
Nell’ambito di un rinnovato sforzo di costruzione delle nostre relazioni internazionali, il cui obiettivo è mettere le compagne e i compagni italiani in contatto con i punti di vista e le analisi più avanzate sviluppate da comunisti, socialisti e anticapitalisti di tutto il mondo, pubblichiamo una lunga intervista a PJ James, segretario generale del Partito Comunista dell’India (ML) Stella Rossa.
Riteniamo che la straordinaria ricchezza e profondità analitica delle sue risposte possa offrire utili spunti per la comprensione dell’attualità di un Paese, l’India, i cui sviluppi avranno una profonda incidenza sull’avvenire dell’Asia, e dunque del mondo.
L’impressione che si ricava, osservando dall’esterno l’evoluzione del quadro politico indiano, è quella di una rapida trasformazione del paese in senso autoritario, sulla spinta della galassia Sangh Parivar di cui il partito BJP del premier Narendra Modi è una filiazione. Come si manifesta questa evoluzione nella vita concreta del paese?
Dal 2014, sotto il governo del BJP guidato da Narendra Modi, l’India, il paese più popoloso del mondo, costituisce un tipico esempio di fascismo del XXI secolo o neofascismo, cioè fascismo sotto il neoliberismo che, naturalmente, non è una copia conforme del fascismo classico. Il BJP, il più grande partito politico del mondo che guida il regime indiano, è uno strumento politico dell’RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh), la più grande e più longeva organizzazione fascista del mondo contemporaneo. Con le sue innumerevoli estensioni e affiliate all’estero come l’HSS (Hindu Swayamsevak Sangh), il VHP (Vishwa Hindu Parishad) e altre ancora, che rientrano sotto il grande ombrello del “Sangh Parivar” (Famiglia del Sangh), l’RSS ha esteso i suoi tentacoli in 156 paesi del mondo. Mentre in India si svolgono le celebrazioni per il centenario della RSS con il pieno sostegno del regime Modi, essa avrebbe, secondo quanto riportato, raggiunto l’obiettivo di 100.000 shakha (sezioni) in tutta l’India.
La fondazione dell’RSS nel 1925 fu contemporanea al fascismo classico associato sia a Mussolini che a Hitler, e mantenne stretti legami con loro durante tutti gli anni ’20 e ’30. In questo senso, l’RSS rappresenta l’unica organizzazione fascista al mondo con una continuità storica che va dal periodo coloniale alla fase neocoloniale-neoliberista dell’imperialismo. Con il suo obiettivo finale di stabilire una Rashtra Hindu brahmanica maggioritaria (nazione indù), il “nazionalismo culturale” della RSS, sin dalla sua stessa nascita, è stato il camuffamento di un estremo asservimento alla Gran Bretagna, quando l’India era sua colonia, e della dipendenza dagli Stati Uniti nel periodo del neocolonialismo del dopoguerra. In altri termini, la RSS non ha mai fatto parte della lotta anticoloniale e, dopo il ritiro formale della Gran Bretagna nel 1947, la RSS ha concesso la sua assoluta fedeltà all’imperialismo statunitense. Come le sue controparti sioniste, anche l’estrema destra asservita al capitale monopolistico internazionale rappresentata dalla RSS esercita una fiorente attività di lobbying negli Stati Uniti, attraverso la Republican-Hindu Coalition, Overseas Friends of BJP e altre strutture.
Le manifestazioni del fascismo della RSS in India sono davvero orribili. L’intera sfera politica, economica, amministrativa, giudiziaria, militare, culturale ed educativa dell’India è stretta nella morsa fascista della RSS. E non basta il potere statale: in modo molto simile alle camicie nere di Mussolini e alle camicie brune di Hitler, i delinquenti della RSS (chiamati anche Sanghi o Saffron) controllano il potere di strada in India. Per essere precisi, l’intera sfera micro e macro della società indiana oggi è sotto la salda presa del fascismo RSS. Quando i teppisti RSS scatenano il terrore, incluso il linciaggio dei Dalit “intoccabili” e delle comunità religiose minoritarie, specialmente musulmani e cristiani, le forze dell’ordine spesso rimangono spettatrici inerti, quando non appoggiano apertamente i delinquenti fascisti. Le decisioni politiche sono dettate dai centri neoliberisti (il trio FMI-Banca Mondiale-WTO) o prese nelle sedi della RSS e nelle sale dei consigli d’amministrazione dei più corrotti miliardari monopolisti, direttamente connessi con il regime fascista tramite i vincoli più sordidi, mentre il parlamento rimane un guscio vuoto o un semplice spettatore. Mentre il regime Modi promuove l’India come “Madre della Democrazia”, la libertà di parola e di espressione sono limitate sotto il pretesto della sicurezza nazionale e attraverso leggi draconiane.
Sempre più evidenti si fanno le politiche discriminatorie del governo contro la minoranza musulmana, che, è bene ricordarlo, in India annovera oltre duecento milioni di persone. Come si manifestano queste discriminazioni e che forme di contrasto si stanno sviluppando da parte delle forze democratiche indiane?
Secondo le stime più recenti, su 1.470 milioni di abitanti in India, 202 milioni sono musulmani e 32 milioni sono cristiani. Secondo l’hindutva, o “induismo politico”, che costituisce l’ideologia centrale della RSS, il nemico numero uno della nazione indù sono i musulmani, il secondo i cristiani e il terzo i comunisti. È rivelatore come Golwalkar, il principale leader della RSS che ne assunse la guida nel 1940, fosse all’epoca un ammiratore dell’antisemitismo del fascismo tedesco, incluso il metodo nazista di “purificazione” della società dalle cosiddette “razze inferiori”, principalmente gli ebrei. E Golwalkar suggerì lo stesso metodo nazista come un buon esempio per l’India per risolvere la “questione musulmana”. Più precisamente, mentre l’imperialismo guidato dagli Stati Uniti ha adottato l’islamofobia (insieme al consueto anticomunismo) come base ideologica del neofascismo post-Guerra Fredda, per la RSS l’islamofobia è stato il fondamento ideologico sin dal periodo coloniale.
