Le lezioni del voto: se vogliamo un perimetro della sinistra radicale, va ricostruito insieme

Dopo mesi di campagna elettorale, si è conclusa ieri l’ultima tornata di elezioni amministrative.

A caldo, la prima tendenza che ci pare di cogliere è quella dell’avanzata inesorabile del non-voto in larghe fasce di popolazione. In una campagna dove tutti, indistintamente, hanno annunciato di mettere al centro dei rispettivi programmi le periferie, nei primi risultati si può già chiaramente intravedere che man mano che ci si allontana dal centro delle città la partecipazione elettorale crolla. A nulla è servito che, a spron battuto, centrodestra e centrosinistra promettessero un grande rilancio delle parti periferiche delle città: il primo partito è l’astensionismo. 

L’abbandono delle periferie, ancora in parte mobilitate dal Movimento 5 Stelle la scorsa tornata, corrisponde ora ad un parziale ma significativo ritorno dell’Italia sui binari del bipolarismo. Al centro del palcoscenico elettorale delle grandi città sono infatti tornate le coalizioni del centrodestra e centrosinistra, con il movimento fondato da Grillo che gioca al massimo la parte di socio di minoranza di quest’ultima. D’altronde, il tentativo di Conte per salvare un movimento ormai del tutto fagocitato da logiche parlamentariste, sembra proprio quello di condurre i grillini nel campo del centrosinistra. (Significativo in questo senso è il gesto di Conte e Di Maio che non scelgono Roma per la prima apparizione in pubblico post voto). 

In questo quadro si inserisce anche la frenata della destra di Salvini e Meloni, entrambi travolti dagli scandali e, in definitiva, ridicolmente facili da ricattare a dispetto della loro retorica da duri e puri. Per lo meno per Salvini, si avvicina la notte dei lunghi coltelli: stufo della schizofrenia dell’attuale leader della Lega, il centrodestra si sta riorientando su Giorgetti, che rappresenta una Lega normalizzata e soprattutto affidabile. La Meloni ha una scelta: continuare a fare opposizione folkloristica da destra, o pentirsi e purificarsi sul cammino verso i palazzi del potere.

Infine, la sinistra radicale. Le conclusioni da trarre rispetto al nostro panorama sono, ancora una volta, piuttosto amare. Dove la sinistra si presenta divisa (Roma e Milano), i risultati sono in genere da prefisso telefonico. Poco più confortante è il dato bolognese, dove pure è mancato il dialogo a sinistra del PD. In questa città Potere al Popolo tocca il 2,5 e la lista unica tra Rifondazione e Partito Comunista Italiano raggiunge l’1,6: nessuno dei due eleggerà. 

In due città importanti come Torino e Napoli, e nella regione Calabria, l’unità a sinistra si è costruita attraverso un paziente lavoro di convergenza, durato anche mesi. A Torino, D’Orsi e la sinistra radicale reggono, ma non riescono a superare lo sbarramento. Insomma, al di là di tutti i timori su una prossima ‘invasione fascista’, nella capitale sabauda il centrosinistra torna alla ribalta, e si copre anche efficacemente a sinistra. A Napoli, invece, la sinistra unita supera ampiamente lo sbarramento (con la lista della candidata a Sindaca al 3.2%). Buona anche la prova di De Magistris che è riuscito ad aggregare un fronte molto ampio di forze e di consensi anche nella società civile.

I segnali che ci arrivano da questa tornata elettorale, però, rimangono in generale parecchio negativi per il nostro campo. Due ci sembrano le principali difficoltà che costringono la sinistra radicale nell’angolo. Da una parte, c’è un problema della costruzione del perimetro organizzativo-politico entro il quale agire. La collaborazione stabile tra le forze della sinistra radicale non si può limitare alla fase elettorale, anche se questa si trascina per mesi. Bisogna invece lavorare con convinzione a un coordinamento aperto, fluido, non vincolante sui singoli temi ma continuativo, che sia in grado di mettere in comune energie e interventi, e che si doti di strumenti organizzativi per monitorare passo per passo questo percorso. 

La questione organizzativo-politica, forse, può essere uno strumento per continuare a esistere in uno spazio politico nella società sempre più asfittico. E qui veniamo alla seconda enorme difficoltà che incombe sulla nostra esistenza, che poi è legata alla lotta per contrastare l’egemonia morale, ancor prima che politica, che le classi dominanti hanno acquisito. Per dirlo senza troppi giri di parole, la sinistra di classe non è più in grado di giocare un ruolo di rilievo come portatrice dei valori di progresso umano. Il testimone di questi valori è ormai saldamente nelle mani delle classi dominanti attivamente impegnate nella costruzione europea: attivamente (e più efficacemente della sinistra di classe) esse prendono parola in favore della transizione ecologica, dei diritti civili, in merito alle sfide della riorganizzazione del lavoro, e su ognuno di questi temi hanno agende serrate che producono risultati tangibili, ancorché distruttivi per larghe fasce della popolazione. Dall’altra parte della barricata non ci siamo noi, ma la destra xenofoba e nazionalista, presentata come spauracchio del ritorno alla guerra civile europea, ma abbastanza ammaestrata da non essere poco più che un fattore in un computo di costi e benefici, certo non un pericolo reale per la rivoluzione passiva europea. La sinistra radicale, noi, semplicemente non siamo della partita. O peggio, se una parte di sinistra lo è, è perché è in posizione subalterna e di servizio (come è stato a Torino per Sinistra Ecologista, e in molte altre città).

Per uscire dalla subalternità, non possiamo che approfondire la nostra capacità di critica all’ideologia dominante, acuire le sue contraddizioni che sono frutto della sua azione sulla realtà sociale, e agire nelle stesse per fare breccia. Non è un compito facile, ma è l’unico che ci spetta.

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