Il nostro Chávez scomparso, il suo sogno che faremo vivere

di Alessio Arena

482317_144522849049821_350221158_nHugo Chávez, il nostro compagno, non c’è più. Vorremmo sapere come rinchiudere nella gabbia della sintassi l’insieme composito delle emozioni che queste poche, orribili parole ci evocano, ma non ne siamo capaci. Siamo impotenti e attoniti di fronte al distacco dalla sua energica voce di combattente, dalla sua parola annunciatrice di liberazione, dal suo esempio di amore per la patria e dedizione assoluta al popolo, senza compromessi.

Una morte, quella del nostro Chávez, che porta in sé, nell’intimo del dolore che suscita, il gelo del dubbio, invocato dal vicepresidente venezuelano Nicolás Maduro, che essa sia stata forse provocata dalle trame di quegli imperialisti, di quei carcerieri, di quei boia cui il Comandante aveva saputo strappare la patria di Bolivar, e che ancora alla disfatta non si rassegnano. Non lo possono, perché sanno che il germe della liberazione è contagioso, passa di mente in mente, di cuore in cuore, viaggiando a cavallo delle parole e nei piccoli e grandi gesti che danno forma all’immenso esempio emancipatore che è il lascito politico dell’artefice scomparso della Rivoluzione Bolivariana.

Per il momento non abbiamo modo d’indicare con certezza l’origine del male che ci ha privato della forza e della tenerezza di Chávez. Sappiamo che il tumore lo ha divorato a lungo, un pezzo alla volta, piegando il suo corpo forte di soldato che infine ha ceduto. Sappiamo, abbiamo visto il coraggio indomabile con cui il Comandante ha combattuto il male, sempre anteponendo alla cura di sé il bene del popolo venezuelano e il futuro della Rivoluzione che al popolo ha saputo restituire la dignità, facendone un lume di speranza per un intero continente, affratellandolo con la Cuba di Fidel e del Che, trasformando il Venezuela in squarcio nel tessuto grigio e disperante della Storia che a Washington volevano finita dopo il collasso dei paesi socialisti, imprigionata nell’orrore del capitalismo ultima destinazione dell’Umanità, attraverso cui la certezza del mondo nuovo e della giustizia a venire è tornata a dare tepore a questo XXI secolo di crisi, di miseria che avanza, di violenza, di guerre.

Molti sarebbero i momenti della vita di Chávez da rivisitare, consegnati ormai alla Storia e patrimonio della lotta per il mondo nuovo e del contributo ad essa offerto dal movimento bolivariano. Il lontano 1992, la prima insurrezione chavista contro la IV Repubblica della corruzione e della fame, delle moltitudini sacrificate agli appetiti delle bestie feroci nordamericane, finita con la sconfitta e con il carcere. Poi la prigionia, le letture, una consapevolezza politica che si fa più matura, più acuta. E il viaggio a Cuba, l’incontro con il socialismo realizzato nel “primo territorio libero delle Americhe”, la comprensione più viva, resa tangibile dalla vita nell’Isola caraibica, della via da percorrere, da indicare a un intero continente da trasformare da “giardino di casa” dei predoni nella Patria Grande sognata dai suoi combattenti e dai suoi martiri. E le elezioni del 1998, il trionfo sulle oligarchie dello sfruttamento, della corruzione, del ladrocinio, il processo costituente, la V Repubblica promessa al popolo sin nel nome del Movimento voluto dal Comandante e realizzata nel segno dell’insegnamento di Bolivar. Cadono dapprima le statue di Cristoforo Colombo, erette dai bianchi a testimoniare il loro trionfo sui nativi americani, il loro potere razziale prima che economico. Poi i provvedimenti strutturali: la nazionalizzazione dell’energia, del petrolio, della sanità e i potentati in ritirata che, sempre più minacciati, infine ordiscono il colpo di Stato dell’aprile 2002 che avrebbe dovuto esautorare Chávez e portare al suo assassinio, ma che invece si trasforma in trionfo bolivariano quando le masse, i lavoratori scendono nelle strade per ripristinare la legalità democratica e salvaguardare la propria sovranità. Infine l’Alternativa Bolivariana per le Americhe, l’ALBA, il vero e proprio atto di fondazione della Patria Grande insieme ai popoli unitisi alla lotta: Cuba, la prima, l’esempio di dignità; la Bolivia del primo presidente indio Evo Morales; l’Ecuador della Rivoluzione Cittadina di Rafael Correa; l’Honduras poi piegato dalla sedizione fascista; il Nicaragua restituito alla trascorsa grandezza dal ritorno al potere del Fronte Sandinista.

Non continuiamo. Lo faranno i venezuelani scrivendo nuove pagine della loro Rivoluzione. Ci permettiamo solo un ricordo personale, suddiviso in due momenti. Il primo del 2005: Chávez in Italia visita Milano e parla alla  folla dalla stessa balconata dalla quale, nell’aprile 1945, si tenne il primo comizio delle forze antifasciste che avevano appena liberata la città. Chi scrive era presente ad ascoltare il lungo discorso del Comandante: oltre due ore e mezza in spagnolo pronunciato con voce stentorea. Nessuna traduzione, resa inutile certo dalla prossimità con la nostra lingua, ma più ancora dalla vitalità, dalla chiarezza di pensiero e di azione profonda delle parole di Chávez. Un discorso centrato sull’insegnamento di Giuseppe Garibaldi, evocato tramite il racconto dell’incontro di questi con la vedova del Libertador, e su quello, decisivo anche per la Rivoluzione Bolivariana, di Antonio Gramsci, dei suoi quaderni scritti nel carcere e da Chávez scoperti, conosciuti nell’uguale circostanza della sua prigionia.

Il secondo di due anni dopo, del colloquio con l’Ambasciatrice Venezuelana a Parigi, di Chávez amica e collaboratrice, e della sua appassionata testimonianza di ciò che questi ha saputo dare al suo popolo: la percezione tumultuosa e traboccante di gioia della trasformazione che avanza, del vecchio ordine di terrore e sfruttamento che si ritrae anno dopo anno, legge dopo legge, elezione dopo elezione, mentre le condizioni di vita migliorano, la povertà arretra, la giustizia e la sovranità popolare s’impongono e conquistano nuove possibilità, nuovi spazi.

Non abbiamo più parole, almeno per il momento. Abbiamo memoria, dolore, voglia accresciuta di lottare per i nostri sogni, per la nostra causa emancipatrice per la quale vivere e morire e alla quale il nostro Chávez ha lasciato per sempre il suo vigore, la sua intelligenza, la testimonianza coerente e indomabile della rivoluzione come atto d’amore.

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