Dal 2014, quando laRSS, attraverso il suo strumento politico BJP, ha preso le redini del regime indiano, la struttura e il carattere della Costituzione indiana sono stati sistematicamente indeboliti attraverso l’introduzione della religione come criterio per la cittadinanza indiana. Per esempio, il Citizenship Amendment Act (CAA) del 2019, per la prima volta, ha sancito la posizione selettiva di negare ai migranti musulmani l’accesso alla cittadinanza indiana. Ora, dopo aver trasformato la Commissione Elettorale in un’appendice e uno strumento flessibile dell’esecutivo (regime Modi), milioni di elettori musulmani vengono eliminati dalle liste elettorali sotto il cosiddetto Special Intensive Revision (SIR), privandoli così sistematicamente del diritto di voto. In continuità con la demolizione della Babri Masjid nel 1992 (distruzione di una moschea ad Ayodhya da parte di una folla di attivisti hindu, evento che ha innescato gravi violenze interreligiose in India, NdR), il regime Modi ha costruito il tempio di Rama (la principale divinità indù) nel luogo stesso della moschea demolita, e Modi, in qualità di primo ministro, vi ha assunto il ruolo di sommo sacerdote. Ora, in tutta l’India, moschee e insediamenti musulmani vengono demoliti e cancellati con il sostegno del regime fascista e della sua polizia, mentre la magistratura resta in silenzio. Chi protesta viene incarcerato utilizzando leggi anti-sedizione. E tutte le protezioni costituzionali garantite ai musulmani vengono progressivamente rimosse attraverso stigmatizzazione, privazione dei diritti politici e negazione della cittadinanza. Sebbene le proteste emergano in varie forme, il regime Modi le reprime con estrema durezza, mediante leggi repressive.
Il nostro Partito è in prima linea in campagne e proteste continue contro il fascismo RSS in diversi modi. Nell’ambito di ciò, il 6 dicembre 2025 (anniversario della demolizione della Babri Masjid), abbiamo tenuto una Conferenza nazionale contro il fascismo RSS insieme a organizzazioni delle comunità oppresse musulmane e dalit, e il Partito, accanto ai suoi compiti strategici a lungo termine, sta assumendo questa lotta contro il fascismo come compito immediato nell’India di oggi.
Come valutate l’impatto delle recenti riforme economiche e del mercato del lavoro condotte dal governo Modi sulle classi lavoratrici urbane e rurali?
L’India conta circa 650 milioni di lavoratori distribuiti tra agricoltura (41%), industria (26%) e servizi (33%). La disoccupazione è molto elevata, anche tra i giovani (età 18–30), e supera il 10%. Del totale della forza lavoro, oltre il 94% rientra nella categoria informale/non organizzata. Inoltre, la globalizzazione, la liberalizzazione e la privatizzazione sotto il corporativismo neoliberista stanno spingendo sempre più lavoratori verso la precarizzazione e il lavoro nero.
Con l’intensificazione delle politiche neoliberiste di estrema destra dal 2014, il regime pro-monopolistico di Modi, illecitamente in combutta con i più corrotti capitalisti clientelari e junior partner delle multinazionali provenienti dai paesi imperialisti, ha sistematicamente sottratto alla classe operaia indiana tutti i diritti faticosamente conquistati attraverso decenni di lotte. Per esempio, fin dai tempi coloniali l’India aveva una serie di leggi sul lavoro che garantivano salario minimo, giornata lavorativa di 8 ore, garanzia occupazionale e sicurezza sociale, che ricevettero un ulteriore rafforzamento sotto lo Stato sviluppista da Nehru, come parte dello “Stato sociale” che l’imperialismo guidato dagli Stati Uniti mantenne come arma ideologica contro il comunismo fino agli anni ’70. Tuttavia, il crollo dello Stato sociale keynesiano negli anni ’70 e la conseguente adozione del neoliberismo, che ha conferito libertà illimitata al capitale monopolistico, hanno avuto ripercussioni anche nell’India neocoloniale, portando alla sua completa integrazione nei flussi del capitale finanziario internazionale.
Uno degli effetti è stata l’imposizione, da parte del regime di Modi, delle famigerate riforme del lavoro, sotto forma di quattro codici del lavoro che hanno sostituito completamente le 44 leggi ereditate dal “modello nehruviano”. Questa misura ha liberalizzato completamente il mercato del lavoro indiano secondo le direttive FMI-Banca Mondiale, rendendo l’India conforme ai requisiti del “easy of doing business” e “favorevole agli investitori” (cioè alle multinazionali). A seguito dell’internazionalizzazione del capitale e della conseguente nuova divisione internazionale del lavoro, inclusa la rilocalizzazione globale della produzione, l’India, con la sua inesauribile forza lavoro, è diventata una delle fonti di produzione più economiche per le multinazionali e i loro partner indiani subordinati come Adani, Ambani, Tata, Birla, ecc. Ciò ha portato anche a un’estrazione senza precedenti di plusvalore e a un super-sfruttamento della classe operaia indiana, sempre più spinta verso il lavoro nero non tutelato.
L’effetto del rapido progresso globale delle cosiddette “tecnologie di frontiera”, incluse digitalizzazione, robotizzazione e intelligenza artificiale, sulla classe operaia indiana è che essa diventa sempre più disorganizzata e sommersa, senza distinzione tra società urbana e rurale. Inoltre, a causa della corporativizzazione dell’agricoltura guidata dal WTO, che porta all’esproprio dei terreni agricoli e all’abbandono delle campagne, l’India sta vivendo una delle più grandi migrazioni interne della storia, in cui oltre 100 milioni di lavoratori senza mezzi di sussistenza sono costretti a sopravvivere nei settori economici sommersi e a migrare verso i centri urbani, affollandosi in baraccopoli in continua espansione. Naturalmente, come conseguenza della crescente integrazione con l’economia finanziaria internazionale, anche in India la sfera produttiva è relativamente stagnante mentre la sfera speculativa prospera, portando a rapporti internazionali che indicano l’India come uno dei paesi più corrotti al mondo.
