Gli Stati Uniti oltre Biden e Trump, l’occasione storica di un cambiamento reale

Articolo di Alessio Arena, pubblicato sul numero 5 di Ragioni e Conflitti, rivista del Partito Comunista Italiano, uscito il 4 dicembre 2020. Invitiamo a scaricare la rivista integrale in formato digitale cliccando qui.

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“C’è una solitudine che può essere cullata. Le braccia incrociate che stringono le ginocchia. Continua, continua questo movimento che, a differenza di quello di una nave, rende calmi e contiene in sé colui che culla. È una cosa interna – tesa come la pelle. Poi c’è la solitudine che vaga. Neanche cullandola la si può tener ferma. È viva, per conto suo. Una cosa secca, che si allarga, e fa risuonare i passi di chi cammina come se venissero da un posto lontano”. Questo passo di Beloved, straordinario romanzo della scrittrice afroamericana premio Nobel Toni Morrison, esprime l’essenza della polarità entro cui sono ricompresi i destini della società statunitense.

Catturati nel gorgo delle loro memorie mai sopite, strangolati dalla catena infinita degli arbitrî e delle visibili e invisibili violenze di cui è intessuta da secoli la loro vita quotidiana, gli Stati Uniti oscillano sempre più visibilmente entro l’arco definito da questi due estremi: il nascondimento, la negazione, e la collera pulsante che travolge, che definisce, che prepara all’affermazione le ragioni di un cambiamento che la vita stessa s’incarica ogni giorno di reclamare come necessario.

Se nella vita americana ciò è vero da sempre, gli ultimi due decenni si sono incaricati di liquidare qualunque fraintendimento: con intensità crescente, con un ritmo di giorno in giorno sempre più martellante, la lotta sociale è andata imponendo l’irrefutabilità della sua immanenza. Guardando retrospettivamente al cammino percorso a partire dalla manifestazione del 30 novembre 1999 a Seattle, con cui l’altra America rispondeva all’allora imperante ideologia della globalizzazione imposta dall’amministrazione Clinton, fino ai più recenti sviluppi del movimento Black Lives Matter, l’evidenza cui ci si trova di fronte è quella di una ricerca dei modi e delle forme di un antagonismo sociale capace d’investire l’intera società. Una ricerca tuttora incompiuta, che esprimendo una moltitudine di tensioni nascoste sotto la coltre epidermica di un credo neoliberista solo apparentemente invincibile è andata tuttavia precisandosi, apprendendo dalle proprie sconfitte, preparandosi a corrispondere con le proprie caratteristiche a un fatale protagonismo.

Se si guarda alle elezioni presidenziali dello scorso 3 novembre attraverso questa lente, non potrebbe essere più stridente la non rispondenza tra la polarità in esse rappresentata e quanto la società ha espresso ed esprime in termini di potenzialità di cambiamento.

Da un lato Donald Trump, il presidente uscente, il volto sotto cui si nasconde l’intricata matassa di estremismi, brutalità, sentimenti reazionari dell’America che è pronta a rinnegare finanche i formalismi della sua vetusta democrazia liberale, pur di fermare il flusso della Storia che impone il cambiamento.

Dall’altro Joe Biden, nelle cui sembianze è riassunta tutta la frusta spossatezza di quell’anima del Partito democratico che rappresenta se stessa come aperta e votata al progresso, che si è crogiolata per lungo tempo nell’immaginifica evocazione delle “nuove frontiere”, ma che alle classi popolari non ha da offrire altro se non corruzione, abusi, sporadiche elemosine da usare nel tentativo di far fronte alle più drammatiche esigenze della sussistenza e tanta, tanta ipocrisia.

