Elezioni europee: breve analisi del voto in Europa e in Italia e delle prospettive che esso apre

Documento della Commissione Politica Centrale di Fronte Popolare

Le elezioni europee del 26 maggio hanno segnato un pesante arretramento del quadro politico a livello continentale.

Il primo elemento di analisi da tenere in considerazione è che malgrado la profusione di mezzi con cui le istituzioni UE hanno condotto la campagna per incentivare la partecipazione al voto, l’astensionismo rimane largamente il primo partito ovunque. Poco meno di un elettore su due, nel complesso dell’UE, ha disertato la consultazione: un dato che certamente esprime il diffuso rigetto nei confronti della “costruzione europea”, o almeno la scarsa identificazione con essa di grandi masse, ma che evidenzia anche la mancanza di un’espressione politica coerente e progressista di quel sentimento. Va sottolineato come in Italia il dato dell’affluenza, che si attesta al 54,5%, in controtendenza rispetto alla media UE, sia in calo rispetto alle elezioni europee del 2014: un ulteriore segnale del logoramento della relazione tra il popolo italiano e i meccanismi della rappresentanza politica, che però va inserito nel quadro ampio del dilagare del senso comune reazionario nel nostro paese.

Gli equilibri politici all’interno del Parlamento Europeo premiano ancora una volta, seppur meno generosamente che in passato, lo schieramento europeista e liberista: i popolari restano il primo gruppo parlamentare e la loro pesante flessione in termini di seggi, così come quella del gruppo socialdemocratico, viene in gran parte riassorbita dal successo dei liberali e dei verdi. La crescita dell’opzione populista di destra, comunque asservita alla “costruzione europea”, non raggiunge le proporzioni e l’omogeneità necessarie per mettere in discussione la tenuta dell’europeismo tradizionale, sia pure nella sua nuova composizione.

Un dato che merita di essere sottolineato è quello del Regno Unito, dove la forte affermazione del Brexit Party, che batte in modo netto i liberaldemocratici campioni dell’UE, segnala la collera delle classi popolari britanniche contro conservatori e laburisti per il ritardo nella conclusione dell’iter di uscita dall’Unione Europea. Il voto nel Regno Unito sanziona dunque la fine del dogma dell’irreversibilità della “costruzione europea”: un fatto con cui anche i finti “sovranisti” al guinzaglio di Bruxelles si troveranno presto a fare i conti.

Il risultato della sinistra radicale europea riunita nel GUE è, in questo contesto, fortemente negativo. Nel suo complesso, il GUE passa da 52 a 39 eurodeputati. L’arretramento delle diverse forze che lo compongono è netto in quasi tutti i paesi che compongono l’Unione Europea e in alcuni assume proporzioni di estrema gravità. Anche l’opzione “intransigente” rappresentata dal KKE greco, uscito dal GUE all’inizio della scorsa legislatura, non viene premiata dalle urne. Salvo pochissime eccezioni, la sinistra sconta la sua incapacità di offrire risposte concrete alla crisi sociale in atto in tutta Europa e di inserirle nel quadro complessivo di una lotta per il potere politico che sia, nei singoli stati, lotta coerente contro l’UE. Fallisce sia l’opzione neo-socialdemocratica e “altreuropeista” rappresentata dal Partito della Sinistra Europea, sia quella secondo cui si dovrebbe “uscire dall’Unione Europea [solo] con la rivoluzione socialista”. Entrambe le opzioni non forniscono ai popoli e alle classi lavoratrici strumenti utili per una concreta strategia di lotta e avanzamento verso un ribaltamento dei rapporti di forza.

A sua volta, la via di matrice socialista e movimentista inaugurata a Lisbona da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda, nata dalla rottura di Mélenchon con il Partito della Sinistra Europea in seguito al rigetto, da parte dei componenti della SE, della richiesta di espellere la Syriza di Tsipras dalla compagine, nasce già azzoppata da una campagna elettorale fiacca e impostata sul compromesso con le istituzioni europee, invece che sulla strategia fondata sulla formula “o si cambia l’Europa o se ne esce” che aveva caratterizzato la fortunata campagna elettorale della France Insoumise per le presidenziali francesi del 2017. Se in Portogallo il Bloco de Esquerda registra un’affermazione elettorale legata a dinamiche nazionali, il “gruppo di Lisbona” viene duramente sconfitto sia in Spagna che in Francia.