Come sta incidendo il quadro politico qui descritto sulla sopravvivenza del sistema delle caste nella società indiana? Quali movimenti si sviluppano al suo interno per la distruzione del sistema delle caste?
Il sistema delle caste è una peculiarità dell’Asia meridionale in generale e, più specificamente, dell’India. Il sistema delle caste indiano è la più disumana istituzione sociale del mondo, che tratta la vasta maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori dell’India come “subumani”, cioè addirittura al di sotto degli animali in termini di dignità. Il sistema suddivide le persone in quattro caste: i Brahmini (la classe divina o sacerdotale, superiore a tutte le altre, quasi al pari di Dio), i Kshatriya (la classe guerriera da cui provengono i re e che devono servire i Brahmini), la classe Shudra (composta da commercianti e uomini d’affari) e i Dalit, che sono gli “intoccabili” e sono costretti a servire le altre caste attraverso lavoro non retribuito e vincolato, mantenendo sempre da loro una distanza stabilita. Il sistema delle caste indiano è sia la base ideologica che materiale del fascismo della RSS, che identifica la nazione indiana stessa (nazione indù) con il sistema castale. Secondo il Manusmriti, il testo ideologico di riferimento dell’RSS, i Dalit intoccabili e le donne sono subumani e privi di qualsiasi diritto umano. Oggi i Dalit comprendono lavoratori agricoli, lavoratori informali, addetti alla rimozione manuale dei rifiuti, operatori delle fognature, raccoglitori di stracci e altri lavoratori manuali e non qualificati. Secondo le regole di casta o il codice di Manu, i Dalit non possono possedere terra, ricchezza, istruzione, arte, letteratura e devono rimanere ai margini della società.
Con l’emergere del movimento anti-caste e gli sforzi sinceri del più grande leader dei Dalit, il dott. Ambedkar, nella Costituzione indiana sono stati inclusi alcuni principi e azioni, come la riserva basata sulle caste nei posti di lavoro pubblici e la previsione che l’intoccabilità sia un reato penale, ecc. Tuttavia, il sistema castale è ancora radicato nella società indiana e i Dalit, con poche eccezioni, sono sempre ai margini della società, sebbene i partiti fascisti RSS-BJP (e altri partiti non fascisti della classe dominante, inclusi alcuni partiti di sinistra) stiano cercando in tutti i modi di cooptare e assimilare le organizzazioni dalit e i loro leader nel la base di sostegno dell’hindutva (cioè l’induismo politico) e per garantirsi vantaggi elettorali. Nonostante le riserve, solo circa l’1%dei posti burocratici è ancora accessibile ai Dalit (Scheduled Castes e Scheduled Tribes, come indicati nella Costituzione indiana), mentre essi costituiscono quasi il 25% della popolazione indiana. I Brahmini, viceversa, che costituiscono il 3% della popolazione, occupano più del 60% dei posti burocratici di alto livello e, includendo i Kshatriya, il 10% più alto della popolazione detiene l’80% delle posizioni burocratiche di vertice. Gli Shudra/caste intermedie (Other Backward Classes – OBC), i musulmani, i cristiani e i Dalit, che insieme costituiscono circa il 90% della popolazione, hanno solo il 20% dei posti governativi.
Naturalmente, è necessario affermare autocriticamente che i comunisti indiani, dai riformisti di destra ai settari di sinistra, hanno totalmente fallito nell’affrontare la questione delle caste nella giusta prospettiva marxista. Pur avendo solo informazioni di seconda mano sulla società indiana da scritti e documenti coloniali, Marx aveva specificamente menzionato il sistema delle caste indiano in quasi tutte le sue opere, come gli articoli per il New York Daily Tribune, Per la critica dell’economia politica, Il Capitale e, soprattutto, nei Quaderni etnologici, che, scritti tra il 1880 e il 1882, furono compilati e curati da Lawrence Krader nel 1972, nei quali Marx forniva un’analisi dettagliata delle società non occidentali. Anche riguardo alla sua analisi del “modo di produzione”, Marx riteneva che il “modo di produzione capitalistico” da lui elaborato per l’Europa non fosse applicabile alle società non europee. Secondo Marx, “non esiste un percorso generale di sviluppo prescritto per tutte le nazioni”. È in questo contesto che Marx concettualizzò il “modo di produzione asiatico” (precedentemente “dispotismo orientale”) con riferimento alla società indiana segnata dalle caste. E per più di un decennio, dal 1919, il Comintern sostenne anch’esso questa posizione marxista rispetto alle società non europee. In linea con ciò, il Partito Comunista in India (CPI), fondato nel 1920, sostenne anch’esso la stessa posizione, come evidenziato nella Bozza di piattaforma d’azione pubblicata nel 1930, in cui il CPI dichiarava senza ambiguità che anche una democrazia minima in India richiede l’abolizione delle caste.