A nulla vale, in questo senso, l’effimera conquista di una Kamala Harris alla vicepresidenza. Seppure non trascurabile, la possibilità per tutte e tutti di riconoscersi somaticamente in chi occupa gli scranni del potere politico, dunque non più riservati in via esclusiva alla razza bianca e al sesso maschile, nasconde a malapena tanto le posizioni politiche sostanziali – si può essere neri, si può essere donne e accedere alle stanze dei bottoni solo se si è un Colin Powell, una Condoleeza Rice, un Barack Obama o, appunto, una Kamala Harris – quanto la sproporzione permanente dei numeri in virtù della quale, una volta che la Harris si sarà insediata alla Casa Bianca lasciando il suo seggio senatoriale, alla Camera alta potrebbe non esserci più una donna di colore fino almeno alle prossime elezioni, tanto ciò rappresenta ancora una circostanza eccezionale.

Trump è stato sconfitto, seppure non nettamente, in un’elezione che è stata in tutto e per tutto un referendum su di lui. Fa di tutto per non riconoscerlo, ma ormai non gli resta più spazio di manovra. Ritarda la chiusura dello scrutinio dei voti, presenta ricorsi giudiziari a raffica e tuona contro presunti brogli elettorali di cui non pare in grado di fornire alcuna evidenza. Rifiutandosi di collaborare con lo staff designato da Biden per la transizione, giunge a evocare scenari da golpe istituzionale. Gli estremisti di destra che in lui si riconoscono impressionano il mondo mostrandosi in pubblico con le armi in pugno, eccitati fino al parossismo dall’opportunità di tornare a dare un’espressione ambiziosa al loro terrore nei confronti del mondo che va avanti. Tutto questo mina dalle fondamenta la stabilità del dettato costituzionale e la sacralità delle istituzioni su cui per oltre due secoli si è edificato il regime classista che governa gli Stati Uniti. Il Make America Great Again (MAGA) trumpiano, esplicita ammissione di una crisi non più occultabile, diventa dunque un moltiplicatore di quella stessa crisi nella misura in cui, per sostentarsi e conquistare le masse, non può che minare i capisaldi essenziali del potere americano, all’interno come a livello internazionale.

È stata la preoccupazione per questo effetto a determinare l’ostilità manifesta di larghi settori delle élites e dello Stato profondo nei confronti di Trump e della sua amministrazione. Non, come qualcuno ha potuto incredibilmente credere, il preteso “isolazionismo” sbandierato dal tycoon – una tendenza della destra storica statunitense che la realtà del sistema imperialista si è incaricata di relegare senza ritorno tra i relitti del passato remoto.

La realtà è che nei suoi quattro anni alla Casa Bianca, Trump ha demolito una parte rilevante degli sporadici barlumi di politica sociale, ha tagliato drasticamente le tasse ai ricchi, ha proseguito le guerre infinite trascinando il mondo – appena lo scorso gennaio – a un passo dal precipizio di una guerra contro l’Iran che una volta innescata sarebbe potuta divampare senza limiti. Fedele alle promesse elettorali, ha innescato la guerra commerciale con la Cina, attaccato frontalmente gli interessi dell’Unione Europea, fornito un appoggio incondizionato alle monarchie sanguinarie della Penisola arabica intente ad alimentarsi con il sangue del popolo yemenita e al regime sionista d’Israele. All’interno, la sua contiguità con l’estrema destra, il suo razzismo e sessismo manifesto, la sua sfacciata tolleranza nei confronti di ogni forma di violenza, hanno fatto da moltiplicatore alla brutalità razzista, alle pulsioni omicide che albergano nei ranghi dei corpi di polizia, all’accanimento spietato nei confronti dei migranti alla frontiera messicana. Se è vero che fino all’esplodere della pandemia da coronavirus la disoccupazione segnava il minimo storico, per milioni di persone si tratta di cattivo lavoro, con orari massacranti, per salari insufficienti al sostentamento che obbligano a trovare un secondo, spesso anche un terzo impiego per far fronte alle necessità della sopravvivenza.