In Italia, come da noi denunciato da tempo, s’intensifica la radicalizzazione dell’opinione pubblica in senso reazionario: la Lega di Salvini supera il 34% dei voti e, sommata all’affermazione, tra i partiti minori, dei fascisti “vecchia scuola” di Fratelli d’Italia, porta il totale della destra radicale sopra il 40%. La ripresa del PD, che arretra lievemente in voti assoluti rispetto alle politiche ma guadagna in percentuale e ricompatta intorno a sé l’area del “centrosinistra” liberista, fa dell’Italia uno dei laboratori della nuova alternanza tra “populisti” e “responsabili” che è l’espressione del controllo egemonico delle classi dominanti sull’opinione pubblica in questa nuova fase storica e la manifestazione sovrastrutturale del processo di fascistizzazione della società in atto. Il disastro del M5S completa il quadro, qualificando quel partito come un’espressione della fase di transizione al nuovo consenso reazionario che si avvia a conclusione.

Le vicende della sinistra fanno purtroppo solo da corollario a questa vicenda, malgrado la generosità con cui molte compagne e compagni militanti delle diverse formazioni coinvolte nella consultazione elettorale si sono spesi ancora una volta nella campagna elettorale. Il voto di sinistra, sempre più residuale e ancora una volta in diminuzione, si sposta secondo dinamiche puramente d’opinione tra due liste che sono riuscite a partecipare alla competizione grazie all’esenzione dalla raccolta delle firme garantita, rispettivamente, all’apparentamento con il Partito della Sinistra Europea e con il KKE greco.

Di fronte a questa situazione gravissima, rilanciamo l’appello alla convergenza di tutte le forze anticapitaliste e disposte alla lotta contro l’UE del grande capitale. Occorre unirsi in un’alleanza per la trasformazione sociale aperta, inclusiva, fondata sul mutuo riconoscimento delle sue componenti e in grado di formulare obiettivi di lotta chiari e un chiaro progetto di radicamento sociale.

L’Unione Europea è uno strumento estremamente perfezionato della dittatura del grande capitale. Malgrado il Parlamento Europeo sia essenzialmente un’istituzione fantoccio che serve a fare da paravento al potere incontrastato di oligarchie antidemocratiche e tecnocrati nominati, i dati usciti dalla consultazione di ieri sono utili a segnalare lo stato della presa egemonica del consenso europeista, nelle sue varie articolazioni, sull’opinione pubblica e la capacità del populismo al guinzaglio di Bruxelles di fare da stampella alla legittimità di un’Unione la cui impopolarità è in continua crescita. Il voto europeo rappresenta, insomma, una perfetta espressione dello svuotamento delle dinamiche rappresentative della cosiddetta “democrazia liberale” in questa fase di crisi economica, concentrazione accelerata del capitale e decadimento della capacità delle masse popolari di concepirsi e organizzarsi come soggetto attivo della vita politica. Il voto ha dunque, in ultima analisi, manifestato la vitalità e la forza della struttura oligarchica e tecnocratica dell’UE, ma ne ha evidenziato anche i punti di debolezza e le contraddizioni.

Se la sinistra di classe europea vuole garantirsi un avvenire, è urgente articolare in una strategia unitaria su scala continentale la lotta che va condotta, paese per paese, per l’uscita unilaterale e progressista dall’Euro e dall’UE come condizione per aprire la strada alla possibilità concreta della trasformazione della società. Per questo obiettivo noi di Fronte Popolare continueremo a lavorare, nello sviluppo delle nostre relazioni internazionali come nel rapporto unitario con le altre organizzazioni della sinistra di classe italiana, con la coerenza e la chiarezza di contenuti e prospettive che ci appartiene.

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