Tuttavia, le discussioni di Leningrado del 1931 abbandonarono tale comprensione marxista e, sotto la pressione della Russia sovietica, trascurarono le realtà specifiche e concrete dei popoli oppressi nelle società non occidentali. Al contrario, sotto il pretesto di un’attenzione ideologica esclusiva alla lotta di classe, adottarono un approccio rigido e meccanicistico, inclusa una posizione unilineare sullo sviluppo storico, respingendo le strutture socio-economiche peculiari delle società non russe, incluso il sistema delle caste indiano e la concettualizzazione marxiana del modo di produzione asiatico, la cui solida base, secondo Marx, è la casta. Quando il Comintern iniziò a propagare questa posizione russa in totale disprezzo del precedente slogan leninista “proletari e popoli oppressi del mondo unitevi”, adottato al Secondo Congresso del Comintern su iniziativa di Lenin, Mao Zedong adottò un approccio diverso, in linea con la concreta realtà cinese, portando al successo della Rivoluzione cinese nel 1949. Al contrario, sotto l’influenza dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista britannico, invece di sviluppare un’analisi di classe adeguata alla società indiana segnata dalle caste e applicare così il marxismo-leninismo alle condizioni concrete indiane, il CPI abbandonò l’approccio marxista alla casta e respinse il modo di produzione asiatico di Marx, come delineato nella sua Bozza di piattaforma del 1930. Di conseguenza, il CPI abbandonò anche la propria unità con le iniziative delle caste oppresse di Ambedkar, spingendolo a definire i leader comunisti come “ragazzi brahmini”.
Questo orientamento eurocentrico da parte del CPI, che lo alienò dalle vaste masse delle caste oppresse che costituiscono la classe lavoratrice dell’India, nel tempo causò gravi danni al movimento comunista. La copia meccanica dell’analisi di classe russa o europea nel contesto indiano fu uno degli errori più gravi. Per esempio, in India la divisione del lavoro, la struttura salariale, l’estrazione del plusvalore, la proprietà dei mezzi di produzione inclusa la terra, ecc., sono determinati dalla casta. Più precisamente, in India casta e classe sono inseparabili e qualsiasi analisi di classe che ignori i rapporti di casta è meccanicistica e priva di significato. Tuttavia, esistono ancora studiosi marxisti che sostengono che la casta sia parte del feudalesimo indiano, e altri che ritengono che essa scomparirà con il progresso della modernità, cioè che la base materiale della casta verrà meno con la fine dei rapporti feudali. I partiti comunisti revisionisti, che condividono o hanno condiviso il potere con i partiti della classe dominante a livello statale, considerano la casta come parte della sovrastruttura. Questi marxisti meccanicisti non comprendono che la casta è in grado di attraversare i sistemi sociali ed è persino migrata nella Silicon Valley. In molti istituti d’istruzione superiore, centri di ricerca e istituzioni scientifiche indiane, l’intoccabilità, la discriminazione di casta, le uccisioni e i suicidi di studenti e ricercatori dalit sono notizie ricorrenti. Contrariamente alle previsioni dei materialisti meccanicisti, nonostante il “progresso della modernità”, la casta è saldamente seduta sul trono delle istituzioni scientifiche indiane.
È in questo contesto che, dal 2011, il nostro Partito ha adottato, nel proprio programma, l’annientamento del sistema castale come compito strategico della Rivoluzione Democratica Popolare in India, come prerequisito indispensabile per il passaggio al socialismo. È stato il primo partito comunista in India a farlo. Il Programma del Partito afferma: “L’approccio meccanicista che valuta il sistema delle caste indiano come un fenomeno sovrastrutturale e l’incapacità di comprendere come esso sia intrecciato con la formazione sociale indiana attraversando sia la struttura che la sovrastruttura, ha reso il Partito Comunista incapace di guidare le lotte sia della classe operaia sia degli oppressi, e quindi di stabilire la propria leadership nella lotta per l’indipendenza.” È in questa prospettiva che il Partito, nel 2011, ha assunto l’iniziativa di formare il Movimento per l’abolizione delle caste. Il Programma del Partito, aggiornato al XII Congresso del 2022, afferma inoltre: “Lo Stato Democratico Popolare adotterà misure concrete per l’abolizione del disumano sistema delle caste, eradicando tutte le forme di intoccabilità, oppressione e discriminazione di casta in tutti gli ambiti della vita. Tutte le pratiche di casta e le istituzioni reazionarie devono essere soppresse e i responsabili di tali crimini saranno puniti…”.
In che misura ritieni che il sistema delle caste influenzi anche la vita interna delle forze democratiche e della sinistra?
È evidente che non solo le forze democratiche, ma anche i comunisti praticano regolarmente il sistema delle caste e l’intoccabilità nelle loro relazioni sociali e familiari, incluso il matrimonio. In India, le persone delle caste superiori, specialmente Brahmini e Kshatriya, usano il cognome di casta come “capitale sociale” nei loro rapporti, poiché coloro che appartengono alle caste superiori ed elitarie ricevono automaticamente venerazione, rispetto e preferenza in tutti gli ambiti. Per logica, coloro che appartengono ai Dalit e alle caste inferiori di solito non rivelano la propria casta per timore dell’ostracismo sociale che devono affrontare.
Per questo, nell’ultimo congresso del nostro Partito è stata approvata anche una risoluzione per abolire i cognomi di casta di tutti i membri del Comitato Centrale, a partire da me. Ed è molto rivelatore che una sezione che sostiene l’approccio tradizionale e meccanicistico alla casta sia uscita dal nostro partito e abbia formato un’altra organizzazione, in seguito diventata membro della rete internazionale ICOR. Non c’è dubbio che l’India sia una società segnata dalle caste in tutte le loro manifestazioni, e la rivoluzione in India è possibile solo attraverso la rottura delle barriere di casta.
Quest’anno, l’India ha annunciato di aver superato il Giappone in termini di PIL, diventando la quarta economia mondiale. Malgrado ciò la collochi a pieno titolo tra i cosiddetti paesi BRICS, la competizione con la Cina e le crescenti tensioni con il mondo musulmano hanno spinto l’India a un abbraccio sempre più stretto, seppur tra mille contraddizioni, con USA e Israele. Esiste un consenso diffuso, nella società, a queste scelte?