Ecco, dunque, cos’è stata la presidenza Trump: un tentativo di costringere con la brutalità la rabbia determinata da tanta ingiustizia a celarsi sotto la pelle di quella solitudine nascosta descritta poeticamente dalle parole di Toni Morrison.

Naturalmente non ha funzionato. La rabbia sociale, già esplosa a ondate sotto l’amministrazione Obama, con Trump è dilagata senza più argini. Mentre la coesione sociale si sgretolava, all’esterno il soft power dell’ideologia di Washington evaporava, la contraddizione ormai insanabile con gli interessi europei si mostrava in piena luce, lo scontro con la Cina manifestava l’irrefutabile impossibilità di esercitare la tanto cercata leadership planetaria. Esattamente tutto ciò che nell’ultimo quarto di secolo ha terrorizzato i più lucidi e spietati teorici dell’imperialismo americano, da Zbignew Brzezinski a Samuel Huntington, da Francis Fukuyama a Henry Kissinger.

In una parola, vittima eccellente del MAGA è stato in ogni senso il miraggio dell’eccezionalismo americano. Le “nuove frontiere” sono evaporate, l’inganno è stato svelato e per tutti, all’interno come all’esterno, è risuonato un nitido rompete le righe. Infine, i duecentocinquantamila morti provocati fino a ora dall’incontrollato diffondersi del Covid 19 si sono incaricati di fornire di tutto ciò una tragica manifestazione.

A questo alludono Joe Biden e Kamala Harris, rispettivamente espressioni della nostalgia del passato e dell’esigenza d’imbellettarsi le sembianze sfiorite che attanagliano l’establishment politico di Washington, quando nei loro discorsi della vittoria parlano di guarire l’America. Nel più classico canovaccio della crisi degli imperi, la loro promessa è un tentativo di ritorno al passato che, al contrario del MAGA trumpiano, pretende di convincere la collera sociale a farsi nuovamente solitudine nascosta.

Tornare indietro però non è più possibile, perché quel furore non nuovo nell’esperienza storica del paese, oggi pare assumere una fisionomia inedita. Oggi negli Stati Uniti la solitudine “fa risuonare i passi di chi cammina”. Oggi, più compiutamente che mai, essa genera lotta politica, chiama vaste masse all’azione per perseguire rivendicazioni chiare e concrete, capaci di determinare i contorni di una proposta di cambiamento in grado di porre, seppure parzialmente, la questione del potere tra le classi.

Innalzamento del salario minimo a quindici dollari l’ora; assistenza sanitaria universale, pubblica, gratuita e di qualità; istruzione anch’essa pubblica, gratuita e di qualità e abolizione del debito studentesco che rovina vite quando ancora esse sono agli albori; uno stringente controllo delle armi che metta un freno alla violenza omicida nelle strade; un modello di ordine pubblico fondato sulla partecipazione delle comunità, capace di disarmare e mettere fine alla brutalità delle forze di polizia; il taglio delle spese militari, la fine delle guerre infinite, lo smantellamento dell’apparato militare-industriale e una nuova politica estera di pace e cooperazione. Sono solo alcune delle rivendicazioni cui l’ascesa della sinistra ha conferito centralità, motivando all’organizzazione un numero esponenzialmente crescente di persone e innanzitutto di giovani.

“Il movimento sta crescendo, perché sempre più persone vedono l’azione politica come una parte regolare e necessaria della vita. Il modo in cui ciò influirà sugli equilibri del potere nel nostro Paese, però, non si è ancora manifestato”, ci diceva appena un mese prima del voto Annie Levin, esponente dei Democratic Socialists of America (DSA), intervistata da chi scrive per La Città futura[1].

