La rivoluzione passiva europea incassa un’altra vittoria

Con l’approvazione ormai sempre più probabile dell’ambizioso bilancio 2021-2027, l’Unione Europea incasserà un altro storico risultato.

Mentre le classi lavoratrici del continente europeo sono travolte dal dramma collettivo della malattia e della connessa crisi sociale, la pandemia si sta invece rivelando un elemento di accelerazione prezioso per gli obiettivi della rivoluzione passiva europea, che avanza a tappe forzate verso la costruzione di un nuovo polo imperialista, incalzata dalla competizione internazionale.

Se in febbraio le istituzioni esecutive dell’UE avevano difficoltà a far approvare agli Stati membri un bilancio pluriennale 2021-2027 pari all’1,05% del PIL dell’Unione (fu allora che il pubblico del Vecchio Continente sentì parlare insistentemente del cosiddetto “asse dei frugali”), il 10 novembre scorso il Consiglio europeo ha varato un aumento vertiginoso delle risorse, ponendo le basi per un’autonomia fiscale dell’UE senza precedenti. In questo quadro si colloca anche il cosiddetto Next Generation EU, un vero e proprio strumento di ricostruzione da 750 miliardi di euro, studiato per stimolare una transizione qualitativa della macroeconomia europea (come si legge sul sito della Commissione, per una Europea “più verde, digitale, resiliente e adeguata alle sfide presenti e future”).

Non ci stancheremo di ripeterlo: lungi dall’essere un esperimento economicista mal riuscito, come vorrebbe la vulgata neokeynesiana, l’Unione Europea è al contrario un progetto eminentemente politico. La sua azione strategica rivoluziona la struttura economica per investire poi tutte le sovrastrutture. L’ordoliberismo di matrice tedesca, più sofisticato delle dottrine neoliberiste di marca statunitense, fornisce all’Europa ultraimperialista in costruzione il paradigma di un neocorporativismo inedito, molecolare e pervasivo.

Dopo settimane di trattative, il bilancio sembra ora aver superato le reticenze di Ungheria e Polonia, che contestavano il meccanismo di sanzioni in materia di stato di diritto. L’erogazione dei fondi sarebbe infatti condizionata al rispetto di alcuni standard legati alla libertà di stampa, all’indipendenza della magistratura, ai diritti di LGBTQ e migranti. Grazie all’iniziativa della Merkel, che ha ottenuto il riallineamento dei due paesi riottosi con la promessa del rinvio del meccanismo delle sanzioni, l’egemonia della UE è stata consolidata ancora una volta. Se Orbán e Morawiecki ottengono una piccola vittoria dal punto di vista tattico e personalistico, il progetto europeo rimane intatto sul piano strategico: la cancelleria tedesca, che presiede il suo semestre alla guida del Consiglio dell’UE, incassa subito un bilancio europeo dalle dimensioni epocali, mentre solo rimanda (senza rinunciarvi) la partita sullo stato di diritto.

Sarebbe sbagliato ricondurre lo scontro con Ungheria e Polonia a una contrapposizione valoriale, che pure esiste. Ma l’asse strategico sul quale si muove l’Europa è piuttosto quello della progressiva estromissione dei parlamenti nazionali in materia di stato di diritto. Per candidarsi alla funzione di paradigma, l’Unione deve necessariamente emanciparsi dagli istituti tradizionali della rappresentanza e della partecipazione popolare, ai quali era demandata la legislazione su questi temi.

E se la strategia europea persuade la destra reazionaria in Ungheria e Polonia, fa strage dei populisti qui in Italia, con il Movimento 5 Stelle prima costretto a scendere a patti con l’alfiere della rivoluzione europea in Italia, il Partito Democratico, e poi a sostenere niente di meno che l’introduzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Comunque, la sfida della Unione è tutt’altro che vinta e l’esito non è assolutamente scontato. Gli strascichi della pandemia saranno profondi. Le politiche espansive trovano una opposizione ancora molto forte nei paesi economicamente più stabili (e quindi di peso) dell’eurozona. Allo stesso tempo una nuova ondata di austerity rischierebbe di contribuire in maniera decisiva al già vicinissimo collasso sociale e economico. L’instabilità politica a livello dei singoli paesi è già in forte crescita e l’ondata di malcontento non risparmia nemmeno il cuore del nuovo impero. Forti e nuove tensioni attraversano già da alcuni anni la società francese, dove Macron è impegnato in una violenta impresa di disciplinamento delle relazioni sociali conflittuali. La classe lavoratrice e la piccola borghesia sono sotto pressione anche in Germania, dove cresce la destra estrema. L’Unione dovrà cercare presto cure efficaci a queste reazioni autoimmuni. 

La trattativa con il Regno Unito è altrettanto complicata. Anche qua la partita non si gioca sul freddo piano delle relazioni commerciali, ma su quello scivoloso e di posizione della battaglia egemonica. Certo è che, visto l’ormai sicuro insediamento dei democratici alla Casa Bianca, la UE può avanzare con passo più sicuro anche sul panorama internazionale, e avere a che fare con un Biden di certo più dialettico nei confronti del rivale teutonico.

In questa fitta rete di accadimenti che si fanno Storia e che determinano la nascita di questa nuova super potenza europea, la lotta di classe rimane, almeno in Europea, ai margini. Essa è relegata tra gli attori secondari, episodici e locali. Le centinaia di milioni di lavoratrici e lavoratori, che pure continuano generosamente ad offrire alla lotta per la sopravvivenza dell’umanità la fatica del loro lavoro e addirittura il sacrifico dei loro corpi, hanno per ora smarrito un pensiero politico soggettivo e un ruolo storico autonomo.

La ‘rivoluzione in occidente’ non ci sembra sia mai stata così lontana. Tuttavia, è proprio questa la sfida che dobbiamo raccogliere.

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