Contrariamente alle affermazioni del regime Modi, secondo il World Economic Outlook del FMI dell’aprile 2026, il PIL nominale dell’India è stimato a 4,15 trilioni di dollari, collocandola dietro il Regno Unito (4,26 trilioni) e il Giappone (4,38 trilioni). Di conseguenza, il Giappone è la quarta economia mondiale, mentre l’India è la sesta. Si dice che le statistiche misurate dagli esperti non siano vissute dalle persone. Questo è vero nel caso delle misurazioni del PIL in India. Anche se l’India superasse il Giappone in termini di PIL, ciò non comporterebbe alcuna differenza qualitativa per la popolazione indiana, il paese più popoloso del mondo con 1.470 milioni di abitanti. Infatti, mentre il PIL pro capite del Giappone nel 2025 era di circa 36.000 dollari secondo il FMI, quello dell’India era solo di circa 2.800 dollari. In realtà, nella classifica del PIL pro capite, la posizione dell’India è tra le più basse, al 146° posto nel mondo, molto al di sotto di altri paesi dell’Asia meridionale, sebbene l’India sia il loro “fratello maggiore”. Inoltre, il 40% della ricchezza indiana prodotta in un anno viene assorbita dall’1% più ricco e dai miliardari corporativi, inclusi capitalisti clientelari e junior partner delle multinazionali come Adani e Ambani, rendendo l’India uno dei paesi più diseguali al mondo. Naturalmente, il sistema delle caste di cui parlavamo prima svolge un ruolo dominante nel perpetuare questa terribile disuguaglianza.
Per esempio, secondo la definizione di “povertà assoluta” della Banca Mondiale (una situazione in cui le persone vivono con meno di 2,15 dollari al giorno), su circa 700 milioni di “poveri assoluti” o “estremamente poveri” nel mondo, più del 50% si trova in India, portando molti analisti a definire l’India una “roccaforte della povertà globale”. La grave deprivazione dei bisogni umani fondamentali, inclusi il cibo essenziale per la sopravvivenza, l’acqua potabile sicura, i servizi igienico-sanitari, la salute, l’alloggio, l’istruzione e gli alti tassi di mortalità infantile, è la vera essenza della cosiddetta “Madre della Democrazia” promossa dal regime fascista in India. È rivelatore che i centri neoliberisti e i media occidentali siano riluttanti a esporre queste dure realtà, poiché le classi dominanti indiane hanno aperto ogni settore dell’economia indiana al saccheggio incontrollato del capitale imperialista. Inoltre, per l’imperialismo guidato dagli Stati Uniti, l’India è una piattaforma di lancio per le sue manovre contro la Cina e uno junior partner strategico degli Stati Uniti nella geopolitica dell’Asia-Pacifico.
Per quanto riguarda il gruppo BRICS guidato dalla Cina, pur essendone membro fondatore, in linea con l’estremo servilismo della RSS verso gli Stati Uniti, il regime di Modi si aggrappa costantemente alle falde dell’imperialismo yankee. Mentre la Cina utilizza i BRICS come strumento contro gli Stati Uniti nelle contraddizioni sino-statunitensi, Modi ha già dato la sua ferma assicurazione a Trump che l’India non sarà parte del processo di de-dollarizzazione avviato dalla Cina nei BRICS. Materialmente, l’India è incapace di assumere una posizione indipendente su molte questioni internazionali. Per esempio, sebbene gli Stati Uniti continuino a essere la più grande macchina militare del mondo, nella sfera produttiva e nelle tecnologie di frontiera il capitalismo monopolistico di Stato cinese ha già superato gli Stati Uniti. Attraverso la “Nuova via della seta”, la Cina è diventata il maggiore esportatore di capitali oltre che il più grande esportatore di merci. L’India è lontanissima dalla Cina in questo senso. Per esempio, mentre oltre il 30% della produzione manifatturiera globale appartiene alla Cina, l’economia statunitense, prevalentemente guidata dalla speculazione, ha meno della metà della produzione industriale cinese. D’altra parte, la cosiddetta India “in rapido sviluppo” ha una produzione industriale pari solo a circa un decimo di quella cinese. Nelle tecnologie di frontiera, inclusi digitalizzazione e intelligenza artificiale, l’India dipende totalmente dalla Cina per l’hardware e dagli Stati Uniti per il software. Inoltre, l’India importa il 90% del suo greggio. Su istruzione degli Stati Uniti, l’India aveva già interrotto l’importazione di petrolio da Venezuela e Iran. Successivamente gli Stati Uniti hanno permesso l’importazione dalla Russia. In seguito, sono state imposte sanzioni anche sulle importazioni di petrolio russo. Ora Modi sta facendo appello agli Stati Uniti per allentare le sanzioni sulle importazioni di greggio da altri paesi. Come risultato di tutto ciò, i prezzi interni del petrolio in India stanno salendo alle stelle e la rupia indiana, ancorata al dollaro, è crollata a un minimo storico.