Passati nel giro di pochi anni da contare poche migliaia di iscritti agli attuali più di ottantacinquemila, i DSA sono l’organizzazione socialista che più di tutte incarna i caratteri dell’ascesa della sinistra statunitense. Annoverano al loro interno una moltitudine – a tratti anche contraddittoria – di tendenze marxiste e la loro struttura, organizzata per comitati tematici e non centralizzata, garantisce un forte volume di attività militante: un attivismo visibile tanto sul territorio quanto all’interno del sindacato, che si esalta in occasione delle campagne elettorali.

Proprio i DSA, che nel 2018 erano riusciti a far eleggere al Congresso, nelle fila democratiche, le loro esponenti Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, con la recente tornata elettorale hanno rafforzato la loro pattuglia parlamentare con le vittorie di Cori Bush e Jamaal Bowman, ma anche la loro presenza nei parlamenti statali e nelle istituzioni locali.

Accanto ai socialisti, anche i ranghi dell’area progressista del Partito democratico si sono infoltiti. Figure come quella di Ilhan Omar, l’energica deputata somalo-americana del Minnesota sottoposta a un vero e proprio linciaggio mediatico da parte di Trump e dei media di destra perché rifugiata, donna, nera, musulmana e di sinistra, rafforzano la voce delle istanze di cambiamento e contribuiscono in modo rilevante ad alimentare il confronto intorno alle rivendicazioni che ne sono l’espressione immediata.

Quest’area progressista e socialista, pur variegata per posizioni e non del tutto compatta, è oggi decisiva per la maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti. Nel contesto confuso creato dalle resistenze di Trump a garantire la successione di Biden alla Casa Bianca, i suoi elementi d’avanguardia si muovono già attivamente per impedire all’amministrazione democratica entrante di mettere in sordina i fermenti sociali.

Se Bernie Sanders annunciava, appena pochi giorni dopo le elezioni, di aver depositato al Senato un’agenda di proposte da porre in discussione per dare risposta ai bisogni delle classi popolari – dal sostegno all’iscrizione dei lavoratori alle organizzazioni sindacali all’aumento del salario minimo e all’assistenza sanitaria gratuita –, Alexandria Ocasio-Cortez chiama all’organizzazione e alla mobilitazione popolare per “assicurare che l’amministrazione Biden mantenga le promesse fatte alle comunità e alla classe operaia di tutti gli Stati Uniti d’America”[2]. Ilhan Omar, dal canto suo, in un articolo su The Nation chiede a Biden di cogliere l’occasione storica di realizzare un cambiamento radicale in politica estera: “Abbiamo l’opportunità […] di riorientare la nostra politica estera, lontano dalle miopi alleanze militari e verso la giustizia. Possiamo creare un’America corrispondente a quanto viene dichiarato quando affermiamo di sostenere i diritti umani e la democrazia. Possiamo porre fine alla vendita di armi ai dittatori. Porre fine ai castighi collettivi contro civili innocenti”[3].

Naturalmente non siamo in presenza qui di manifestazioni d’ingenuità. Si tratta invece di un evidente tentativo di orientare alla radicalizzazione le aspettative che l’opinione progressista e liberal diffusa nutre in vista dell’insediamento dell’amministrazione Biden, in modo da alimentare un rafforzamento di quelle rivendicazioni quando, come prevedibile, la Casa Bianca le ripudierà.

Ora come mai prima, l’avvenire della lotta di classe negli Stati Uniti si trova davanti a un bivio: o un drastico salto di qualità o una sconfitta che aprirebbe la via a scenari reazionari inimmaginabili. Nostro compito sarà seguire da vicino gli sviluppi di questo fondamentale, difficile passaggio politico e, anche in virtù del legame profondo tra le due sponde dell’Atlantico, capir bene fino a che punto esso ci riguardi e da che parte stare.


[1] Chi sono i Socialisti Democratici d’America? Intervista ad Annie Levin – La Città Futura (lacittafutura.it)

[2] https://www.facebook.com/watch/?v=2763834627193219

[3] Representative Ilhan Omar: ‘I Hope President Biden Seizes This Opportunity.’ (thenation.com)

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