Referendum e amministrative: capire le ragioni dei risultati, attrezzarsi per cambiare passo

Documento della Segreteria Centrale di Fronte Popolare

Il risultato del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari non lascia margini di ambiguità: con un’affluenza alle urne intorno al 54% e una percentuale di SI di poco inferiore al 70%, la riforma voluta fortemente dal Movimento 5 Stelle è stata confermata dal responso delle urne.

Sul versante degli equilibri politici, il risultato avrà certamente l’effetto di stabilizzare la maggioranza di governo, malgrado la tornata amministrativa confermi la profonda crisi della compagine grillina. La campagna a favore del NO promossa nelle ultime settimane dai maggiori gruppi editoriali italiani e dai loro organi di stampa, a cominciare dall’Espresso e dal Corriere della Sera, che aveva l’evidente obiettivo di alterare i rapporti di forza tra i partiti di governo, non è valsa a modificare il risultato annunciato della consultazione se non di pochi punti. Il NO dei grandi gruppi editoriali e di chi li controlla va in ogni caso nettamente distinto da quello delle forze della sinistra di classe e sinceramente democratiche, cui anche noi ci siamo uniti.

L’assetto costituzionale dello Stato si dimostra, una volta di più, assai vulnerabile. Quella sancita dal voto di ieri è stata la terza riforma costituzionale approvata in meno di vent’anni, dopo quella del Titolo V nel 2001 e l’introduzione del principio del pareggio di bilancio che, nel 2012, modificava gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione. Occorre sottolineare che il taglio lineare del numero dei parlamentari rappresenta indubbiamente quella tra le tre riforme che in sé incide in assoluto meno sulla conformazione dei nostri poteri costituzionali e sul carattere politico e sociale del regime repubblicano. È anche il caso di sottolineare l’apporto decisivo del centrosinistra all’approvazione di tutte e tre le riforme, malgrado le ostentate recalcitranze manifestate nel caso del taglio dei parlamentari.

Certamente il voto di ieri conferma il baratro crescente che esiste nel nostro paese tra società civile e società politica, l’assoluta (e tra l’altro comprensibile) mancanza di prestigio di cui soffre la seconda e la conseguente, inarrestabile decadenza della dignità riconosciuta dalle masse popolari alle istituzioni rappresentative. Ciò manifesta uno dei tratti fondamentali dell’involuzione autoritaria in atto da anni in Italia, che ha avuto il suo punto di caduta dopo il crollo del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda, l’autoliquidazione del Partito Comunista Italiano e il conseguente venir meno delle condizioni politiche e dei rapporti di forza innanzitutto sul piano sociale che, nel quarantennio della cosiddetta Prima Repubblica, avevano fornito le basi per la stabilizzazione del quadro istituzionale definito dalla Costituzione pur nel contesto della negazione delle sue ragioni e principi fondanti, espressi nella prima parte della Carta ma incompatibili con l’appartenenza del paese al blocco atlantico imperialista.

Il sistematico svuotamento delle istituzioni rappresentative che ha avuto luogo nella nuova fase storica apertasi nel 1992, esprime pienamente i caratteri dei nuovi rapporti di forza a livello sociale, il ripiegamento e la perdita di una fisionomia compiuta e indipendente delle classi lavoratrici sia sul piano politico che su quello sociale, la trasformazione dell’ambito della politica attiva in terreno esclusivo di azione delle classi dominanti e dei loro apparati egemonici. La liquidazione della forma del partito di massa, nell’ultima fase della quale il modello di “e-democracy” promosso dal M5S ha giocato un ruolo fondamentale, e la trasformazione dei sindacati in chiave corporativa, segnalano la regressione neoliberale della politica a terreno d’azione esclusivo di potentati economici, gruppi d’interesse e conventicole. Le grandi masse, ormai educate all’ineluttabilità dello stato di cose presente, divengono ostaggio della manipolazione delle loro pulsioni elementari secondo i ritmi, i criteri e le dinamiche di un marketing elettorale che produce e distrugge “leaders” e movimenti a un ritmo sincopato e a ciclo continuo, facendo riscontro ai rapporti di forza che di volta in volta si producono in seno alle classi dominanti, tra i loro clan internazionali e nazionali.

Il terreno su cui tutto ciò si sviluppa è quello del processo d’integrazione europea. I trattati di Maastricht, Nizza e Lisbona, l’introduzione dell’euro e il Recovery Fund costituiscono l’origine ultima e la ragione fondante dell’annichilimento lento e inesorabile dell’assetto costituzionale italiano del 1948 e del suo superamento attraverso riforme successive. La riforma delle autonomie locali del 2001, non a caso voluta dal centrosinistra ultraeuropeista, apriva la strada alla disgregazione dello Stato nazionale nel quadro dell’Europa delle regioni; la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio nel 2012 veniva direttamente dettata dall’Unione Europea per salvaguardare i propri strumenti economici e finanziari nel quadro della crisi mondiale innescatasi nel 2008 e oggi ancora in corso. La schiacciante vittoria del SI al taglio del numero dei parlamentari, decisamente meno rilevante sotto tutti i punti di vista e non specificamente funzionale a nessun processo reale, manifesta tuttavia a sua volta il collasso della democrazia rappresentativa e la vittoria egemonica del regime politico burocratico, verticale, classista e tecnocratico incarnato da quella stessa “costruzione europea” che non a caso noi definiamo come una rivoluzione passiva.