L’alleanza non dichiarata tra Trump, Netanyahu e Modi è diventata ancora più evidente nel contesto dell’aggressione USA-sionista contro l’Iran. È evidente che il principale nemico ideologico dell’hindutva è l’Islam. Di conseguenza, l’islamofobia costituisce la solida base ideologica della pericolosa alleanza evangelico-sionista-hindutva (trio Trump-Netanyahu-Modi). Come nel caso dell’alleanza strategica USA-India, il regime Modi intrattiene stretti trattati militari, infrastrutturali e commerciali con Israele. E, come reso evidente dall’uso da parte del regime Modi del famigerato software di spionaggio “Pegasus” del Mossad contro gli oppositori politici in India, dagli investimenti nel porto israeliano di Haifa da parte dell’Adani, il più stretto capitalista clientelare di Modi, ecc., il periodo neoliberista-neofascista ha visto una stretta integrazione tra Israele sionista e l’India hindutva. E mentre molti paesi afro-asiatici e latinoamericani, inclusi Sudafrica e Brasile, membri fondatori dei BRICS, stanno condannando fermamente l’aggressione illegale USA-sionista contro l’Iran, il regime di Modi ha significativamente evitato qualsiasi dichiarazione di condanna. Si tratta di un’inversione di rotta da parte dell’India sotto il fascismo RSS, poiché l’India era un fermo alleato del popolo palestinese fino all’inizio del neoliberismo nel periodo post-Guerra Fredda. Il Mahatma Gandhi, sebbene leader politico liberale borghese e considerato il “Padre della Nazione” indiana (assassinato da Godse, ex membro della RSS ed elemento del Sangh Parivar, nel 1948), era fermamente contrario all’imposizione USA-UK di uno Stato sionista sui palestinesi, anche quando l’Unione Sovietica guidata da Stalin fu il primo paese a riconoscerlo. Tuttavia, tutto questo appartiene ormai alla storia. Naturalmente, i partiti di opposizione, i comunisti e tutte le forze democratiche, incluso il CPI (ML) Rossa, stanno opponendosi con forza a questo tradimento della precedente posizione filopalestinese dell’India da parte del regime di Modi. Allo stesso tempo, il regime fascista sta reprimendo tali posizioni in vari modi.
In quali forme si manifesta la resistenza antimperialista nel vostro paese, e quale ruolo hanno, al suo interno, i comunisti?
In generale, l’orientamento politico antimperialista, nonostante la forte dipendenza del regime indiano dall’imperialismo statunitense, è oggi debole. Quando la RSS rimaneva un sostenitore fedele della Gran Bretagna coloniale, il popolo indiano, guidato da molte forze politiche con differenti orientamenti ideologici, aveva una gloriosa storia di lotta antimperialista. In seguito alla “decolonizzazione” guidata dagli Stati Uniti nel dopoguerra, il colonialismo si trasformò in neocolonialismo e la Gran Bretagna fu costretta a trasferire il potere allo Stato indiano, guidato dal Congresso Nazionale Indiano, allora principale partito della classe dominante. Tuttavia, nella fase postbellica del neocolonialismo guidato dagli Stati Uniti, e soprattutto a causa dei ritardi ideologico-politici subiti dai comunisti e della loro debolezza nel comprendere il funzionamento del “pernicioso e insidioso” neocolonialismo, il sentimento antimperialista si è relativamente indebolito in India. Diversi partiti della sinistra depoliticizzata sono diventati persino apologeti dell’imperialismo nel periodo neoliberista-neofascista. In questo contesto, noi organizziamo in modo coerente lotte di resistenza e campagne contro le politiche neoliberiste-neofasciste e anti-lavoratori e anticontadini del regime Modi, in linea con i diktat del trio FMI-Banca Mondiale-WTO e delle altre agenzie guidate dagli Stati Uniti.
Tuttavia, la questione principale nella sinistra in generale riguarda la comprensione concreta dell’imperialismo neoliberista in relazione all’internazionalizzazione del capitale. A questo proposito, quando il partito tedesco MLPD avanzò la sua tesi del “nuovo imperialismo” nel 2015, come Vice-Coordinatore Principale dell’ICOR (la MLPD è il Coordinatore Principale), il CPI (ML) Stella Rossa intervenne denunciando questa visione errata. Per esempio, secondo la MLPD, oltre alle potenze imperialiste anglosassoni esistenti, anche Giappone, Russia e Cina, così come altri 12 paesi come India, Indonesia, Corea del Sud, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Iran, Sudafrica, Brasile, Messico e Argentina sarebbero diventati anch’essi imperialisti. Noi abbiamo contestato questa ipotesi pubblicando argomentazioni e contro-argomentazioni in un libro di 200 pagine intitolato “Polemics on New Imperialism” nel 2018. Se si accetta l’ipotesi del “nuovo imperialismo” della MLPD, ciò equivale ad affermare che più del 90% della popolazione mondiale vive in paesi imperialisti. Questo renderebbe irrilevante e priva di significato la strategia della Rivoluzione Democratica Popolare Antimperialista nei paesi afro-asiatici e latinoamericani, e i partiti comunisti di questi paesi dovrebbero essere sciolti o rivedere il loro programma direttamente verso la Rivoluzione Socialista. Questa posizione della MLPD rappresenta una violazione diretta della posizione leninista secondo cui, nell’epoca attuale, la rivoluzione mondiale comprende due correnti, cioè la Rivoluzione socialista nei paesi imperialisti e la Rivoluzione democratica popolare nei paesi oppressi. Sulla base di tale teoria, la MLPD ha sostituito lo slogan riconosciuto “Proletari e popoli oppressi del mondo, unitevi” con “Proletari del mondo, unitevi” sul sito dell’ICOR. Dopo il nostro intervento e a seguito delle obiezioni di altri membri dell’ICOR, lo slogan leninista è stato reintegrato, ma la MLPD ha continuato a sostenere la propria ipotesi del “nuovo imperialismo”. Di conseguenza, pur essendo uno dei membri fondatori dell’ICOR, non siamo più membri attivi di essa. Abbiamo inoltre già pubblicato molti dei nostri dibattiti serrati con la MLPD. Lo menziono solo per evidenziare le continue e serie differenze ideologiche tra i comunisti riguardo alla comprensione e alla concettualizzazione dell’imperialismo nel XXI secolo. Naturalmente, questa è una questione che richiederebbe maggiore approfondimento.
Negli anni scorsi, i movimenti contadini e le proteste avvenute nel vostro paese hanno avuto grande visibilità, anche a livello internazionale: che ruolo ha avuto il vostro partito nel sostenerli? Quali modalità d’azione avete adottato?
Sin dall’inizio, il CPI (ML) Stella Rossa ha svolto un ruolo attivo nel Movimento dei Contadini contro le tre draconiane leggi agricole, dalla loro promulgazione nel settembre 2020 da parte del governo Modi fino alla loro abrogazione nel novembre 2021. Il settore contadino del nostro Partito, l’All India Krantikari Kisan Sabha (Organizzazione Contadina Rivoluzionaria di Tutta l’India), è stato una componente del Movimento dei Contadini che ha guidato la lotta.
