Tribuna congressuale – Potere o settarismo?

Dando avvio alla fase che ci condurrà a celebrare il nostro Secondo Congresso la prossima primavera, iniziamo con oggi la pubblicazione di una serie di riflessioni e contributi, scritti a titolo individuale da nostre compagne e nostri compagni, sulla strategia e la tattica da seguire per la ricostruzione di un movimento di lotta per il socialismo nel nostro paese.

La prima riflessione, sul rapporto tra soggetto rivoluzionario, potere e istituzioni, è del compagno Adamo Mastrangelo.

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Ciò che affascina è la radice della parola potere. Dal verbo latino poteo, cioè la possibilità e capacità di compiere un’azione. Il potere, sempre più spesso visto come concetto negativo, in realtà ricopre una funzione positiva, non solo nella terminologia politica. Il potere è dunque sinonimo di possibilità di fare, di libertà di azione, di trasformazione della realtà da idea a prassi.

Ogni organizzazione politica, rivoluzionaria o conservatrice che sia, tende all’acquisizione del potere per compiere azioni concrete in tema di vita pubblica, solitamente – ma non solo – attraverso l’uso delle istituzioni in ogni sua forma. L’istituzione diventa strumento (e non fine) per mettere in pratica il potere della propria organizzazione politica, di trasformare le idee in azione pratica e, di conseguenza, influenzare la vita della collettività intera.

Si distinguono poi le organizzazioni politiche rivoluzionarie da quelle conservatrici, nel senso più puro dei termini: chi vuole cambiare una condizione e chi vuole mantenerla. Un’organizzazione rivoluzionaria, si dà li caso che parta in enorme svantaggio: ogni organizzazione sociale – e dunque le sue istituzioni – si sono ben preoccupate di conservare il proprio status quo difendendolo a ogni modo da ogni possibile perturbazione. Quest’ultima è invece l’oggetto stesso dell’organizzazione rivoluzionaria: perturbare il presente e consentire una rivoluzione dello stato di cose presente in quel dato momento. Come dicevamo questa è una condizione svantaggiosa poiché necessita di abbattere dapprima le difese che un sistema stabile tende a mettere in campo.

In un sistema democratico liberale assodato (cioè stabile e datato) il percorso è certamente più lungo e richiede la capacità dell’organizzazione rivoluzionaria di prendere in considerazione tutti gli elementi che la circondano, cominciando dalla struttura sociale ed economica nella quale vive. A seconda che si viva in condizioni economiche più o meno buone, ci saranno più o meno possibilità di usare certe tattiche piuttosto che altre, certi strumenti piuttosto che altri. Le istituzioni sono per noi uno strumento indispensabile, in seno ad una democrazia stabile e datata, per abbattere le difese del sistema sociale attuale e potervi inserire praticamente, con atti concreti, elementi di trasformazione e creare le condizioni materiali per uno stravolgimento degli assetti sociali.

Il potere, che di per sé è l’elemento indiscutibile per qualsiasi reale cambiamento, diventa nel sistema democratico l’uso delle istituzioni a ogni livello. Non è sufficiente la mera testimonianza o la semplice denuncia dei fatti per rivoluzionare un sistema, non solo perché esso tenderà ad auto-conservarsi, come è ovvio che sia e dunque tenderà a estromettere ogni elemento rivoluzionario nella sua organizzazione stabile, ma anche perché le buone condizioni economiche non favoriscono una coscienza rivoluzionaria. Si potrebbe facilmente negare le obiezioni che verranno fatte in tema di “buone condizioni economiche” con i fatti che ogni persona di buon senso può verificare da sé: il welfare occidentale, accompagnato dal fossilizzarsi dell’ideologia del consumo, con il conseguente passivizzarsi delle coscienze di classe, riescono a mantenere ancora saldo quel sistema di relativa pace sociale utile al mantenimento delle istituzioni democratiche.

Usare le istituzioni democratiche come strumento per l’acquisizione di potere diventa, nella fase attuale, indispensabile. Sarà premura dei rivoluzionari da passatempo obiettare a questa considerazione. Il potere dev’essere a ogni livello lo strumento politico, all’interno di un sistema democratico, che dobbiamo saper utilizzare non solo nella gestione ordinaria dei rapporti tra istituzioni e società, ma anche per conquistare sempre nuovi spazi di influenza. Il tema delle elezioni è dunque un tema centrale, che in tanti Paesi ha dimostrato come si può riuscire a conquistare sempre più ampie fette di potere, a volte anche – tatticamente – attraverso alleanze e partecipazioni ad organizzazioni politiche dichiaratamente e geneticamente diverse, che si trasformano anch’esse in meri strumenti da usare come organizzazione rivoluzionaria matura e cosciente. Ne sono esempi, con le varianti del caso che le contraddistinguono dal caso europeo e italiano, la partecipazione dei socialisti americani alle elezioni del partito democratico, il caso del partito laburista britannico, il caso francese con Jean-Luc Mélenchon. È giunto dunque il momento di intraprendere una discussione seria, che certamente metta in relazione esperienze totalmente diverse e per certi aspetti distanti dal contesto italiano, ma che riesca a tradurre il caso italiano ed europeo in azioni concrete e realmente influenti per l’intera società.

Dobbiamo rigettare, non solo attraverso i dati e le analisi della realtà, e non solo comprendendo quanto un più alto livello di discussione debba allontanarsi il più possibile da perfezionismi dell’ideologia, ogni estremismo da poltrona e ogni parossismo dottrinale, per concentrarci concretamente in un’attività politica moderna e profondamente rivoluzionaria.

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