Una vittoria, quella del SI, che il 20 e 21 settembre scorsi ha avuto il suo corollario necessario, a livello politico, nella tenuta di un centrosinistra stabilizzato attraverso il consolidamento dei suoi potentati regionali (il blocco economico-politico-burocratico in gran parte di derivazione post-comunista in Toscana, quelli clientelari e neo-feudali di De Luca ed Emiliano in Campania e Puglia), ma anche nella schiacciante affermazione di Luca Zaia e del leghismo autonomista nel Veneto. Le istituzioni rappresentative, a partire dal Parlamento, vengono delegittimate e svuotate, viene rilanciata la questione dell’autonomia differenziata, l’estrema destra ostile all’UE vede indebolirsi la sua presa egemonica sul centrodestra in favore di un autonomismo che acquista ragion d’essere proprio nel quadro dell’UE. L’adesione piena dell’Italia al progetto europeista viene così riaffermata su tutti i fronti.

La vittoria del SI nella consultazione referendaria deve essere dunque letta in tutte le sue implicazioni profonde, al di là del suo impatto quantitativo sulla composizione del Parlamento che, come segnalavamo già al momento di prendere posizione a favore del NO, in sé e in un altro contesto non rappresenterebbe necessariamente una restrizione degli spazi democratici e in passato è stata anzi più volte presa in considerazione ed evocata dalle forze della sinistra di classe.

Se si vuole mettere mano alla costruzione di un campo politico antagonista e in lotta per il socialismo che sia attrezzato per agire nella società di oggi, è urgente prendere atto che, in conseguenza della fine della Guerra Fredda, dei processi profondi di ridefinizione dei rapporti di forza tra le classi dominanti che caratterizzano il mondo contemporaneo e che vedono nell’Europa uno dei principali motori di trasformazione degli equilibri mondiali, e infine della soppressione sistematica delle forme di espressione indipendente delle classi lavoratrici a livello politico e sociale, in Italia e in tutta Europa, oggi non esiste più né un blocco sociale né un complesso organico di forme organizzate cui la causa della difesa della Costituzione del 1948 possa fare appello.

La Carta costituzionale, che già non è più da tempo quella voluta dall’Assemblea costituente segnata dalla vittoria dell’antifascismo nel 1945 e dalla capacità egemonica delle istanze socialiste e comuniste che erano state protagoniste della Resistenza, viene punto per punto modificata, svuotata o ignorata perché sono venute meno le condizioni per una vigilanza organizzata e ispirata dal protagonismo popolare, che abbia gli strumenti per imporne la salvaguardia e l’attuazione. Le sconfitte referendarie dei tentativi di riforma portati avanti da Berlusconi nel 2006 e da Renzi nel 2016 sono state a loro volta non manifestazione di resilienza dei valori costituzionali, ma frutto di accumulazioni occasionali di forze determinate da calcoli politici contingenti o da un generico e non indirizzato malcontento popolare nei confronti delle forze di governo.

Costruire le condizioni per una battaglia democratica e orientata al socialismo nel nostro paese significa dunque anzitutto dar vita a processi di convergenza a sinistra che siano a loro volta democratici, paritari e pienamente rispettosi delle differenze, per poi procedere a un esame approfondito delle condizioni della lotta politica nel nostro paese e nel quadro europeo.

Prendendo atto della fine degli equilibri costituzionali del 1948, determinata dalle successive riforme costituzionali nel quadro dettato direttamente o indirettamente dall’adesione alla “costruzione europea”, occorre condurre una riflessione profonda su quali forme istituzionali possano dare risposta concretamente alle esigenze della ricostruzione del protagonismo popolare nelle condizioni attuali.

In altri termini, è urgente che la sinistra di classe cessi di aderire passivamente e per inerzia alle variopinte accozzaglie che di volta in volta si raccolgono nei fronti del NO e avanzi proposte per riforme costituzionali che siano in linea con i suoi obiettivi strategici, unendo le forze delle soggettività che la compongono per costruire intorno a quelle proposte almeno un embrionale consenso di massa. Nelle mutate condizioni sociali, economiche, politiche e culturali cui dobbiamo dar risposta, non ci possiamo permettere che il monopolio delle proposte di cambiamento resti nelle mani delle classi dominanti e delle loro espressioni politiche.

Dalle sconfitte si può apprendere molto, se se ne ha la disposizione. C’è da augurarsi che la schiacciante vittoria del SI al taglio dei parlamentari ce ne fornisca infine l’occasione.

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