Quando l’India era sottoposta al più rigido lockdown durante la pandemia di Covid, fu sotto le pressioni del WTO, più precisamente in base alle disposizioni dell’Accordo sull’Agricoltura (AoA), che senza alcuna discussione parlamentare queste leggi agricole furono approvate, poiché la scadenza per conformarsi era il 30 settembre 2020. Come risultato della lotta dei contadini, l’intera Regione della Capitale fu paralizzata.
Le leggi agricole miravano ad aprire il vasto settore agricolo indiano alle multinazionali dell’agrobusiness, ad abolire gli acquisti pubblici, il prezzo minimo di sostegno (MSP) e, in questo processo, a trasformare l’agricoltura indiana in agricoltura industriale, o ciò che viene definito corporatizzazione dell’agricoltura. Più precisamente, queste leggi miravano ad allineare l’agricoltura indiana ai principi del libero mercato promossi dal WTO e dalle potenze imperialiste come Stati Uniti e Unione Europea e altri organismi internazionali. Grazie al sostegno popolare senza precedenti, incluso quello degli indiani all’estero, il regime fascista fu costretto a cedere di fronte alla storica lotta dei contadini.
Il vostro paese ha una ricca e feconda tradizione di sinistra e comunista. Lo Stato in cui tu stesso risiedi, il Kerala, continua a essere un modello di governo del movimento comunista indiano più “tradizionale” e riformista. Come si colloca il vostro partito rispetto a questa eredità? Ritenete che l’attuale frammentazione del movimento possa, almeno in parte, essere ricondotta a unità?
Sarò breve su questa questione complessa, che richiede comunque una discussione approfondita. Per ragioni di tempo, mi limiterò a un’esposizione sintetica. Il movimento comunista indiano ha una gloriosa tradizione sin dalla sua formazione il 17 ottobre 1920 a Tashkent, allora parte dell’Unione Sovietica, con Mohamed Shafiq come primo segretario. Nonostante i grandi sacrifici dei quadri comunisti, parte del fallimento del CPI nel guidare la rivoluzione democratica popolare antimperialista, come già spiegato, è legato all’incapacità di sviluppare una comprensione concreta della società indiana, in particolare riguardo alla questione delle caste.
In effetti, il primo governo comunista giunto al potere attraverso le elezioni fu in Kerala, uno stato federale dell’India (naturalmente, devo riconoscere la storica vittoria del Partito Comunista Italiano nelle elezioni municipali del 1946 in Italia). Questa vittoria del CPI avvenne sullo sfondo storico delle lunghe ed eroiche lotte contro il sistema castale che precedettero il movimento comunista nel Principato di Travancore (l’odierno Kerala) fin dall’inizio del XX secolo. Di conseguenza, tutti i lavoratori e le masse delle caste oppresse nello Stato si unirono compatte dietro il CPI, portandolo alla storica vittoria nelle elezioni dell’Assemblea del Kerala del 1957, in seguito alla formazione degli stati linguistici nel subcontinente indiano nel 1956.
A seguito dell’intervento diretto della CIA (vedi il libro “A Dangerous Place” scritto da Patrick Moynihan, ex ambasciatore degli Stati Uniti in India e presso l’ONU) e della cosiddetta “Lotta di Liberazione” guidata dalla Chiesa cattolica romana contro il governo del CPI, il governo centrale guidato dal Congresso sciolse quel governo statale nel 1959. Tuttavia, sotto l’influenza del sistema castale brahmanico unita alla resa del CPI al revisionismo kruscioviano e ai legami con l’allora Partito Comunista Britannico, il governo del CPI in Kerala disattese tutte le promesse elettorali fatte al popolo. Per esempio, alla vigilia delle elezioni statali, il CPI aveva dichiarato che le centinaia di migliaia di ettari di piantagioni illegalmente detenute da compagnie britanniche in Kerala, in violazione della Costituzione indiana e della sovranità del paese, sarebbero state nazionalizzate una volta al potere. Ma una volta al governo, il CPI ignorò questa promessa, rivelando la propria dipendenza neocoloniale. Allo stesso modo, a causa del suo intrinseco casteismo, la terra sottratta ai proprietari feudali attraverso le riforme agrarie varate dallo Stato non fu distribuita ai Dalit, i veri coltivatori della terra, sebbene lo slogan comunista fosse “la terra a chi la lavora”.
Col tempo, sia il CPI che il CPI (M) (sorto dal primo nel 1964) sono completamente degenerati fino ad assumere posizioni della classe dominante, applicando oggi politiche neoliberiste con un atteggiamento “più realista del re” rispetto agli altri partiti della classe dominante. L’attuale governo del Kerala guidato dal CPI (M) ne è un esempio tipico. Per esempio, fu Pinarayi Vijayan, primo ministro del Kerala del CPI (M), a guidare la cerimonia di apertura della London Stock Exchange, simbolo della speculazione finanziaria globale, il 17 maggio 2019, nell’ambito dell’attrazione degli investimenti esteri attraverso le “Masala Bonds”. Subito dopo essere arrivato al potere nel 2016, Pinarayi nominò come sua consigliera economica Gita Gopinath, economista neoliberale di Harvard, la quale divenne successivamente capo economista e vicedirettrice generale del FMI, strumento neocoloniale in cui gli Stati Uniti mantengono ancora il potere di veto. Ha persino fatto ricorso a società di consulenza globali squalificate come KPMG e PwC, definite “artefici dell’elusione fiscale multinazionale”, per elaborare proposte volte a trasformare il Kerala in una “vetrina” del corporativismo neoliberista.
