Si legge MES o “Fondo Salva Stati” e si pronuncia ricatto. Cosa sta succedendo?

È all’ordine del giorno delle cronache odierne il trattato che riforma il Meccanismo Europeo di Stabilità: cosa sta accadendo?

Il fondo, esistente dal 2012, è stato finanziato dai paesi sottoscrittori e nel salvadanaio ha accumulato 700miliardi di soldi pubblici. L’Italia ci ha già messo sinora circa 14 miliardi e ne ha sottoscritti altri 125. Questi fondi apparentemente servono per un nobile scopo, ossia aiutare chi è in difficoltà.

Per capire chi si trova in una posizione difficoltosa bisogna fare riferimento, ovviamente, alla bibbia di Maastricht e ai famosi parametri che nessuno, peraltro, riesce assolutamente a rispettare: rapporto deficit/PIL minore o uguale al 3%, rapporto debito/PIL sotto il 60%.

Gli Stati che rientrano in tali parametri o che, comunque, promettono di rientrarvi senza eccessiva preoccupazione dei creditori, accedono a una forma di credito ordinario. Quindi, sostanzialmente, secondo tale prima ipotesi di finanziamento viene aiutato chi in realtà non ne avrebbe alcun bisogno.

Gli Stati che invece sforano dai parametri otterrebbero il finanziamento accettando che, in cambio del credito, essi applichino necessariamente politiche lacrime e sangue per garantire il creditore di rientrare della somma erogata.

Il MES infatti prevede un inquietante sistema sanzionatorio in cui, oltre a tale gravissima ingerenza, è sancito nell’accordo un prelievo forzoso dell’importo erogato e non restituito. Lo potrebbero tranquillamente fare gli stessi organi del MES i quali, oltre ad auto-dotarsi della necessaria immunità operativa, si andrebbero a sovra-ordinare sia alla Commissione Europea stessa nel decidere le misure da adottare, sia a ogni tipo di autonomia decisionale dello Stato indebitato in tema di politica economica nazionale.  I Parlamenti nazionali diventano sempre più degli organismi pro-forma (anche, per quanto ci riguarda,nella versione ridimensionata con entusiastica esaltazione dall’attuale governo “giallo-rosso”, che ha decurtato la rappresentazione popolare nelle Camere col pretesto di risparmiare qualche ridicolo spiccio).

Lo Stato indebitato sottoposto a misura verrebbe, inoltre, indotto a una ristrutturazione del debito, fatto che ha sostanzialmente provocato il clamore di questi giorni intorno a questo tema (in passato, purtroppo, altamente ignorato), avendo fatto infuriare il presidente dell’ABI Patuelli, che ha minacciato che gli istituti di credito non compreranno più alcun bot se il loro valore rischia di essere diminuito.

Insomma il MES funziona coi soldi pubblici e ragiona però con la mentalità di un istituto di credito privato allo scopo di avvantaggiare gli stessi “generosi creditori”. In altri termini, secondo il trattato, bisognerebbe che noi stessi lustrassimo la lama dell’ascia del boia incaricato di decapitarci. Pertanto il MES non piace né può piacere, in realtà, a nessuno sano di mente.

Curioso notare come, alle porte di una nuova ondata di crisi economica che gli economisti (anche quelli borghesi) preannunciano devastante, si discuta di come instaurare un meccanismo di difesa dei capitali già forti. Lo spauracchio del MES spingerà gli Stati stessi ad auto-applicare politiche rigidissime per “sanare le finanze” (intervenire sul costo del lavoro e smantellare i servizi pubblici improduttivi), allo scopo di evitare di trovarsi con le braghe calate davanti ad un sistema pronto a piombare ad avvoltoio per svendere il patrimonio pubblico e, appunto, imporre politiche lacrime e sangue su un qualche indisciplinato paese UE in difficoltà. D’altronde il meccanismo è antico: per esempio lo ha sempre fatto il FMI coi Paesi dell’America Latina ed in Europa ci sono già passati Grecia, Cipro, Spagna.

È stato in pratica apertamente confessato da Conte che l’Italia “non ha scelta” e deve sottoscrivere un accordo bell’e pronto – a differenza però di quello che faranno altri Paesi UE che, evidentemente, “pesano” di più. Se ne parla tantissimo oggi e la Lega fa la parte da leone fingendosi indignata per la perdita di sovranità che ne seguirà, anche se il pacchettino con le regole di riforma del MES è parcheggiato zitto zitto sin dal 04.12.2018  sui siti istituzionali UE quando, all’epoca, Salvini era troppo impegnato a obnubilare le cronache nazionali con la questione della Conversione in legge del decreto insicurezza.

Non vi è scelta, sì, ma nel senso opposto: questa è una riforma a cui tutta la classe lavoratrice europea deve contrapporsi, trovando un necessario terreno comune di lotta.

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