quale la Lega attuale conserva soprattutto al nord una marcata linea di continuità: un fenomeno che ha espresso un moto storico collegato a processi strutturali profondamente radicati nel carattere stesso della nostra epoca, se si considera come la regionalizzazione estrema del nostro paese si sia realizzata non per effetto di un riordino dei poteri dello Stato disposto da una maggioranza parlamentare berlusconiana, ma come esito di una riforma costituzionale voluta e approvata dal centrosinistra portato al governo del paese, nel 1996, anche dai voti comunisti. Un centrosinistra il cui obiettivo dichiarato era, non a caso, traghettare l’Italia verso la moneta unica europea e riconfigurarne allo scopo il tessuto economico. Il sistema sanitario lombardo privatizzato per oltre il 40%, terra di conquista per consorterie e gruppi d’affari legati tanto agli ambienti politici della destra (sia confessionale che laica) quanto a quelli di centrosinistra, è figlio in quota determinante di quella riforma, dunque di entrambi i poli dell’alternanza della cosiddetta Seconda Repubblica: un elemento che già di suo induce a collocare il leghismo in una dimensione storica più chiaramente definita e contribuisce a spiegarne il perdurante successo.

Osservando la Lombardia nella prospettiva inversa, che guarda al livello locale partendo da quello globale, viene in mente un passaggio dell’importante intervento pronunciato appena pochi giorni fa, in occasione dell’apertura degli “Stati Generali” convocati dal Governo Conte a Villa Pamphilj, dalla presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Leyen. Un intervento breve ma di notevole rilevanza, i cui contenuti sono passati non a caso inosservati, come accade sistematicamente e in modo organizzato a tutte le espressioni pubbliche di una qualche importanza che abbiano a che vedere con quanto vi è di politicamente rivoluzionario (nel senso gramsciano di rivoluzione passiva) nei disegni strategici perseguiti dall’Unione Europea. Un discorso che significativamente si conclude con l’evocazione di un elemento che pure sembra si faccia di tutto per cancellare dal novero di quelli costitutivi della percezione che le italiane e gli italiani hanno della realtà del loro paese: l’Italia conta sulla seconda più estesa base industriale dell’Unione Europea, subito dopo la Germania. Una base industriale pienamente integrata nelle filiere europee, che quindi contribuisce in modo decisivo a offrire l’impalcatura materiale su cui si regge l’edificio dell’UE e che ha il suo baricentro in Lombardia.

Un fattore, questo, che risulta decisivo per determinare in che modo il nostro paese partecipi al riordino radicale che, a partire dalle relazioni strutturali, sta consentendo il sorgere nel vecchio continente di una superpotenza dai caratteri inediti. Una superpotenza che si candida alla funzione di paradigma per la riconfigurazione delle relazioni strutturali su scala planetaria e per lo sviluppo di forme altrettanto nuove di esercizio del potere e di governo dei processi economici e sociali. Il tutto in una dimensione completamente emancipata dall’interazione con gli ambiti politici più direttamente condizionati dal rapporto, un tempo reso obbligato dall’avvento della moderna democrazia, con la partecipazione popolare e gli istituti tradizionali della rappresentanza.

Vista in quest’ottica, la Lombardia non appare soltanto, come ovvio, come la regione che aggancia l’Italia a questa rivoluzione passiva in atto, ma anche come un modello esemplificativo delle relazioni politiche e del disciplinamento sociale che essa impone. In altri termini, un’interpretazione della situazione lombarda che proceda a partire dalla dimensione globale, porta a identificare questa regione come espressione, su scala ridotta ma in via di compimento, di tutti gli elementi caratteristici del riordino delle relazioni sociali di cui la rivoluzione passiva europea è portatrice.

Da questo punto di vista, emerge in tutta la sua carica emblematica la figura del sindaco di Milano Beppe Sala, le cui ambizioni si spingono notoriamente ben oltre Palazzo Marino: un tecnocrate del capitalismo finanziario, passato – per nulla casualmente sotto le insegne del PD – dal “top management” delle più importanti compagnie all’occupazione dell’istituzione comunale per conto degli stessi interessi. Un dirigente d’azienda transitato alla politica sotto i buoni uffici di Letizia Moratti, l’ultima sindaca di destra della città e componente per matrimonio di una delle dinastie del grande capitale industriale finanziarizzato italiano, che lo nominò direttore generale del Comune, spianandogli la strada destinata a condurlo al commissariato straordinario per Expo 2015 con il plauso unanime ed entusiastico di centrodestra e centrosinistra. E ben si ricorderà quale ardito modello di sfruttamento, precarizzazione del lavoro, uso spericolato e a dir poco scarsamente trasparente, il tutto sotto il pesante belletto di un’artefatta esaltazione cosmopolita, abbia rappresentato Expo 2015 per Milano, la Lombardia e l’Italia intera.