Il CPI (ML), nato nel 1969 contro il revisionismo sia del CPI che del CPI (M), adottò invece una posizione settaria, sostenendo la lotta armata come unica forma di lotta valida. Sostenne inoltre la “via cinese” come unica via rivoluzionaria per l’India e per gli altri paesi afro-asiatici e latinoamericani. Ignorando completamente la penetrazione del capitale globale nell’agricoltura e nelle campagne e i cambiamenti nei rapporti agrari, il CPI (ML) trascurò totalmente la trasformazione neocoloniale dell’India del dopoguerra e definì il paese come semi-coloniale e semi-feudale. Inizialmente sostenne anche la teoria maoista dei “Tre Mondi”, che definiva il “socialimperialismo sovietico” più pericoloso dell’imperialismo statunitense — teoria formulata da Mao all’inizio del 1974, in seguito alle visite di Kissinger (tre volte) e Nixon a Pechino e alla successiva entrata della Cina continentale nell’ONU e nel Consiglio di Sicurezza al posto di Taiwan.
Tutte queste confusioni ideologico-politiche portarono a numerose scissioni nel CPI (ML). Anche il CPI (ML) Stella Rossa è uno dei loro risultati. Nato come Central Reorganization Committee (CRC), abbiamo avviato un lungo processo di valutazione autocritica dell’intero movimento comunista sia internazionale sia nel nostro paese. Sosteniamo il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong come nostra ideologia e rifiutiamo il “maoismo”, che consideriamo settario. Sosteniamo la prospettiva secondo cui tutto è in costante cambiamento (o la legge dell’impermanenza secondo cui ogni fenomeno muta). Secondo la nostra comprensione, il marxismo-leninismo deve essere sviluppato attraverso la sua applicazione concreta alle condizioni specifiche dei paesi, come affermava Lenin. Riteniamo inoltre che non esista una “chiave universale” valida per tutte le società. Siamo aperti al confronto e al dibattito e desideriamo apprendere dalle esperienze e dalle opinioni altrui.
Alcune delle nostre posizioni sono disponibili sul nostro sito: www.redstaronline.in, e su questa base cerchiamo costantemente di collegarci con organizzazioni affini. In India, dalla nostra esperienza, abbiamo deciso che l’unità o la fusione tra partiti è possibile solo sulla base dell’unità ideologico-politica su questioni strategiche come imperialismo, fascismo, questione delle caste, ecc. In caso contrario, siamo favorevoli ad attività di fronte unito basate su un “programma minimo comune”. Allo stesso tempo, riguardo al compito immediato di sconfiggere il fascismo, è necessaria l’unità tattica anche con tutte le forze antifasciste, senza tuttavia rinunciare agli interessi strategici di lungo periodo dei comunisti, cioè quelli della classe operaia e di tutti gli oppressi. (
A quali principi e obiettivi s’ispira il vostro lavoro internazionalista?
Nel contesto attuale non c’è spazio per un Movimento Comunista Internazionale sul modello dell’ex Comintern. Non vi è dubbio che il capitale finanziario corporativo, con la sua portata globale, stia scatenando una super-sfruttamento terrificante della classe operaia, un’oppressione senza precedenti sui popoli del mondo e livelli finora sconosciuti di saccheggio della natura. Di fronte a ciò, sebbene il crescente malcontento popolare si manifesti in varie forme, i comunisti non riescono ad avere un’iniziativa coordinata per guidare adeguatamente il malcontento popolare, principalmente a causa di debolezze ideologico-politiche e organizzative. Nonostante ciò, è giunto il momento di creare una piattaforma internazionale capace di affrontare l’imperialismo e il crescente neofascismo a livello globale, anche se i soggetti partecipanti a tale piattaforma/forum/coordinamento possono avere differenti orientamenti ideologici. Allo stesso tempo, tali sforzi coordinati sono importanti anche per raggiungere una maggiore chiarezza ideologico-politica sul funzionamento del capitale finanziario sia a livello globale sia in relazione alle condizioni concrete dei paesi sotto l’imperialismo e il neofascismo del XXI secolo.
Allo stesso tempo, devono essere evitati consapevolmente tutti gli atteggiamenti di tipo paternalistico, supercilioso e burocratico da parte dei vari componenti che partecipano a tale coordinamento o piattaforma. L’imposizione della posizione o delle visioni di un partito sugli altri, o la loro presentazione come posizione dell’intero forum, renderebbe difficile il lavoro comune. Mentre la consultazione reciproca, lo scambio di opinioni e le discussioni su questioni cruciali sono benvenute, la decisione finale su questioni specifiche di un paese dovrebbe essere lasciata ai partiti o organizzazioni di quel paese. Per esempio, le dimensioni storiche, politico-economiche e culturali intrecciate dell’Europa sono fondamentalmente diverse da quelle dell’Asia, dell’Africa o persino dell’America Latina. L’ignoranza o il rifiuto di questo fatto può portare a visioni riduttive su questioni complesse riguardanti il trumpismo, il sionismo, la questione palestinese, il fascismo RSS e il carattere di classe di regimi come quello indiano, la comprensione di quello che noi chiamiamo “imperialismo con caratteristiche cinesi”, o persino l’equiparazione tra imperialismo e fascismo, le lotte di resistenza contro il fascismo, e così via.
In generale, si può affermare che il compito immediato dei comunisti e della sinistra è quello di raggiungere una chiarezza ideologico-politica sull’imperialismo e il fascismo del XXI secolo in generale, e in relazione alle condizioni concrete dei diversi paesi. Da questa prospettiva, i marxisti-leninisti e i partiti e organizzazioni rivoluzionarie devono avviare discussioni bilaterali e multilaterali per costruire un ampio coordinamento e movimenti antimperialisti e antifascisti, accompagnati da un’autocritica rispetto ai fallimenti e alle battute d’arresto subite dai comunisti, mentre la crisi strutturale del sistema imperialista mondiale si sta intensificando.