Beppe Sala è un esempio perfetto del dirigente politico d’impronta europea (e dunque cosmopolita) che va affermandosi a tutti i livelli. La sua figura rappresenta al meglio tutti i tratti distintivi della relazione tra l’economico e il politico nell’era del perfezionamento della rivoluzione passiva europea: un rapporto di sussunzione della politica nell’ambito di una gestione tecnocratica “illuminata” e “moderna”, capace addirittura di addomesticare l’eredità dell’antifascismo per riconciliarla con il capitale finanziario, suo irriducibile nemico storico, e spogliarla della sua spinta propulsiva di trasformazione dell’esistente. Compiuto questo passaggio, essa può essere infine declinata come mera suggestione paternalista da utilizzare come elemento per spingere alla passività masse decomposte in nicchie subculturali e categorie individualistiche, divise le une dalle altre da barriere invalicabili d’incomunicabilità. Barriere capaci di seppellire sotto una coltre di relativismi e distinguo la lotta per il riconoscimento che sostanzia la possibilità di una morale universale fondata sull’eguaglianza e sulla libertà (formali e sostanziali) e dunque di un’umana fratellanza. Un ruolo, questo, che nel disegno ultraimperialista europeo spetta naturalmente a un campo “progressista” trasversale alle grandi famiglie politiche (socialdemocrazia, cristianesimo democratico, ecologismo compatibilista e liberalismo), ormai pienamente riconciliate dal loro superamento a opera del moto impresso alla storia dalla globalizzazione dei mercati. In Italia, non a caso, quella riconciliazione ha già assunto una prima, definita fisionomia partitica: quel PD che, appena quattro anni dopo la sua fondazione, conquistava assai simbolicamente il comune di Milano dopo quasi un ventennio di strapotere leghista e berlusconiano.

Beppe Sala è dunque il prodotto archetipico e compiuto di questo nuovo campo “progressista”; il suo “modello Milano”, quella Milano che non si ferma né può fermarsi e che accetta il rischio mortale del contagio per continuare a macinare utili, ne è allo stesso tempo la dichiarazione programmatica e l’atto etimologico. In tutto e per tutto, una perla di un sogno europeo punteggiato da mille “Camelot del profitto” culturalmente, esteticamente e umanamente ridotte al cliché ripetibile all’infinito di un panorama modellato sui pilastri del doppio sfruttamento: quello del lavoratore allo stadio terminale della sua alienazione e quello del consumatore allo stadio terminale della sua animazione macchinale. Sia detto come spunto a latere, ma è proprio il conflitto tra queste due identità generato dalla crisi economica, che materialmente convivono in ciascuno di noi, a contribuire a produrre le condizioni soggettive per l’affermarsi del consenso di massa alle soluzioni autoritarie che incessantemente stabilizzano l’intero sistema.

Con un rango e un profilo decisamente più bassi di quelli di Sala, epigoni minori interpretano il suo stesso canovaccio. Tra questi assume certamente una sua autonoma rilevanza il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, rappresentante organico del processo di estensione della periferia milanese e conseguentemente, in occasione dell’ultima competizione elettorale, candidato del centrosinistra alla presidenza di Palazzo Lombardia. Una figura di arrivista cresciuto alla corte di Mediaset, che nelle condizioni create dalla pandemia, per aprirsi nuovi margini di ascesa non ha esitato a presentarsi, in momenti diversi, tanto come sostenitore del modello “Milano non si ferma” (“Bergamo is running”, nella variante proposta dalla Confindustria bergamasca in un video diventato tristemente noto), quanto come guida pietosa di una comunità piagata dal lutto.

Altrettanto emblematico, il duo Fontana-Gallera alla guida della Regione esprime perfettamente la funzione che tocca alla destra reazionaria in questo contesto: garante ideologico del disciplinamento delle classi medie impoverite, del sottoproletariato crescente e disperato, delle categorie sempre più vaste che vengono brutalizzate dagli effetti materiali della rivoluzione passiva e, oltre a ciò, compartecipe del tessuto di commistione tra pubblico, privato e giri d’affari più o meno alla luce del sole che rappresenta l’altra faccia della medaglia del processo in corso. Non per nulla, proprio la Lombardia ha prodotto un altro tragico interprete del dramma: quel Roberto Formigoni, presidente della Regione per quasi un ventennio e infine giudicato colpevole di corruzione proprio nell’ambito della sanità, con cui Fontana e Gallera, tramite Maroni, sono in piena continuità.

Siamo qui in presenza del disvelamento della reale essenza di quella “economia sociale di mercato” che rappresenta il manto ideologico di cui la costruzione europea si ricopre e che affonda le sue basi nell’ordoliberismo di matrice tedesca: uno strumento egemonico decisamente più sofisticato delle dottrine neoliberiste di marca statunitense, prodotto in Europa e che all’Europa ultraimperialista in costruzione fornisce il paradigma di un neocorporativismo inedito, molecolare e pervasivo, perfetto per far da riscontro sul terreno del disciplinamento sociale alle rigide compartimentazioni tecnocratiche, economiche, territoriali e produttive della superpotenza nascente.

Sull’altare sacrificale del rito del passaggio alla nuova fase storica, la Lombardia ha celebrato l’olocausto delle sue quasi diciassettemila vittime della pandemia. Diciassettemila esseri umani uccisi da un male i cui effetti certo non erano del tutto prevenibili, ma che si è diffuso attraverso le traiettorie dell’economia globalizzata e al quale la rivoluzione passiva europea ha spalancato margini più ampi di letalità.

Per trarre i necessari insegnamenti da quanto avvenuto, per inserire quelle morti entro il senso generale della storia che offre una sintassi grazie alla quale leggere e mettere in connessione tra loro eventi in apparenza non collegati, la drammaticità del caso lombardo offre spunti che è nostro dovere politico e morale non ignorare. Spunti determinanti per comprendere i nostri compiti di oggi e cosa dobbiamo diventare per recuperare il terreno perduto e porci all’altezza dei conflitti di domani.

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